Incamminatevi per Via Armistizio,
superate il Ponte sul Bassanello e procedete per un breve tratto su Corso
Vittorio Emanuele, un tragitto di una decina di minuti per raggiungere le
gradinate dello stadio dedicato a “Silvio Appiani” valoroso fante cittadino, nonché
attaccante e allenatore del Padova negli anni pionieristici del calcio del
primo Novecento. L’Appiani è stato probabilmente l’impianto italiano con il
cipiglio più inglese, un fortino, un complesso di muratura e tubi innocenti
privo di simmetria con le tribune praticamente a ridosso del terreno del gioco,
dove il boato faceva alzare in volo i piccioni annidati sulle
cupole della Basilica di Santa Giustina. L’anno di grazia, resta il 1957/58 quello del terzo posto in Serie A con
la squadra dei “panzer” di Nereo Rocco: Pin, Pison, Azzin, Biasin, Scagnellato,
Moro, Mari, Hamrin, Rosa, Brighenti, Boscolo. Se date un’occhiata ai filmati di
repertorio noterete come la maggior parte dei cartelli pubblicitari del tempo
promuovessero marche di liquori e di alcolici vari. Aspetto se vogliamo da
riportare, curioso, sicuramente squarcio di un’epoca dove la televisione e la modernità avevano appena mosso i loro primi passi. Insomma, Cinzano, Campari, Kranebet, Pedavena, Cynar,
Itala Pilsen, Kina Kina della distilleria Pizzolotto, Rabarabaro Zucca. D’altra
parte, cosa volete, erano gli anni in cui l’Aperol dei F.lli Barbieri era
promosso come rinvigorente, alla stregua del Vov ideato da Gian Battista
Pezziol. Insomma, prima della Milano da bere degli anni Ottanta esisteva la piccola
Padova da bere degli anni Cinquanta, quella degli operai delle Officine
Meccaniche Stanga, Viscosa oltre a quella consueta di docenti e studenti
universitari. Quel Padova quando la domenica giocava in casa andava a messa
alla Basilica di Sant’Antonio, dopo il gruppo proseguiva a piedi verso Piazza
delle Erbe e pranzava alla Trattoria da Cavalca, oggi ristorante Da Dante alle
piazze, un pranzo leggero per la squadra, ovvio, magari al Paròn Rocco un
bicchiere di vino, ma solo a lui. Catenaccio? Macché, dicerie, come dicerie
furono le supposizioni riguardanti giocatori ritenuti sul viale del tramonto o
venuti in Veneto a racimolare gli ultimi spiccioli di fine carriera. I
biancoscudati, nati nel 1910 nella sede della Rari Nantes Patavium, imporranno il loro gioco a tutti gli avversari compresi quelli di prestigio.
Non fu un caso se a fine campionato risulteranno il quarto attacco della Serie A. il
Padova di Rocco seppe tenere conto in ugual misura delle esigenze della difesa
e dell’attacco, con una distribuzione degli uomini ordinata in ogni settore e
con una mobilità stupefacente. In difesa c’era sempre “l’uomo in più” affinché
l’isolata prodezza di un attaccante avversario non mettesse in crisi l’intero
settore; a centrocampo lo schieramento fu denso e al tempo stesso elastico, mentre
l’inserimento in zona rete degli attaccanti appariva puntuale affidato a due o tre elementi di sicura stima. Nota di colore: alla
vigilia della trasferta del Padova (i cui giocatori erano appellati come “i
poareti”) al Comunale di Torino contro la Juventus, Rocco fu intervistato (si dice) per la prima
volta nella sua vita. Al termine il giornalista lanciò il consueto augurio
“Vinca il migliore” e il “Paròn” rispose prontissimo e stringato, nascosto dal suo inseparabile borsalino scuro: “Speremo de no”. Qualcuno
a fine stagione parlò di rivincita dei giubilati, da Ivano Biason libero
spazzatutto, al jolly Giacomo Mari, al fantasista argentino Humberto Rosa, allo
stantuffo Silvano Moro che il Milan vendette per quattro soldi, al poderoso attaccante
Sergio Brighenti, al portiere Antonio Pin, al generoso e imprendibile Kurt Hamrin. E
poi la disciplina, ferrea, un clima da caserma ma senza clausure e solitudini,
diciamo una collettiva letizia di aderire alla causa tramite gesti meditati
come fessure di nuvole, e sarà un campionato con le ginocchia sul fango e sulla
polvere, forse giocato con la prudenza di un cieco atta a limare l’invocazione del
successo nella chioma di luce di quelle maglie bianche da serafini, altrochè panzer.