Prima del pub pare ci fosse un negozio di biciclette a scatto fisso. Il “Novar” di Kirkcaldy è "il pub" di Kirkcaldy, non quello più antico o celebre ma sicuramente quello con il maggior numero di magliette blu dei "Fifers" appese ai muri. Dentro ci trovi universitari locali di ritorno da Edimburgo che hanno appena scoperto Foucault, ragazze che hanno appena scoperto il secondo sesso, cinquantenni esuli da rivoluzioni eternamente immanenti e mai davvero deluse, operai delle fabbriche di linoleum in tuta da lavoro, e spesso qualche senzatetto che si fa offrire da bere e poi si appisola su un divanetto sfondato che non avanza pretese di bohème nella propria usura. La musica principale è quella folk, violino, cornamusa e fisarmonica, ogni tanto sbuca fuori dalle casse un pezzo dei Simple Minds o dei Proclaimers che si sente cantano con l’accento del Fife ma per ascoltare canzoni autentiche su questo luogo è necessario mettere su il repertorio di Jackie Leven e soprattutto di Geordie Munro, l’autore dell’inno del Raith Rovers. Solo allora puoi comprendere il fremito di questa porzione di terra bagnata dal mare del nord e avvertire il paesaggio fatto di salsedine e campagna incipiente, dove il vento sembra un nemico costantemente in agguato fino a che capisci che è solo la proiezione dei comportamenti umani le cui bizzarrie emergono lentamente, in modo quasi fisiologico, dai gesti e dalle scarne parole gutturali. Insomma, un puzzle di malinconia attaccato alle cornici di visi caldi di digestione e sorsi ambrati di Albot, tutta gente che pare conoscersi da sempre appoggiati l’uno all’altro sugli spalti dello Stark’s Park, tavolacce di legno catramato, una tribuna sghemba su Pratt Street, e un “gable” struggente decorato con il leone rosso dei Ferguson. Oh, capiamoci, fu una sensazione, non una certezza. Un giorno infatti tutti i presenti furono colti dalla medesima illusione data da un Philips da 32 pollici collocato nell’angolo alto del pub il cui tubo catodico faceva a pugni con il quadretto di un imparruccato giacobita in tartan. Un abbaglio; può capitare, d’altro canto era pure la notte di Halloween, e quando non sei abituato a certi palcoscenici i brividi possono correrti addosso senza farti capire niente se non in un secondo momento scollato da quel presente. Eppure, il tabellone dell’Olympiastadion di Monaco di Baviera aveva lettere grandi, luminose, e recitava un risultato: Bayern Munchen 0- Raith Rovers 1: Danny Lennon al minuto '43 del primo tempo. Tutto vero, tutto passeggero, al punto che Jimmy Nicholl, il manager del Raith Rovers quando entrò nello spogliatoio al fischio di chiusura del primo tempo in quell' umidiccio 31 ottobre del 1995, con la sua squadra in vantaggio, invece di una seria chiacchierata sul da farsi si fece una sonora risata. Su quella bolla vacillante di sogno, Steven Lawther nativo di Glenthores, villaggio immerso nelle querce del Fife, ci ha scritto persino un libro (We led in Munich). Ma adesso occorre un doveroso rewind. A ripensare agli anni d’oro di questo club, all’icona Jimmy Nicholl, meticoloso ed esuberante, cresciuto nella tenuta di Rathcoole, alla periferia di Belfast, alla vittoria contro il Celtic nella finale di Coppa di Lega del 1994 e alla conseguente partecipazione europea, adesso fa un po’ sorridere il lieve bagliore intermittente del Raith Rovers come se quel passato fosse stato solo un germe di finzione ormai degradato, senza scuse, dalla realtà odierna delle categorie inferiori battenti bandiera di Sant’Andrea. Ci fu anche un periodo, una decina di anni fa, in cui il club sembrò addirittura costretto a lasciare il suo storico impianto ma i Rovers evitarono la cicatrice del confino muovendosi con perizia pur di non dovere fare a meno dello Stark’s Park insidiato da una malattia chiamata "Black Layer", una patina nerastra che impediva il drenaggio, limitando l'ossigenazione dell'erba, la quale lentamente tendeva a sparire. I trattamenti apparvero subito costosi e soprattutto inutili; l’afflizione apparve più dura del previsto da rimuoversi. A quel punto pensarono dapprima di installare un campo sintetico, tuttavia, i dirigenti, consapevoli del desiderio dei sostenitori di mantenere il campo tradizionale, iniziarono a intrattenere colloqui con i migliori botanici dell'Università di Edimburgo allo scopo di trovare la cura giusta per non perdere la superficie naturale. Alla fine, gli esperti raccomandarono una versione geneticamente migliorata di una rara erba orientale conosciuta come "Floral Poi", le cui radici affondano molto più in profondità dell'erba normale, il che nelle speranze avrebbe consentito al terreno maggior aerazione e i risultati furono soddisfacenti, anzi, la qualità delle nuove zolle diminuì da subito il numero di partite annullate a causa di pioggia, e Dio solo sa quanta acqua scende su questa sorta di torsolo di mela alloggiato sul fianco di un braccio di mare che si insinua nel cuore della Scozia fino a stringersi in una sinuosa vena in prossimità di Stirling. Daniel Defoe, autore del celebre romanzo Robinson Crusoe, definì la cittadina “One street, Onte mile long“ ossia, una strada lunga un miglio, ed è su questa via che dal 1305, annualmente, si svolge il Links Market, la fiera più lunga al mondo nel senso topografico del termine. Il Raith Rovers (dall’etimo gaelico Rath, fortezza) vide i natali, sugellato con estrema premura nel 1883, da una meravigliosa maglia navy blue con sul petto il Roary Rover. Un episodio curioso è datato 1967 quando il commentatore della BBC David Coleman dopo che i Rovers avevano battuto in casa il Queen of the South per 7-2, esclamò convinto: “Stasera ci sarà un mucchio di gente a festeggiare per le vie di Raith”. Un po’ come se da noi avessero detto che le strade di Atalanta o Sampdroria sono colme di tifosi in delirio. Risulterà una delle gaffe televisive peggiori di sempre, ma è acqua passata e anche l’attore Harry Ritchie, super tifoso dei Rovers, nel suo “Take my whole life too” ci ha ironizzato molto sopra. Il processo di avvicinamento al Bayern incominciò quindici giorni prima della trasferta in Germania, più o meno all'ora di pranzo quando circa 10000 persone incominciarono a salire su treni e autobus diretti a Edimburgo. L’UEFA aveva escluso la possibilità di giocare allo Stark’s Park, troppo piccolo e non a norma per le direttive sulla sicurezza. Il Raith Rovers si vide quindi costretto a chiedere albergo a Easter Road. La febbre della Coppa europea aveva colpito l’intera città, d’altra parte, i “Fifers” neopromossi nel massimo campionato, si videro accoppiati a una squadra composta da sette giocatori della nazionale tedesca, oltre alla ridondanza di nomi illustri del calcio mondiale. Il Raith, capitanato da Gordon Dalziel, aveva stupito un po' tutti battendo nella finale di Coppa di Lega il Celtic nel novembre 1994 e conquistando il passaporto continentale dove al primo turno preliminare avevano superato il Gotu delle Isole Faroe, e poi la squadra islandese dell' Akranes. "Volevamo un grande nome nel sorteggio e lo abbiamo trovato", disse Jimmy Nicholl col ghigno di chi assapora un oltraggio alla nobilità del pallone. Complicato a dire il vero, perché quel Bayern era una corazzata, annoverava Oliver Kahn, Christian Ziege, Dietmar Hamann, Mehmet Scholl e Andreas Herzog, Alexander Zickler e l'attaccante della nazionale francese e fresco vincitore della Champions League Jean-Pierre Papin addirittura relegato in panchina mentre Lothar Matthaus era assente per infortunio, ecco, non esattamente una banda di trovatelli alla ruota del Convento. La partita in programma alle 18:00 fu trasmessa in diretta dalla BBC e le due squadre entrarono in campo accompagnate da un suonatore di cornamusa. Doccia fredda ( o scozzese ) Jurgen Klinsmann superò Scott Thomson dopo sei minuti ma il Raith ebbe l’occasione di pareggiare con il colpo di testa di Ally Graham su punizione calciata da Shaun Dennis parato da Kahn. A metà del secondo tempo, Papin subentrò dalla panchina affiancando Klinsmann in attacco, mentre un altro colpo di testa questa volta di Colin Cameron mise nuovamente alla prova le abilità del numero uno tedesco. Tuttavia, Klinsmann serrò la partita con un secondo goal a 17 minuti dalla fine. Jimmy Nicholl rimpianse i momenti cruciali: "Onestamente pensavo che stasera avremmo potuto ottenere un risultato migliore e sono deluso”. A Monaco il siparietto, il Raith Rovers immerso nel catino bavarese decise anzitutto di non passare ancora da zimbello e mise subito del sale sul match allorché Scott Thomson parerà un calcio di rigore di Papin e poi con un azione più disordinata che sperimentata punse talmente bene da essere degno di suscitare un affetto tale da restare sulla pagina più cara del diario dei tifosi: Andreas Herzog commise un fallo frivolo su Danny Lennon a circa 25 metri di distanza, poco prima dell'intervallo, e lo stesso Lennon calciò la punizione che leggermente deviata si infilò alle spalle del biondissimo Kahn. Una mezza burla; eppure, pagina inzuppata di meraviglia e dileggio, lettera senza nome immune da ogni ambizione, controcanto plebeo che scosse gli uomini del burbero Otto Rehhagel, i quali con pronta bruschezza tornarono a decifrare e classificare le specie, rimontando la partita, pareggio del solito Klinsmann e vantaggio definitivo di Marcus Babbel. Ma quella pausa spavalda resterà momento mellifluo e sazio come quando si odora troppo una rosa.


