E' stata una serata da brividi, bella come non mi sarei
immaginato. Sono sceso dal treno ieri in mattinata sfilando fuori dal
sottopassaggio della Stazione di SMN che all'uscita ti mostra il culo della
Basilica, un bel culo gotico d'arenaria per carità, e arrivo in faccia a San
Lorenzo, anche lei Chiesa un pò ritrosa forse perchè per 300 anni fu la
Cattedrale di Firenze, prima di cedere lo "status" a Santa Reparata,
e un pò ci è rimasta offesa. L’odore di pelle e cuoio ti entra aspro nelle
narici e ti accompagna fino a Piazza dell’Ariento dove dall’aperto si passa al
chiuso e gli afrori di pelletteria e tessuti sono sostituiti, in un
attorcigliarsi di naso, da quelli più gustativi e istintivi di carne, pesce,
frutta e verdura. Qui le voci di esercenti e clienti si impigliano sugli enormi
finestroni creando una cacofonia resa ancora più disorganica da un sottofondo
radiofonico tassativamente locale, le cui frequenze agganciano Radio Bruno,
Lady Radio o l’indovinatissima RFV, in quanto, sappiate, il calcio è una sorta
di guerra e i tifosi non possono mancare agli appuntamenti con il bollettino
giornaliero dal fronte. D’altra parte questo è l’anno del Centenario poiché le
fonti ufficiali dicono che la Fiorentina venne fondata il 29 agosto del 1926 ma
a causa di un errore di trascrizione i fiorentini pensarono subito di dividersi
in due o tre fazioni che in fondo a veder bene dal binocolo della storia è la
cifra specifica di questa città, ergo sulla data di nascita della squadra c’è
sempre stata questa discrepanza di tre giorni, per altri di alcuni mesi ma alla
fine cosa importa, la Fiorentina, questa disgraziata squadra, compie un secolo,
e allora dovunque, ad ogni terrazza, ad ogni pertugio, ad ogni bancone di
generi alimentari sono appesi, alla stregua di santini, poster consunti e
addirittura vecchi calendari, perché il tempo scorre ma i campioni amati
restano, e la devozione supera persino l'attualità delle cronache quando ti
accorgi che in un angolo di una macelleria campeggia scolorita, un'agenda con
la foto della rosa dello scudetto del 1969, un recinto di beati, quella con
Picchio de Sisti capitano, foro e scrigno, e Mario Maraschi, oppure, dietro a
triglie, orate e branzini, appare la chioma nel vento del Campo di Marte, di
Gabriel Omar Batistuta appoggiato alla bandierina del corner dopo una rete, e
poco più in là, su una bilancia d'epoca zeppa di cavoli e verza, resiste un
quadretto di Roberto Baggio in azione sotto la Fiesole, con quei ricci da putto
giottesco mai dimenticati nonostante le cariche e i lacrimogeni. Mi appoggio
alle spallette del Ponte di Santa Trinita dove si concluse “I Laureati”, di
Pieraccioni, quello con le colonne sonore degli Audio 2 che nel periodo
andavano forte e collaboravano con Mina. La scena più simpatica a mio avviso
resta quella girata fra la nebbiolina del porto di Viareggio, dove una Maria
Grazia Cucinotta bella da svenire (Letizia nel film) tenta furbescamente, in
ogni modo, di provocare Leonardo e lui si sforza di resistere dissimulando
serenità ormonale mentre la sua stessa voce fuori campo dice: “dovevo pensare a
qualcosa che mi abbassasse l’adrenalina, cose brutte, l’esame di maturità, la
nonna di Rocco morta stesa sul letto, la Fiorentina in serie B…”. Già la
Fiorentina in serie B quando nessuno se lo aspettava e come potevi aspettartelo
con Laudrup, Effemberg e compagnia? Invece successe, perché a Firenze non ce
mai stato verso di stare tranquilli con la Fiorentina, in un modo o nell’altro
nemmeno si fosse ancora nel rinascimento spietato dei Medici, dei Pazzi e degli
Strozzi, quando un giorno sì e un altro pure, qualcuno veniva trovato in braghe
e camiciona bianca impiccato all’inferriata di un balcone. Ne ho approfittato
per venire a trovare un amico, Gianni o Giannino, perché da ragazzi lui abitava
nel mio paese, e diventammo molto amici. Giannino era un tipino tutt’ossa,
dagli occhi stretti a fessura, i capelli tagliati a vanvera, magro scoglionato
e bianco come un cero, al punto che quando andavamo al mare doveva usare una
protezione da bimbo per non incappare in bruciature da grill. Della stessa età
e dello stesso scaglione, venimmo insieme giusto qui a Firenze alla mitica
Caserma "Cavalli" per fare la visita militare, lui naturalmente
riformato per scarsità di torace, io rivedibile, poi l’anno seguente assegnato
al Car di Falconara. Oggi Gianni è padre di famiglia, ha messo su quei chili
mancanti e anche parecchi altri, si è sposato con Claudia, una biondina sveglia
di Tavarnelle, hanno una ragazza che studia a Pisa e vorrebbe fare l’avvocato
civilista (ovvio), non sia mai che manchi questa tipologia di avvocati in
Italia. Lui è rimasto fedele tifoso della Fiorentina, io, onestamente, con
l’età mi sono un pochino allontanato ma è chiaro che la maglia viola mi provoca
sempre un effetto particolare, simile a un languore di cose smerigliate e
assottigliate dall’incedere del tempo; tuttavia, il tifo resta sempre brace che
cova sotto la cenere. Lo incontro sul Lungarno Torrigiani. “Ti ricordi tuo zio
Egidio?”-“Caspita (rispondo al volo), come faccio a non ricordarlo”. Zio Egidio
abitava in via Manzoni, in uno di quei palazzoni lunghi e alti dall’intonaco
biancastro a ridosso della Porta di Beccaria e piazzetta D'Azeglio, aggraziata
da tigli e platani. Un uomo vigoroso, di estrazione contadina, autista alla
SITA, uno che zitto-zitto nel 1966 era partito col treno da Siena per Firenze,
e per un mese non si era rivisto perché decise di venire qui a calpestare melma
e detriti, a spingere carriole e spalare merda, a fare insomma l’angelo del
fango, e a Santa Croce ebbe la fortuna di essere fra coloro che in un silenzio
rotto solo dai passi degli stivali sul sagrato della Chiesa portarono fuori a
spalla il crocifisso ligneo di Cimabue. Egidio a Firenze c’era rimasto, conobbe
Rosanna, una donna di Ferrara, di quelle da cartolina degli anni Sessanta, con
il tailleur a fiori, il foulard fra i capelli neri e gli occhialoni da sole che
pareva un attrice americana. Anche lei venne qui per aiutare, anche lei una
volontaria. Si misero insieme, senza sposarsi, non ebbero figli, e purtroppo lei
morì prematuramente e da quel giorno lo zio cominciò a inclinare la testa di
lato, a fiutare la vecchiaia, a vedere un orizzonte più breve. Ah, Dio bono, lo
zio aveva un idolo, Julinho, (detto Giulio) uno degli eroi del primo scudetto.
Lo volle a tutti i costi Fulvio Bernardini che nel 1954 da allenatore della
Fiorentina andò in Svizzera a vedere i Mondiali e gli bastò quella rete segnata
dal brasiliano all'Ungheria di Puskas per correre a una cabina del telefono
cercando di convincere il presidente Enrico Befani (un industriale tessile di
Prato, provvisto di denaro e ambizione ma anche di notevole senso
organizzativo) ad acquistarlo dalla Portoguesa, e questo giocatore longilineo,
con i baffetti alla Clark Gable, figlio di un droghiere di San Paolo, fece una
coppia favolosa insieme a Miguel Montuori, talmente favolosa che per poco,
aggiungo per una birbonata subita in finale, non ci scapperà di vincere anche
la Coppa dei Campioni. Oh, quasi meglio del lampredotto di Natalino. Gianni
aveva una foto, anzi no, una figurina di Kurt Hamrin, l’uccellino, se non
rammento male regalata e ritagliata da una pagina del “Brivido Sportivo” il
giornalino che si vendeva davanti ai cancelli dello stadio prima delle partite,
autografata sul retro, e la teneva nel cassetto della camera da letto insieme
ai libri di Joseph Conrad. Ad un certo punto, Gianni la tira fuori dalla tasca
e me la dà. E io, siccome ci si commuove spesso a una certa età, che come
diceva Ernesto Sabato è sempre un’età incerta, mi sono messo quasi a piangere,
guardando vitreo l’acqua limacciosa dell’Arno scorrere mogia verso Ponte
Vecchio. “Grazie, adesso sai cosa, facciamone una copia, così ce l’abbiamo
entrambi”-“Già fatta, eccola". Io, lui e mio zio le abbiamo viste tante di
partite, sotto la pioggia, con l’impermeabile giallo, abbiamo visto Bertoni e
la "luce" Giancarlo Antognoni, abbiamo visto la maglia innovativa dei
Pontello, abbiamo patito la rabbia del tricolore sfumato, abbiamo visto la
faccia da gringo di Passerella, l’aria disincantata di Socrates (chissà se avrà
letto davvero Antonio Gramsci in italiano... a vederlo più che a un dottore o a
un compagno di partito assomigliava a un profeta assorto), abbiamo visto un
goal da urlo di Monelli al Napoli, le "bombe" di Ramon Diaz, una
serpentina di Nicola Berti contro la Juve, e la rete di rapina del povero
Borgonovo all’Inter, in un incontro pazzesco, vinto in rimonta per 4-3.
Straordinarie furono le trasferte “forzate” e spensierate al Curi di Perugia
durante la "maledetta" Coppa UEFA 1989/90, con tanto di
"foca" Nappi, trasferte dovute al restauro del Comunale, compresa la
doppia finale con "lei" per dirlo alla Mario Ciuffi e allegato
ennesimo attacco d'ira, ma cosa vuoi, il destino, la predestinazione, il calcio
è metafora e va preso nella sua finissima filosofia, e beffa su beffa pure
cornuti in quelle giornate complicate dell'anno bislacco della retrocessione,
condite dalla disperazione di Agroppi arrivato per salvare la baracca ma la
baracca stava priva di fondamenta e ogni volta che il povero Aldo usciva dal
campo non saprei dire se fosse più sconsolato o avvilito. Poi in un crescendo
rossiniano rivedo “Vittorione”, in piedi sulla balaustra, capopopolo sincero ma
un pò bischero, che una volta rischiò di scivolare giù a tonfo nel parterre;
rammento l'esultanza per la Coppa Italia del '96 vinta contro l'Inter, fino a
quel tragicomico carnevale del 1999 quando Edmundo volle per forza tornare in
Brasile a ballare la samba e non solo, e Batistuta, per la legge di Murphy, si
fece male, e i fischi del Trap in panchina non servirono più a niente perché lo
scudetto sfumò, maremma impestata. Fu il mio ultimo campionato da abbonato, mio
zio cominciava a sentirsi stanco, le partite preferiva vederle alla TV, e
Gianni ormai il fine settimana, dopo la nascita di Claudia, restava in famiglia
e mica potevo dargli torto. Certo dopo ci fu il fallimento, la C2, la neve di
Gubbio, ci furono Luca Toni e una salvezza partendo da -15, ci fu Alberto
Gilardino e una vittoria ad Anfield Road. Inevitabilmente, giacché così va la
vita, dice Kurt Vonnegut, ci ritrovammo al funerale di mio zio deceduto in un
anonimo mercoledì di novembre, nel solito grigiore umido dei funerali
d’autunno, che per carità sono sempre tristi ma per lo meno, (paradosso per
paradosso) li rendono più gravi e di conseguenza più veri. Stavamo lassù,
appoggiati a una balaustra di San Miniato al Monte e ci ricordammo di una delle
frasi teatrali da combriccola di “Amici Miei” pronunciate ogni tanto da mio zio
quando diceva di sbellicarsi dalle risate ogni volta che si ritrovava qui fra
l’argento degli ulivi e l’oro della Basilica dove riflessa nei marmi ogni
preoccupazione è sopita: “Vedi, si potrà dire "pora" Fiorentina che
non vince mai niente, nemmeno una coppetta di cartapesta, per forza manca Julinho,
ma li vedi tutti questi ovali fumé, tutto questo caravanserraglio di croci,
tutti onesti, tutti avveduti, tutti ottimi mariti e ottime mogli, tutti figli
integerrimi, coscienze dritte, compendi di bontà, anime delicate... macché,
“gnamo” dai, si magari qualcuno, ci mancherebbe, in ogni caso chi oserebbe
contestarle adesso? Ecco un’impresa più facile di far vincere qualcosa alla
Fiorentina, un’impresa alla mia portata: sbattetemi qua dentro e spendete due
bugie quando verrò per rimanere". Con Gianni ci siamo salutati, in mano
quella figurina, la metterò in un cassetto, da qualche parte dovrei avere
ancora "Linea d'Ombra” e, mea culpa, non l'ho mai finito di leggere, lo
farò, promesso, sperando che nelle ultime pagine del libro quel giovane
neocapitano di marina riesca a mettere in salvo il suo veliero nel porto di
Singapore. Auguri Fiorentina.
