lunedì 13 aprile 2026

FRIED OLIVES


Toh, c’era pure Oliver Bierhoff nell’Ascoli quel giorno dentro uno stadio di Wembley che aveva ancora la pista per le corse dei cani e quella enorme copertura ovale sembrava dover inghiottire l’ombra; già il tempio dava segni d’abbandono come una vetusta intestazione postale monarchica tutta stropicciata, irrecuperabile o inservibile, nel borbottio, nel raschio e nel suono di fanfare. Sotto di una rete l’Ascoli si mosse alla ricerca del pareggio, impaziente, e la palla giunse proprio nei piedi dell’asciutto attaccante tedesco, il cui arrocco nel soffocante cimento dei centrali del Notts County, troverà modo di concedere spazio al compagno di reparto, il capelluto Walter Mirabelli che siccome non aveva ancora trovato una rete in campionato pensò bene di infilare, in un ammicco di eccentricità, il pallone alle spalle di Steve Cherry, un ragazzino di Nottingham, mettendo così a referto la sua prima segnatura stagionale nello stadio sicuramente più importante in cui avesse mai giocato. Ascoli incastonata tra i monti, i sentieri, gli eremi, eppure il mare lo senti, lo avverti, non è mica troppo lontano, Ascoli  della “domenica ascolana”, quella dei versi del poeta fiorentino Mario Luzi, sposato con una marchigiana, maestro dell'ermetismo che condensò le sue impressioni della città nella suddetta composizione. Ascoli con le sue olive fritte, con il suo tartufo nero, le sue torri e lo scampanio di Sant’Emidio. L'Ascoli di Tonino Carino collegato per novantesimo minuto e l'Ascoli della finale del cosiddetto torneo Anglo-Italiano datato 1994/95 quello riservato alle squadre cadette, quando i bianconeri erano allenati da Alberto Bigon, raggiunse l’atto conclusivo della manifestazione e fu accompagnata all’ingresso in campo dall’ex attaccante gallese John Charles, il “gigante buono”, indossando una ammiccante divisa rossa griffata “Admiral” fra le più iconiche mai usate nella storia di un club, nato nel novembre 1898 per volontà di dodici giovani ascolani che fondarono la compagine in Via delle Canterine intitolandola inizialmente alla memoria di un colonnello garibaldino. Era nato, in embrione, il “Picchio Ascoli Calcio 1898” dal nome dell’uccello consacrato al Dio Marte che si posò sulle insegne dei Sabini in cerca di una terra da edificare e coltivare. Il fatto che l’Ascoli vestisse Admiral fu episodio piuttosto insolito poiché la ditta aveva dichiarato bancarotta da diverso tempo nonostante la popolarità di un marchio che aveva assolutamente influenzato il design di molte squadre e raccolto il culto sempre cauto degli sportivi. Tuttavia, come spesso accade, il successo portò con sé sfide sempre più grandi che non sempre il management riuscì a reggere. I costi di produzione iniziarono a superare i ricavi delle vendite in molti casi, e gradualmente i club iniziarono a cercare offerte più vantaggiose presso marchi concorrenti e la Admiral si trovò a competere con giganti dell’industria sportiva che potevano offrire contratti più lucrativi e una distribuzione globale. L’azienda, che aveva basato il suo successo sull’innovazione e sul coraggio di osare, si trovò improvvisamente in difficoltà nel tenere il passo con la rapida evoluzione del mercato. Il colpo di grazia arrivò quando alla fine del 1982 metà del “portfolio” della Admiral passò all’Adidas mentre l’altra metà si spostò verso Umbro. Però “Quel giorno a Wembley”, grazie a un imprenditore olandese che tentò di riabilitare l’azienda nel mondo del calcio (andrà molto meglio con il cricket) l’Ascoli indossò questa maglia griffata Admiral, ricercatissima, ormai praticamente introvabile. Era il 19 marzo, una domenica uggiosa di nuvole, la Festa del Papà, un Papà che ad Ascoli purtroppo se ne era andato giusto pochi mesi prima di quella partita così carica di prestigio: Costantino Rozzi. Rozzi non era un patron, ma un patriarca. La sua gestione era familiare, carnale, fatta di abbracci e battute in dialetto, di telefonate a mezzanotte e di un senso dell’appartenenza che oggi, nel calcio-azienda, si è dissolto. Un presidente che piangeva e rideva con i suoi giocatori, che li chiamava “figli”, la bussola di tutta una cittadina. Il portento comincerà nel 1974, quando l’Ascoli approdò in Serie A per la prima volta. In panchina Carlo Mazzone, romano verace, uomo di pancia e passione, e per questo sussidio empatico, uno come Rozzi non poteva non considerarlo una sorta di fratello. In campo ci sono nomi come Gianfranco Bellotto e Adelio Moro, più avanti un giovanissimo Giuseppe Iachini. La squadra, costruita con pochi soldi ma con idee chiare e spirito operaio, si salvò conquistando il cuore di tutti. La stagione 1979-’80 l’Ascoli chiuse al quarto posto, il miglior risultato della sua storia sfiorando la partecipazione alla Coppa UEFA. Un’impresa quasi mistica, con Rozzi a bordo campo, in cappotto e calzini rossi, e ad ogni partita interna il Del Duca diventava un piccolo teatro popolare, con quella fierezza tutta d’intestazione picena che sembrava voler spingere la palla oltre la linea, casomai non fossero bastate le gambe dei giocatori, Insomma da Mazzone a Boškov, passando per Renna, Gibì Fabbri e Sonetti, fino a allenatori come Ilario Castagner e giocatori di rango come Dirceu, Bierhoff, Casagrande e Bruno Giordano nella seconda parte della sua presidenza. Durante la fase eliminatoria del torneo Anglo- Italiano di cui si conserva un programma molto ben curato, l’Ascoli aveva superato il Wolverhampton e il Tranmere fuori casa mentre ad Ascoli si era imposto sullo Swindon Town e aveva pareggiato con il Notts County che poi affronterà nella finale. Nella semifinale del lato italiano i bianconeri fecero fuori invece l’Ancona nel doppio derby andata-ritorno. I dorici dopo la vittoria al Del Duca (0-1) erano quasi convinti di essere in finale, ma nel ritorno l’Ascoli ribaltò il punteggio (1-2) grazie a una doppietta di  Beppe Incocciati e all’epoca le reti in trasferta valevano doppio. A Wembley la rete del momentaneo pareggio del “Picchio” contro il Notts County, destinato alla retrocessione in terza serie e allenato dalla coppia Wayne Jones-Steve Nicol, fu segnata (ironia della sorte) da Walter da Mirabelli, attaccante come accennato mai a bersaglio in campionato, e infatti subito dopo cominciò guarda caso una leggera pioggia mista a neve tanto da dover accendere in anticipo i riflettori, e il Notts County che nel simbolo ha una Gazza e gli stessi colori dell’Ascoli (oserei dire per errore di spedizione anche quelli della Juventus o meglio viceversa) ebbe la meglio grazie  a una punizione di Devon White allo scadere del primo tempo, sulla quale forse il buon Marco Bizzarri poteva fare di meglio e sulla faccia di Bigon, seduto nelle larghe panchine dello stadio londinese, apparve un leggero ghigno da veggente laico. Si dimetterà sul volo di ritorno.  

                                       


FRIED OLIVES

Toh, c’era pure Oliver Bierhoff nell’Ascoli quel giorno dentro uno stadio di Wembley che aveva ancora la pista per le corse dei cani e quell...