Sembrava quasi fatta. La
semifinale d’andata di Coppa UEFA del 10 aprile 2003 era stata una di quelle a
cui “A Bola” in genere dedica titoli a caratteri importanti. Il Boavista aveva
sfiorato la vittoria al Celtic Park, uno stadio ritenuto quasi inespugnabile;
dopo quel pareggio per 1-1, mancava solo il ritorno in casa nella catinella
inquartata del “Do Bessa” esalante odore di “francesinha”, un panino
sostanzioso a base di carne e formaggio. Qualificandosi, le “Panteras”
avrebbero raggiunto la loro prima finale europea dando vita a
uno storico derby tutto portoghese contro i rivali cittadini del Porto che
avevano praticamente già fatto fuori la Lazio. Invece, dopo ottanta minuti di
dominio e occasioni sprecate, Henrik Larsson spezzò i sogni di gloria del
Boavista mandando gli scozzesi a contendere il trofeo in quel di Siviglia.
Ecco, se vogliamo, le avvisaglie della crisi del Boavista cominciarono quella
maledetta sera. Ora però, rimettiamo la puntina del giradischi, anzi meglio
dire del grammofono, esattamente cento anni indietro da quel giorno. I fratelli
Harry e Dick Lowe, inglesi da stampo utili per le riviste di somatologia dell’epoca, forse un
pochino troppo pallidi nonostante quel sole da proscenio di Oporto, i capelli
chiari con la basetta a fedina, qualche lentiggine da copione, gli occhi a
mezz’asta pronti a drizzarsi come bandiere di mille mercantili alla vista di un
buon bicchierino di Gin anche se lì, in Portogallo, avevano cominciato ad
apprezzare taluni vini locali, si direbbe liquorosi. Lavorano in un’industria
tessile a Ramalde, piccolo centro a sé stante, una frazione, pronta ad essere
inglobata nella cerchia urbana della città, inclusa in un’ampia area dai
confini imprecisati conosciuta come “Boavista”, che dalla rotonda di Praça de
Mouzinho de Albuquerque si sviluppava lungo l’omonima Avenida e in circa cinque
chilometri arrivava all’oceano. La fabbrica risultava di proprietà di William
Graham, grandi baffi a manubrio, bombetta d’ordinanza e orologio a cipolla nel
taschino del panciotto in tweed, solo che lui a Oporto preferisce i fumi e
l’aria frizzante di Glasgow ma naturalmente si teneva ben informato sulle
attività e sui bilanci attraverso una fitta corrispondenza con i due di cui
sopra. In una lettera del 1903 spedita dal Regno Unito e timbrata dalle poste del
nuovo Re, Sua Maestà Edoardo VII, venne allegato un pacco inviato dal padre di
Dick e Harry contenente un inconfondibile pallone da calcio: vescica di maiale
incamiciata con robuste strisce di cuoio cucite a mano. Loro a dire il vero preferiscono
il Cricket, tuttavia Football signori, anzi Boavista Footballer’s, così infatti
si chiamerà la squadra mista composta da operai inglesi e portoghesi che fra il
perplesso e il divertito cominciano a sgambare sul terreno di “Bessa” in
completo nero, almeno fino a quando le pulsioni identitarie provocheranno un
diverbio: i portoghesi cattolici non vogliono giocare alla domenica, gli
inglesi per lo più anglicani, pretendono di giocare al sabato. Il diverbio non
può essere sanato se con uno scisma definitivo: nella primavera del 1910
nascerà il Boavista Futebol Clube, pura sangria portuguese. La maglia classica,
come l’abbiamo conosciuta, ossia uno degli elementi più iconici del Boavista appare
a partire dal 1933, quando il club adottò la celebre divisa a scacchi bianchi e
neri. Si dice che l'ispirazione toccò il Presidente del periodo, tale Artur de
Oliveira Valença, che durante un viaggio in Francia vide una squadra francese con quel
particolare tipo di disegno e subito la vorrà adottare a simbolo di un club che
aveva l’ambizione di essere "diverso" e riconoscibile. Indossare
quella maglia da allora significò far parte di una famiglia, di un quartiere e
di un popolo che non temeva nessuno, guadagnandosi il pleonastico soprannome di "Os
Axadrezados" (gli scaccati). Ora, leggere l’albo d’oro del campionato
portoghese resta un esercizio per rilassarsi, una sorta di meditazione o di
yoga, chiamatela come volete, che ogni bravo psicoterapeuta dovrebbe
prescrivere ai suoi pazienti affetti da ansia e attacchi di panico. Una litania
con effetto sedativo in cui si leggono essenzialmente tre nomi: Benfica, Porto,
Sporting Lisbona. Le uniche due eccezioni in calce riportano 1946 Belenenses e
2001 Boavista, il fatto poi che i due club si odino è implicazione di ordine
cavilloso sulla quale non mi soffermerei. Il nome da spendere casomai è quello di Valentim dos Santos Loureiro, accademico, barba
da dissidente, socialdemocratico senza troppa convinzione che assunse il
controllo del club a scacchi nel 1974, una data fondamentale per la storia sociale
e politica del Portogallo: il 25 aprile, la Rivoluzione dei Garofani aveva abbattuto
il regime salazarista e aperto il paese al rinnovamento; sul fronte sportivo,
questo consentirà la fine del monopolio statale sulle società di calcio e
l’emergere di alcuni nuovi club, in particolare nel nord del paese, da sempre
avverso alle squadre dell’area di Lisbona, che invece godevano di maggiori
favori governativi. Nel 1975 arriverà la prima vittoria nella coppa nazionale
(la cosiddetta Taça de Portugal) battendo 2-1 il Benfica allo Stadio Nazionale
Da Luz. Si trattava del Boavista di Salvador Almeida e Manuel Barbosa allenato
da José Maria Pedroto che a fine gara afferrò il trofeo con entrambe le mani e inscenò
un siparietto dove allontanava tutti cercando di far credere che quella coppa
lui non l’avrebbe ceduta nelle mani di nessun altro. Va da sé che l’anno di
grazia inciso nella mente di tutti è quello di inizio millennio, la stagione
2000/01 quando già il vecchio Loureiro aveva passato il timone della società al
figlio João, fino ad allora noto come il cantante di un gruppo pop. Va detto
che per lungo tempo, il club fu oscurato dal suo illustre vicino cittadino, il
Porto, avendo la reputazione di essere una squadra satellite e un vivaio per le
"tre grandi". Spesso, i suoi migliori giocatori o le sue giovani
promesse venivano ingaggiati da club più blasonati: Jimmy Floyd Hasselbaink e
Nuno Gomes sono solo un paio di esempi di giocatori che hanno poi avuto
carriere di successo dopo l'esperienza all'Estádio do Bessa. A dire il vero
anche quella del 2001 non risultava squadra nemmeno irresistibile anche a
vederla in controluce di una bottiglia di Brandy, eppure venne costruita saggiamente.
In porta un nome noto: Ricardo Alexandre Martins Soares Pereira, più conosciuto
come Ricardo; all’epoca ventiquattrenne, che l’anno prima aveva sottratto il
posto di titolare al camerunense William. In difesa, i centrali sono il
capitano Litos, cresciuto nel vivaio, e Pedro Emanuel poi campione d’Europa con
il Porto di Mourinho. A sinistra Erivan, a destra uno tra Rui Oscar e Nuno
Frechaut. Centrocampo a tre: i due mediani sono Rui Bento, giocatore di
rottura, poco avvezzo al goal ma grandi polmoni e buona dose di grinta; Petit che
fino a quel momento aveva vagato tra squadre di basso livello, infine uno tra
Pedro Santos e Geraldo a completare il reparto. In attacco: Martelinho,
attaccante piccolo e veloce, reduce da una stagione pessima in cui non era mai
riuscito a trovare la via della rete, Whelliton, giunto due anni addietro dal
Corinthians, Elpidio Silva, appena acquistato dallo Sporting Braga, Duda,
giunto dall’Alverca dove non aveva impressionato. L’allenatore però è Jaime
Pacheco: quarantadue anni, alle spalle una stagione al Vitoria Guimaraes. Da
giocatore era stato una bandiera dei rivali cittadini, il Porto, con il quale
aveva vinto la Coppa dei Campioni del 1987 e non solo. Pacheco
riuscì a motivare i giocatori che non rendevano al meglio e instillò in loro
una forte etica del lavoro, che divenne la pietra angolare della sua filosofia
calcistica. Pacheco veniva talvolta paragonato a un sergente dell'esercito e,
grazie alle sue doti organizzative, trasformò il Boavista in una delle squadre
più ostiche d'Europa. Lo stesso Fabio Capello disse della sua squadra:
"Nessun altro in Europa gioca in questo modo". Senza ombra di
dubbio l’uomo che dette qualcosa in più fu è il fantasista boliviano Erwin
Sanchez, soprannominato affettuosamente Platini. In sostanza quel Boavista non rappresentava
una squadra fenomenale, ma aveva carattere, giocava un calcio offensivo e stava
acquisendo una certa esperienza in Europa. A otto giornate dal termine, il Boavista poteva
concedersi il lusso di sei lunghezze di vantaggio su Porto e Sporting. La
missione, imprevista in partenza, apparve fattibile, c’erano entrambi gli
scontri diretti da giocare, in particolare il ritorno con il Porto all’ultima
di campionato fuori casa al Dragao. Ma a due giornate dalla fine il Boavista può
sfruttare i quattro punti di vantaggio sul Porto e nella gara interna decisiva contro
il Desportivo Aves non ci sarà mai partita (e non doveva esserci): le pantere
cinsero d’assedio gli ospiti e passarono in vantaggio a metà del primo tempo
grazie ad una punizione di Erwin Sanchez, deviata da José Soares. Nella
ripresa, Elpidio Silva e Whelliton suggellarono la vittoria: finirà 3-0 e il 18
maggio 2001, per la prima e unica volta, il Boavista sarà campione di
Portogallo a cinquantacinque anni di distanza dal successo del Belenenses nel
dopoguerra. I bianconeri chiuderanno il campionato con 77 punti contro i 76 del
Porto e i 62 dello Sporting, completamente schiantato nel finale; un titolo
conquistato perdendo appena 3 partite e vincendone 16 su 17 al Do Bessa, vero trascinatore
emotivo della squadra durante tutta la stagione. Purtroppo, le notizie d’attualità
ci dicono che il Boavista è fallito. Già da qualche tempo, l’aria che si
respirava attorno alla situazione finanziaria del Boavista non era delle
migliori: dalle notizie delle bollette del centro sportivo non pagate a quelle
che riferivano di uno stadio inagibile, anche per via di un mancato pagamento
di 7 milioni di euro nei confronti della ditta che si era occupata della
ristrutturazione dell’impianto. Mesi in cui il presidente Gerard Lopez è
rimasto sostanzialmente in silenzio fino alla svolta degli ultimi giorni,
l’esplosione finale di una miccia accesa di fatto nel 2021, anno in cui Lopez
aveva rilevato i due terzi delle quote del club. Alla retrocessione in seconda
divisione, infatti, si è aggiunta la tegola di alcune scadenze bucate in
maniera rocambolesca. I giornali locali hanno riportato l’esistenza di un
profondo rosso nei conti e del ritardo di un bonifico dall’entità tutto sommato
contenuta (2,5 milioni di euro) che ha fatto saltare in aria il club. E adesso?
Il fallimento di una squadra di calcio è molto più di una crisi finanziaria;
rappresenta una vera e propria frattura sociale e culturale per un'intera
comunità, la perdita della memoria storica. Nello sport, i club non sono soltanto un'azienda commerciale, ma i custodi di un racconto condiviso e di un senso di
appartenenza territoriale che definisce un'identità collettiva, il collante di generazioni diverse di tifosi, perderlo, lascia un vuoto incolmabile, una frattura. In ogni caso, “Boa
sorte panteras”, per quello che può valere.

