Situazionismo spicciolo, calcoli e fondi di magazzino, tutta gente che due conti i tasca doveva farli e sapeva farli, mica come quegli americani ricchi che venivano in vacanza sulla Costa degli Etruschi e nonostante le spiegazioni sulla funzione delle necropoli un pochino tendevano a sghignazzare su tutte quelle strane buche o grotte, dette tombe, piene di oggetti personali, abiti, ornamenti, armi, utensili domestici e provviste utili ad accompagnare il defunto nel suo viaggio e garantire il suo status sociale anche nell'oltretomba, ma sono americani e non riusciranno mai a dialogare con chi a differenza loro ha alle spalle millenni di storia e seppur pesanti e polverosi se li porta dietro con infinito orgoglio. Lasciamo stare. In pratica, tornando in incipit, all’ultima giornata di campionato, quella valevole per la promozione in Serie C2 datata 1987/88 a Cecina dovettero prendere una decisione. Bisognava sostanzialmente non usare la divisa indossata per tutta la stagione e acquistare una nuova muta di maglie, in quanto, in caso di successo era pressoché chiaro che quelle magliette, quei pantaloncini e persino quei calzettoni sarebbero finiti preda dei tifosi in festa. E siccome all’epoca le maglie da calcio, in queste categorie (mescolate di terra, gesso e erbetta timida) te le facevano pagare e non te le regalavano a vagonate intere come avviene oggi perlomeno nei top club, andavano conservate diciamo un altro anno, se ancora in buone condizioni, al limite per ovviare a qualche inevitabile strappetto si portavano a rattoppare da mani esperte di sarte. Il Presidente Riccardo Riccucci e il direttore sportivo Fabrizio Callai si recarono allora in un negozio di articoli sportivi e ordinarono una quindicina di maglie del Barcellona, prive di emblema societario, ma insomma si capiva, quelle erano, e l’ultima giornata in casa contro i bianconeri del Roteglia nello scalcinato stadio “Loris Rossetti” locato fra le case di Via Giacomo Puccini e Via Catalani (toh la coincidenza...), il Cecina entrò in campo con questa inconsueta divisa che in fondo, in quel particolare momento, blaugrana o rossoblù, poco importava, d’altra parte il tempo stringeva e non si stette troppo a pensare alla scala di colori leggermente virata dall’originale. Certo mancava il simbolo d’ogni cecinese che si rispetti ossia “l’Omino di ferro” appuntato in mezzo allo stemma, perché l’omino di ferro a Cecina è un’istituzione, anzi è dappertutto. La sua riproduzione in terracotta viene regalata in qualsiasi cerimonia, nei matrimoni, il periodico comunale lo richiama nel nome, una statua figura al centro di piazza XX Settembre… Ma chi era? Alla biblioteca Comunale mi spiegano che il mito, tramandato dalla voce popolare per generazioni, risale all’epoca in cui a Cecina c’erano in partica solo il castello del Fitto Vecchio, la stazione postale, poche sparute case coloniche e molte paludi, citando a braccio il libro “Cecina tra storia e leggenda”, di Bruno Genovesi e Fabio Guerrini. I calessi e le dirigenze che transitavano da queste parti erano spesso preda degli assalti di briganti armati di moschetti che spadroneggiavano incontrastati, senza gendarmi a dar loro la caccia. Pare che l’Omino di ferro, così ribattezzato per il coraggio dimostrato, la forza di piegare ferri di cavallo a freddo e la mira eccezionale, altri non fosse che il “mastro di posta”, che aveva il compito di mantenere libera la zona dai cinghiali e dai numerosi serpenti e lavorava come oste. Nella sua locanda trovavano ristoro i pochi viaggiatori, visto che quella di Cecina era l’unica stazione di posta tra Livorno e San Vincenzo. Grazie al suo impegno contro i banditi, il personaggio conquistò una grande notorietà, divenne un personaggio temuto e rispettato, meritandosi l’appellativo per cui è passato alla storia, ora valorizzata dalla comunità. Prima di tornare al calcio, aggiungo, per chi erroneamente tendesse a pensare che esista una Maremma toscana diversa da quella grossetana, che non corriponde a verità poichè anche qui, prima delle bonifiche si moriva si malaria. Cecina Mare un tempo si chiamava molto più modestamente Cecina Marina e, appunto, esistevano paludi malfamate lungo la costa. Si diceva, ad andarci a una cert'ora la sera, c'era da buscarsi ancora la malattia. Fu solo dopo la Grande Guerra, che aihmè inghiottì esistenze, risorse e lavoro, che lentamente Cecina con una modesta tramvia a cavalli si ricongiunse alla spiaggia dopodichè è stata creata, attigua una meravigliosa pineta, un sobborgo Marittimo rinominato “Marina di Cecina” con case, ville, ristoranti, rotonde balneari e cabine da bagno. A dire il vero, forse non sarà come a Livorno dove già a fine Settecento si potevano vedere le prime strutture per le “bagnature di mare o bagni di sole”, comunque questa sorta di “cordone ombelicale” urbanistico fra Cecina e la sua frazione in riva al mare la si può anche riscontare nelle pagine di Carlo Cassola, l’autore di “La ragazza di Bube”, che a Cecina era venuto a metter radici per qualche tempo nell’estate del 1949 per esercitare il mestiere di professore al liceo Fermi. In un altro romanzo cult dell’universo “cassoliano” come “Il taglio del bosco” (siamo qualche decennio più avanti) non ci sono più tram trainati da cavalli bensì gli autobus: Pepo e Alfonso vanno a Cecina Mare ma pagano lo scotto della capatina in trattoria perché arrivano tardi alla fermata e siccome avrebbero dovuto aspettare un’ora decisero di fare a piedi i due chilometri che separano Cecina da Marina. Adesso gli edifici si sono moltiplicati e la distanza è la metà della metà, anzi quasi non ce n’è. Di più: il bagnino-ragazzino che accompagna Anna dice fiero di essere di Marina. Insomma, Cecina luogo di mare e di vacanza il fruscio del mare, la sabbia, il classico rumore delle cicale, che viene dalla pineta. Quel rumore, come diceva mio nonno che le cicale lo fanno con la pancia. Un ronzio monotono, ma in fondo a me sembra il simbolo dell'estate. E poi quello stadio, Il Marconi, arso dal sole con un paio di tribune ai lati dove nel 1988 al Bar Fiorenza finiranno anche i semi salati e alla pasticceria Mille dolci appena fuori l’ingresso principale fecero affari d’oro, perché come accennato per la prima volta vide una serie professionistica vincendo il torneo Interregionale superando di un paio di punti in classifica quel Carpi che un giorno ancora lontano a venire , pensa te, finirà pure in Serie A. L’Associazione Calcio Cecina nacque nel 1924 ma la sua stabilità nel mondo sportivo arriverà quattro anni più tardi. La promozione del 1988 fu merito di mister Andrea Prunecchi e non fu un salto nel vuoto perché i rossoblù resteranno nella categoria per otto anni con discreto rendimento. Al Cecina si era avvicinato da qualche anno lo sponsor “Belfiore”. Una delle maglie del periodo (non quella della foto, comunque non male) fu una divisa inquartata in 4 rettangoli simmetrici rosso e blu, presenti sia nel fronte che nel retro della maglia, a parti invertite; le maniche speculari, il colletto è invece blu. Sul retro troviamo i numeri serigrafati in vernicetta bianca. Al centro della maglia, con una toppa bianca cucita alla maglia, troviamo lo sponsor commerciale una locale azienda conserviera a carattere familiare attiva fin dal 1952 e fondata dall’omonima famiglia di origini molisane. E questo fu lo sponsor presente quando il club rossoblù fu promosso in serie C2 nel 1988. La squadra (si dice sempre in queste occasioni ma indubbiamente è vero perché quando si ottiene un risultato di prestigio la cosiddetta chimica di gruppo è presente o quantomeno formulata in dosi corrette) riuniva un gruppo di giocatori giusti per quel tipo di adempimento, partiti per centrare la salvezza in tempi brevi e poi invece addirittura saliti di categoria. Certo, la fortuna, trottola indispensabile, ha aiutato, perché a Pietrasanta vincemmo per caso a Carpi fu una battaglia decisa da episodi. Tuttavia, il resto era esclusivo merito loro. Francesco Filippeschi, Michele Guzzardo e Gianni Lecci sono alcuni dei ragazzi cresciuti nel vivaio e pronti, con i senatori Eugenio Zangrillo e Luca Peselli, a onorare la casacca versando non trascurabili contributi personali alla causa. Enrico Barsotti e Luca Manzi, gli autori del “Romanzo rossoblù”, li ricordano con piacere tra le pagine piene di aneddoti, risultati, soprattutto emozioni, cosi come il capitano Massimiliano Mancini, l’esperto portiere Luciano Marianelli, il terzino Alessandro Caioni, e poi Marco Cei, Rinaldo Nanni, il regista Stefano Mancini, Daniele Castorani e il bomber Walter Cardinali che era il figlio di Marco Cardinali, il direttore del celebre “Vernacoliere” ma a dire il vero dopo la retrocessione seguita a uno spareggio perso nel 1996 la Cecina del calcio ebbe sempre meno da ridere.
