sabato 8 maggio 2021

TANTO SI VINCE, NO?



Tanto si vince, no? La riunione in redazione è finita. Cosimo pedala verso casa nel tepore della prima mattina di metà maggio, supera il mercato centrale, il suo cortile di cartacce e liquami, s’infila in San Lorenzo, attraversa una Piazza fitta di uomini agitati che trascinano carretti avvolti in teli di plastica verde, sono i proprietari dei banchi del mercatino che iniziano a prepararsi per la giornata. Cosimo macina strade, vicoli e passaggi e ripensa agli anni di militanza politica, dalla consulta ai collettivi delle superiori, a quelli di facoltà, ai giorni delle occupazioni. Trapassa via Faenza, la bici sfreccia e sferraglia sulla pavimentazione nuova, prende via dei Conti, salta sul marciapiede di via Tornabuoni, la bicicletta ha un tremito, sente allentarsi un pedale, prima o poi comincerà a perdere pezzi, pensa, mentre scorre sul camminamento ben lastricato. Via Tornabuoni è tutta un brillare di vetrine, di camice, di accessori, gemelli, scarpe di cuoio ocra su appositi podi, su dozzinali capitelli, su are laiche. Forse avrebbe fatto meglio a continuare con la politica? La politica come mezzo e non come fine? Erano passati oltre 10 anni. Adesso si ritrovava a fare il giornalista per La Nazione, in genere cronaca cittadina, che poi in quel momento non era tanto male, c’erano i casi del “mostro” e in febbraio, durante una conferenza sindacale, Luigi Scricciolo, membro del Comitato centrale della Uil, era stato arrestato per le pesanti parole rivoltagli da parte di un pentito di appartenenza alle Brigate Rosse che lo accusava di spionaggio a favore della Bulgaria. Ecco, vedete, meglio lasciar stare la politica attiva, soprattutto quella extraparlamentare, al limite alle prossime elezioni pensò seriamente di votare radicale facendo una bella crocetta su Marco Pannella e vai col valzer dei diritti. Alla “Nazione” almeno a fine mese due lire in tasca gliele facevano cascare sicure e pulite. Si alza dal sellino, Cosimo, si prepara a spingere per affrontare la cunetta del ponte di Santa Trinita, la statua di Primavera si staglia netta, già immagina la festa, e non riesce a credere al silenzio di quel momento sui Lungarni, su Ponte Vecchio. Osserva le mensole, le persiane, le tinte, il corridoio Vasariano, le finestrelle, i fregi, osserva l’acqua dell' Arno scorrere mogia, osserva il Campanile, la Cupola, il lanternone, osserva Firenze, anzi no, la ascolta, perché domani, ebbè, domani, questa città potrebbe essere travolta, ribaltata su se stessa, in una cacofonia di trombette e cori, in un accendersi di bandiere ed enormi cartoni tricolori a forma di scudetto al punto da renderla irriconoscibile. Si ricordava bene della festa del 1969, ma questa volta tutti avevano la sensazione di un esplosione maggiore, più completa e più affamata di baldoria, perché gli anni settanta non erano stati poi così felici per la Viola nonostante una Coppa Italia. Si era rischiato pure di retrocedere, ma adesso sembrava essere vicini al successo più ambito, seppure il testa a testa con la Juventus non era affatto concluso, domani noi a Cagliari loro a Catanzaro, a pari punti sarà spareggio. In quel 1982 zeppo di Baglioni e di Albano e Romina, Cosimo è un uomo di quarant’anni, con il naso grosso, ciclista quanto basta per provare ad evitare la pancetta, comincia a ingrigirsi sulle tempie, e da quando ha comprato un borsalino di lana per l’inverno, in redazione gli dicono che assomiglia al Perozzi di “Amici Miei”. Adesso abita nei pressi di Via Beccheria al secondo piano di una palazzina sfumata dai colori chiari, ha avuto qualche storia con donne complicate- dice lui-, o forse era lui stesso a pretendere troppo, va da se che per adesso non si è mai voluto sposare per la disperazione di mamma Irma e anche di babbo Gino, pensionato delle ferrovie, però quelle due volte la settimana che va a trovarli gli preparano sempre una sorta di pranzo di Natale e la "schiacciata" da portare via. Ha trovato un appartamentino abbastanza confortevole, sul tavolino del soggiorno ha sistemato la sua Olivetti lettera 22 insieme a una discreta catasta di fogli e libri vari, tutti con piccoli o grandi orecchi agonizzanti su pagine sparse. Qui scrive molti dei pezzi che poi porta al giornale, qui sta per scrivere in anticipo sui tempi quello che succederà domani, così – crede- basterà aggiungere solo il risultato e i marcatori e alé, pronti. Perché domani lui vuole fare festa con gli altri. Sulla parete sopra al divanetto damascato vigila un poster di Giancarlo Antognoni mentre dalle gambe del bracciolo spunta un posacenere un po’ bizantino dal gambo sottile, in vetro, quasi a ridosso dell’impianto stereo e della sua collezione di dischi dei Rolling Stones. C’è pure l’ultimo album, Tattoo You, e lui poche storie andrà al concerto di Torino il prossimo 11 luglio, toh, sarà la sera della finale della Coppa del Mondo, ma mica gli azzurri ci arrivano in finale, stiamo scherzando. Cosimo si accende una Muratti, impregna la stanza di fumo, comincia a rimuginare sul pezzo, dovrà essere qualcosa di sociale, un minimo di antropologia locale, perché le pagine sportive non sono di sua competenza, tuttavia è inevitabile spelacchiare sui protagonisti di quello scudetto. Tanto si vince no? No, perché se non si vince qui bisogna trovare un alternativa, un secco elogio funebre, qualcosa da lacrima e rimpianto. No, no, si vince. Alla TV danno una replica di “Fantastico”, c’è Claudio Cecchetto, Heather Parisi, Memo Remigi, Gigi Sabani, e Walter Chiari, la verità è che siamo il popolo del varietà, altro che anarchia, rivoluzioni e reazioni, è solo la brezza della gioventù che ti fa bollire idee e pulsioni, poi il tempo sistema tutto, o quasi. Dunque Firenze. Per lui Firenze restava quella dei Guelfi e dei Ghibellini, angusta, buia, con le case l’una addossata alle altre, con i ponticelli a collegare lo stesso caseggiato da un vicolo all’altro, non certo la città delle sfolgoranti prospettive architettoniche rinascimentali. E il carattere dei fiorentini era rimasto quello, mica quello mediceo, nonostante lui si chiamasse Cosimo ma il nome glielo avevano messo perché suo nonno paterno, artigliere sul Piave, si chiamava così non certo per tributo al Duca. Ora, va detto che la Fiorentina dei Pontello, raggomitolata negli uffici liberty di Piazza Girolamo Savonarola, aveva allestito una squadra di tutto rispetto per la stagione 1981-82, consegnandola nelle mani di Picchio De Sisti ( che aveva sostituito l'anno precedente a metà stagione Beppe Carosi) con malcelate ambizioni. Arrivarono Cuccureddu, Vierchowod, Pecci e Graziani a puntellare la base che comprendeva Galli, Galbiati, Antognoni e Bertoni. La corsa con la Juve è stata durissima, De Sisti ha dovuto fare a meno per mesi di Antognoni, gravemente infortunato in uno scontro con il portiere genoano Martina, tuttavia sostituito egregiamente da Miani. Gli scontri diretti erano entrambi terminati a reti bianche. E quindi eccoci alla giornata numero 30: Fiorentina e Juventus in vetta con 44 punti. Entrambe impegnate in trasferta. Ma la Fiorentina aveva obiettivamente il compito più arduo, impegnata a Cagliari contro una squadra alla ricerca di un punto decisivo per la salvezza. I rivali bianconeri dovevano invece recarsi in casa del Catanzaro già tranquillo. Tanto si vince no? Eh, vediamo. Le prime battute sulla Olivetti iniziano a scoppiettare sul foglio vergine: “la città è una fiumana di gente, si cammina senza camminare, trasportati da una gioia infantile e priva di gravità...”. Tanto si vince no?  A dirla tutta si alzò una vocina da portinaia, una chiacchera, una diffidenza, pepata al punto giusto come la trippa di Ponte di Mezzo. Durante la puntata dell’ultimo Processo del Lunedì venne annunciato il prossimo arrivo in bianconero di Michel Platini. La trasmissione faceva dieci milioni di telespettatori ed era la massima tribuna calcistica possibile. I presenti in studio erano tutti d’accordo: La Juventus ha preso l’asso che le permetterà finalmente di vincere la sua prima Coppa dei Campioni. Un momento, la classifica parlava chiaro: il campionato non era concluso, c’erano appaiate da mesi la Fiorentina e la squadra di Trapattoni, com’è possibile che Platini vinca il trofeo continentale se non è assolutamente detto che ci partecipi? E questo fu un indizio. Ma tanto si vince no? Cosimo spense la sigaretta e cominciò a pensare al secondo dubbio, un segnale arrivato al momento delle designazioni arbitrali. Tutti si aspettavano che a Cagliari e Catanzaro venissero mandati i due migliori fischietti del momento, Casarin e Agnolin. Vennero invece designati abbastanza a sorpresa Pieri per la Calabria e Mattei per la Sardegna. Scelte quantomeno curiose. Terzo elemento, (e qui Agatha Christie avrebbe sicuramente decretato il colpevole del giallo per bocca di Poirot) l’eventuale spareggio. Una prospettiva che faceva paura in particolar modo a Enzo Bearzot e alla Federazione che stava raccogliendo i cocci post calcio-scommesse confidando in un Mondiale senza ritardi sulla tabella di marcia e da indulgenza plenaria. E come fai a prepararti al meglio se una serie di titolari importanti ti arrivano stremati dopo una partita che vale lo scudetto? Cosimo rinuncia a scrivere, tanto si vince…? ora qualcosina lo induceva a riflettere, ad aspettare la sentenza reale data dai campi da gioco. Domenica 16 maggio, fa caldissimo. Cosimo fu svegliato dal clacson di una macchina, apre la persiana e vede un paio di ragazzi dentro una 127 con i finestrini aperti e una bandiera viola al vento andare probabilmente verso uno dei tanti punti di ritrovo, bar in genere, per ascoltare nel pomeriggio tutto il calcio minuto per minuto alla radio. Oddio, tanto si vince, no? Cosimo si fece la barba, si vestì e uscì fuori nell’aria tersa, ed ebbe la brutta impressione che l’età dell’innocenza della Firenze calcistica fosse finita quel giorno, diventando improvvisamente adulta, conscia degli intrighi di palazzo, abbruttita da una rete annullata chissà perché a Graziani e del solito rigorino pro Juve realizzato da un Brady in partenza, e hai un bel dire “meglio secondi che ladri”, uno sfregio così non lo dimentichi più. E infatti se ne parla ancora oggi con lo stesso dolore. Cosimo aggrottò la fronte, si passò una mano fra i capelli, decise di lasciare la pagina bianca, un segno di protesta, gli parve intellettualmente la cosa più corretta da fare, il direttore approvò, e allora prese su per Via del Canneto, uno dei luoghi più belli e intimi della città, per andare dalle parti di San Niccolò, strade che mettono pace, perché tanto non si vince, non si vince mai.

 

martedì 4 maggio 2021

A RIGHT BUNCH OF DICKS




Vi ricordate il libro di Rodge Glass, quello che voleva la “testa” di Ryan Giggs? C’era una frase topica, diceva che nel calcio finisce male per tutti, con l’unica differenza di quanto tempo impiega ciascuno di noi ad arrivare a una sorta di giudizio, e, in quel caso, decidere se si vuole aspettare la cassazione o trasformarlo in un nuovo inizio. “Our kid” dicono a Manchester, fratello mio, qui piove sempre, allora possiamo fare due cose: o giocare a calcio nel fango oppure metterci a suonare e in entrambi i casi ci si sporca perché pure le note hanno imbrattato i muri rossicci e riempirono le fabbriche che incominciavano a svuotarsi e quegli enormi spazi dalle grandi finestre, un tempo pullulanti di lavoratori, diventarono terra di nessuno, completamente deserti e decandenti ma hanno accolto la cosiddetta "MadChester", una sorta di grande madre esoterica, perché è vero, i mancunians sono apparentemente un pò svitati, si calano qualche buffa pasticca colorata di troppo, ma cazzo, questa era una delle poche maniere per estrarre ancora linfa da una foglia morta. E’ soltanto un nugolo di delinquenti titolavano i giornali conservatori (non solo). Allora meglio quella massima che dice "avremo libertà di stampa solo quando ci saremo liberati dalla stampa...". Ma dico, per la miseria, erano giovani, qualche guarnizione eccentrica di troppo, i capelli lunghi, un pacchetto stropicciato di Benson nel taschino della giacca acquistata in un negozio di second hand, magari con quella merda di sussidio e quindi, ricapitolando, se non sputi un pochino sulle buone maniere non avrai mai vent'anni neanche se te lo dice il sudaticcio e scocciato impiegato dell'ufficio anagrafe quando rinnovi i documenti. Insomma, gira che ti rigira questi alla fine si sono presi la scena, i palchi, un notevole conto in banca da dilapidare in statue bizantine e narghilè d'argento, ed è affare assai complicato provare a metterli in una fila ordinata, non ci stanno, allora abbozziamo, anche perché non gradirebbero una cronologia da Pentateuco: New Order, Joy Divison, Stone Roses, Inspiral Carpets. Ah, a proprosito di Stone Roses, occhio al loro omonimo album dove, mettiamola così, è una specie di concept su Gesù Cristo, che inizia con “I Wanna Be Adored” e termina con “I Am the Resurrection”, roba che non poteva avere che una sorte idealistica, rivoluzionaria e fortunata nel tempo per gli eventi a venire nel pallone dello Ship Canal. In ogni caso, tutta roba scartabellata da anni di "working class heroe's", autentico spirito guida di questa città così fortemente votata a una delle squadre di calcio più titolate al mondo che ha partorito l'icona, seppure tragica, dei Busby Babes, passando attraverso i sopravvissuti all'incidente di Monaco come Bobby Charlton o le stesso allenatore Busby, poi naturalmente doveva per forza arrivare un tipo messianico, insondabile anche alla chiara luce dell'alcool, il quinto beatle, al secolo George Best, o l'irregolare Dennis Law, passando dallo scalpicciare di Norman Witheside, sino ad arrivare a Bryan Robson e colui che ha scritto mezzo libro dello United ossia Alex Ferguson e la sua florida nidiata che inseguiva il peschereccio di Eric Cantona (ovunque proteggici). Il Manchester United già, la squadra della "Lancashire and Yorkshire Railway" (gli ex gialloverdi del Newton Heath) quella che giocava le sue partite contro gli altri dipartimenti delle compagnie ferroviarie. Oh, ora succede che nel 2005 si romperà qualcosa, la linea guida, il filo conduttore, l'elastico delle mutandine. L'acquisizione del club da parte dell'americano Malcom Glazer sarà la cuspide su cui non sedersi più, nonostante l'estetica di quei sessantamila seggiolini rosso fuoco di Old Trafford, in quei pomeriggi umidi d’autunno quando i cori si mischiano con i vapori e il cielo staglia colori cangianti sopra le incipienti brughiere. Già, la Premier aveva sniffato fin troppo denaro, le partite spostate con breve preavviso per la TV con nessuna considerazione per quei tifosi che avevano organizzato, che so, una trasferta a Southampton o un fine settimana a Brighton. Molte persone sono state costrette ad allontanarsi a causa dei costi crescenti, altre hanno scoperto sgomente che lo stadio era divenuto un contenitore senz'anima totalmente privo di atmosfera. Un sacco di ragioni per cui il football non si palesava più seducente, costringendoli alla solitudine, incappucciati come tanti monaci nell’ora solenne della Compieta. Un malcontento totalmente ignorato dalla proprietà. Qualcuno disse che poteva bastare, era abbastanza, addio vecchio caro Man Utd, non ti scorderemo ma vogliamo fondare un club diverso, nel registro e nell'etimo, un club nostro, un club con uno statuto spalmato su setti punti, antitesi dei peccati capitali del calcio moderno: 1. Il Consiglio sarà eletto democraticamente dai suoi membri. 2. Le decisioni sono decise sulla base di un membro uguale un voto. 3. Il club deve sviluppare forti legami con la comunità locale sforzandosi di essere accessibile a tutti, senza discriminare nessuno. 4. Il club si adopera per rendere i prezzi di ammissione il più convenienti possibile, per un collegio elettorale più ampio possibile. 5. Il club incoraggia la partecipazione giovanile e locale sostenendola quando possibile. 6. Il Consiglio si adopera, ove possibile, per evitare una "commercializzazione" della squadra. 7. Il club rimarrà un'organizzazione senza scopo di lucro. Eccola la squadra dei ribelli, eccolo il FC United of Manchester, data di nascita 12 maggio 2005, un giovedì. Finalmente si sarebbe potuto tornare a dire “abbiamo vinto” oppure “abbiamo perso” poiché è in quel pronome personale che si nasconde il nuovo diavolo rosso, senza più le corna e il forcone ma con solamente il veliero che taglia le acque limacciose dello Ship Canal. Perché i tifosi dell'FC United possono dire davvero “noi” dal momento che possiedono interamente il club. E attenzione, anche gli stessi giocatori sono soci e naturalmente possono, anzi devono, sentirsi parte integrante della squadra, della comunità. “A Right Bunch of Dicks”, gli sbeffeggiarono coloro che non avevano accolto con favore la diaspora. Ma cosa volete, imperturbabili, su questa offesa ci hanno giocato, di più l'hanno fatta diventare un motto, un battuta per identificarsi e identificare in tono goliardico, alla stregua di quando cantavano “He sells asparagus” celebrando il passato del manager Karl Marginson, garzone in un negozio di frutta e verdura. L’abbonamento è una figata: “Paga quanto puoi permetterti con il tuo portafoglio”, vediamo dove sistemarti. Tradotto in soldoni al massimo si arriva al prezzo artificioso di 150 sterline per 21 partite casalinghe. Reazione donchisciottesca, cheguevariana, al potere stordente della Premier League che si è dimenticata in fretta di quando il pallone era lo sport del popolo, quando gruppi di amici di qualunque estrazione o classe sociale potevano farsi una pinta il sabato della partita e stare insieme, quando, soprattutto, una famiglia intera poteva permettersi di andare allo stadio. Broadhurst Park è stato il paradigma di 10 anni di raccolta fondi, un sogno, archetipo rettangolare, una scatolina calorosa dai tettucci bassi incastonata a “next station Moston”, Lightbowne Road, ultimo anello della Greater Manchester, dove nessuno dimentica il passato, ma grazie al cielo, da più di vent'anni anni esiste un club che ti consola se ti senti tradito nei tuoi valori. "I'm on the top of the world”, "Sono in cima al mondo", cantavano i tifosi, mutuando i Carpenters, guardando dall'alto in basso la loro creazione durante una partita a Rochdale, e l'unica spiegazione che possiamo trovare è l'amore che li accompagna, perché vincere con il Rochdale forse è molto meglio che battere il Real Madrid. Lama nella coscienza, bolle, isteria, delirio, anarchia e perfino una bandiera della ex DDR.

 


lunedì 3 maggio 2021

SOSTIENE PAULINO


La piazza era ancora deserta, ma il sole già lambiva i tetti cremisi di Lisbona, una brezza leggera che sapeva di sale si attorcigliava sulle narici, una congettura di merletti in pietra rendeva delicato e gradevole tutto il maestoso complesso di Praça do Comércio. L'uomo dei giornali sfaccendava davanti alla sua edicola, poi mi fece segno di avvicinarmi e mentre, lentamente, raggiungevo il suo chiosco lo vidi sorridere. “Il Benfica ha superato il turno”, disse raggiante, -"ha saputo?". Feci segno di no, che non avevo saputo niente, e l'uomo allora aggiunse: "il ritorno della semifinale in notturna a Londra, la partita di Coppa dei Campioni..". Comprai "A Bola" e scelsi una panchina per sedermi. Stavo leggendo come si era svolta l'azione che aveva portato il Benfica al goal contro il Tottenham quando sentii arrivare il Tram numero 28 che qui non è un cifrato qualsiasi ma la linea tranviaria simbolo della città: il tracciato attraversa tutto il centro e sembra essere stato studiato espressamente sia per il turista sia per il locale. Partendo dal capolinea di Prazeres, nella parte alta, oltre la Basilica della Estrela, il tram (o eléctrico) scende verso la Baixa nella parte compresa tra "Rossio" e la piazza dove mi trovo adesso, in seguito taglia le vie parallele e quindi si inerpica di nuovo verso il quartiere di Alfama, passando davanti alla chiesa di Sant’Antonio. Ripiegai con cura il quotidiano e salì sul mezzo color giallo canarino. Non avevo fatto colazione e mi venne voglia di bere un caffè e di mangiarmi un paio di torradas alla pasticceria Suiça. Il tram sferraglio agevolmente e si mise in movimento. Riaprì il giornale, c’erano delle foto della partita. Il Benfica era nuovamente in finale della Coppa dei Campioni dopo aver sofferto sul campo terribile di quegli inglesi reso un autentico pantano a causa della pioggia, scrive l’inviato, ma nonostante le difficoltà ambientali, la squadra allenata dal serioso ungherese d'origine ebraica Béla Guttmann, che ritengo possieda ogni foggia di cappello, l’aveva spuntata pur cedendo di misura. La vittoria per 3-1 ottenuta al Da Luz, un paio di settimane prima, concedeva quindi al Benfica di andare a Amsterdam a giocarsi un'altra finale dopo il successo della stagione precedente ottenuto sconfiggendo il Barcellona. Scesi alla fermata di Rua da Prata, e avvertì il classico odore di sardine fritte, si percepiva un notevole entusiasmo per questo successo sportivo, soprattutto tra i vicoli colorati di Alfama, il quartiere popolare che da São Jorge digrada verso il serpeggiare placido del fiume Tago. Spiccavano tante bandiere del Benfica ai balconi, insieme agli umili panni stesi ad asciugare. Nella pasticceria la radio gracchiò qualche notizia su delle iniziative della giunta di Salazar, poi partì una nenia, oggettivamente più rilassante, fatta di chitarre di Coimbra e mi venne in mente di andare più spesso alle sue salutari Terme. Insegno musica e quella sera avrei dovuto tenere un piccola lezione all’Università, solo che la situazione politica è complicata, pochi gironi fa la polizia ha dovuto disperdere una dimostrazione di studenti che chiedevano il rilascio degli amici arrestati durante delle contestazioni. Tuttavia la vittoria del Benfica potrebbe aver calmato temporaneamente gli animi e allora, beh ve la dico tutta, a me questa giunta non è mai piaciuta ma con il Benfica qualcosa c’entro. Mi chiamo Paulino Gomes Junior, abito a Alcántara che non sarebbe nemmeno uno dei quartieri della città, ma la gente del posto lo ha sempre considerato tale. Si gode di un ottimo panorama anche quando comincia a cadere quella tipica pioggia obliqua portata dall’Oceano. Lassù Lisbona non si nasconde completamente, appare occidua, fatta solo di se stessa, assoluta, ogni spazio dichiara la sua presenza seppure assomigli a un enorme fantasma avvolto in un sudario che sai che è lì di fronte a te, dappertutto, perfino alle spalle, come un mare che circonda il tuo piccolo faro, la mia, nostra, gracile vita. Nel 1953 decisi di comporre una canzone per la squadra, “Ser Benfiquistas”, ed ebbe un successo inaspettato al punto da diventare l’inno ufficiale cantato dal tenore Luis Picarra in un padiglione accanto allo stadio. Incominciai a pensarle tre anni prima quelle strofe, la sera del 3 maggio 1949, perché la Lisbona Benfiquista stava facendo festa per un’amichevole. Già, che sarà mai un’amichevole pensavo? Ma non si trattava di un’amichevole qualunque. Lo stadio schiumava di rosso, la folla inneggiava agli encarnados, ai campioni con l’aquila sul petto, e al capitano di mille battaglie, Francisco Ferreira, che aveva deciso di appendere le scarpe al chiodo e salutare nel migliore dei modi i suoi tifosi sfidando la squadra più forte del mondo: il Torino. E lui poteva farlo, perché Valentino Mazzola era suo amico e infatti non gli negherà la cortesia. Ci furono strizzate d’occhio e pacche sulle spalle. Tuttavia, Francisco Ferreira resterà addolorato tutta la vita; il giorno seguente l’aereo che riportava a casa gli avversari si schiantò contro una Basilica. In quel 1949 l’epopea del Benfica pareva ancora di là da venire, eppure quanto è strano il vento che tira e sospira sopra le case di Lisbona. Forse in quella tragica giornata di maggio, così calda da preannunciare l’estate ormai imminente, nascerà non solamente la mistica del Toro ma anche quella che solo chi ha vissuto e amato il Benfica può avvicinarsi a comprendere. D’altra parte ritengo l'inconscio roba da borghesia viennese d'inizio secolo, qui siamo in Portogallo, e, volenti o nolenti siamo roba del Sud, la civiltà greco-romana con qualcosina di celtico, non abbiamo niente a che fare con la Mitteleuropa, scusate, noi abbiamo l'anima. E Béla Guttmann lo riconoscerà. Quanti ungheresi nella storia del nostro club: Hertzka, Biri e Guttmann. Il calcio imparato in riva al Danubio, tra le vie malinconiche di Budapest. Un passato di lustrini asburgici, un presente di carri armati sovietici parcheggiati agli angoli delle strade, un futuro che sa di oblio, di ricordo. Ad ogni maniera nel tepore della primavera del 1962 pareva ci fosse continuamente qualcosa da festeggiare: il Benfiquista aveva sempre di che gioire e adesso con l’arrivo di Eusebio, un giovane mozambicano dalle possenti gambe d’ebano inizia a terrorizzare difese e infilare i portieri avversari con estrema facilità. Eusebio ha una faccia da angelo nero, un cherubino, il suo piede destro è implacabile. Come Pelè. No, Più di Pelé. Il Benfica, lo dicono i numeri, le presenze allo stadio, i giornali sportivi venduti, sta eguagliando il fascino e la forza del Real Madrid, prossimi avversari. La finale del 1962 me la vidi nel quartiere Chaido al caffè in stile Art Noveau tanto amato da Fernando Pessoa, “A Brasiliera”, davanti a un acerba televisione appoggiata su uno scaffale di liquori e davanti a un piatto di baccalà. Certo, il Benfica mica era solo Eusebio. Non si può battere il Real Madrid di Di Stefano, Puskas e Gento in quel buio umido di Amsterdam con il solo Eusebio. C’era Mário Coluna, António Simões, Josè Aguas, e Domiciano Cavem. Vinse il Benfica, vinse 5-3, in un'incontro rocambolesco e crudele, dove qualcosa stava per cambiare, qualcosa di ineluttabile. La Cabbalah di Guttmann sarà Mishnah ruminante, stagione dopo stagione, una maledizione: “Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte consecutive campione d’Europa e il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni”. Da quel 1962 otto finali europee e nessun successo. Nemmeno quando sembrava fatta, nemmeno quando, nel 1990, Eusebio prima di Milan- Benfica a Vienna andrà da solo allo Zentralfriendhof  a pregare sulla tomba del suo allenatore. Nemmeno quando il contrario non sembrava possibile. Un anatema, e io comunque non dovrei saperlo perché sostengo che durante una corta serata d’autunno, appoggiando gli occhiali sul tavolo dello studio, mi sentì improvvisamente molto stanco e, sostengo, me nè andai. Ma tanto cosa credete facciano le persone in un cimitero? Dormono, dormono uguale alle persone che non contarono niente. E tutti nella stessa posizione: orizzontali. Perché l’eternità, o l’anima, è orizzontale non verticale. L'eternità è una strada infinita come quella intrapresa da ogni “Benfiquistas” che si rispetti. Et pluribus Unum

 

 

 

 

 

 

WE ARE MILLWALL

  “Ehi dico Jack , ma noi abbiamo qualche merdoso musicista che tiene per i lions, oppure ci dobbiamo sorbire ad ogni derby le interviste a ...