Esplosioni, ordini gridati dentro al fumo nero. Gli ultimi colpi di artiglieria vennero sparati alla mattina, poi solo qualche raffica di mitra isolata, infine il silenzio malato delle macerie, dei caduti adagiati su monconi di muro imbruniti, il tanfo della guerra ghermì tutta Breslavia, bassa Slesia, come fosse la fondata di un vecchio vino stappato da anni e ormai diventato aceto. Il 6 maggio 1945, ben sei giorni dopo la caduta di Berlino anche la “Fastung Breslau” difesa da rimasugli della Wermacht e dalle milizie popolari del Volkssturm, al termine di una stoica resistenza si arrese alla stretta possente dell’Armata Rossa. Sepp è rinchiuso in uno scantinato, ha cinque anni, è tedesco, a Breslavia (che diventerà Wroclaw) la sua famiglia non è più gradita, deve tornare all'interno dei nuovi confini della sua nazione disegnati a Potsdam. Direzione di marcia convenuta Leer, Bassa Sassonia, spiagge bianche a nord, tanta pianura in attesa dello spuntare del massiccio di Harz, scorci luterani, molte prediche. Seep, è un diminutivo, il bambino dalla frangetta scura, il naso curvo e gli occhi a fessura all’anagrafe si chiama Josef Emanuel Hubertus Piontek, ha grinta da vendere, un destro dispotico, un osservatore del Werder Brema lo vede, infila qualche marco nelle tasche del presidente del Leer e lo porta sulle rive del fiume Weser dove l'allenatore Georg Knöpfle trasformò quello che sembrava un buon attaccante in un difensore roccioso. Più di trecento presenze con i Die Grün-Weißen. Con Horst-Dieter Höttges, Max Lorenz, "Pico" Schütz e Helmut Jagielski, Piontek formò nella stagione 1964/1965 la cosiddetta difesa di cemento e il Werder conquisterà la Bundesliga per la prima volta. Per festeggiare in modo adeguato “Seep” ha però bisogno di una nuova compagna da meditazione, supera alcuni controlli dei documenti doganali alla cerniera fra est e ovest, infine suona la campanella della porta al civico 9 di Muthesiusstrasse, quartiere residenziale della Berlino meridionale controllata dagli americani, per tutti li c'è “Der Pfeifenladen”, a detta degli intenditori il miglior negozio di pipe di tutta la Germania: radica regolare, venature colore occhio di pernice, fornello a schiuma di mare. Quella pipa se la porterà dietro per tutta la vita insieme al pallone. Se fosse stata una fiaba dei Fratelli Grimm, una fiaba di quelle loro, criptiche al punto giusto, adesso arriverebbe lo snodo cruciale, un grave infortunio al ginocchio che pose fine alla sua carriera cinque anni dopo quel successo, nel 1970. Ma Piontek sfrutterà quello che lui definì sarcasticamente come un inconveniente di percorso per ottenere in breve il patentino da allenatore. Esperienze locali ed esotiche, quando guiderà persino Haiti alle qualificazioni per i Mondiali argentini sfiorando addirittura la seconda partecipazione consecutiva per i caraibici, finché alle narici, mischiato insieme all’aroma di tabacco della Kohlhase & Kopp, gli arriverà salmastro il vento d’inverno del porto di Copenaghen. L’era di Josef Emanuel Hubertus Piontek detto “Seep” come commissario tecnico della nazionale danese stava per cominciare. E quest’uomo alto e severo cominciò a dirigere gli allenamenti su un piccolo campo ai margini della capitale, negli occhi di quella ventina di calciatori si accenderà la scintilla della sorpresa: stavano imparando a credere in qualcosa che fino a poco tempo addietro sembrava impossibile. Perché quando Seep Piontek arrivò in Danimarca nel 1979, ci trovò un calcio sonnacchioso, un luogo di maschere, una squadra pigra senza troppa storia da raccontare, riluttante, orbata di sogni, solo qualche trucco da collegiale e i soliti eccessi da libertini scandinavi. Gli addetti ai lavori presero a guardarlo con simpatia mista a scetticismo: chi era mai questo tizio tedesco dalle idee strane, questo fumatore di pipa presunto fabbricante di angeli, recante la convinzione che la Danimarca potesse competere con le grandi d’Europa? Piontek non si lasciò scoraggiare dai fruscii uggiosi, mostrò un sano egoismo di classe, una ragguardevole fiducia tipica di quei giocatori di biliardo con i pantaloni consumati dallo sdrusciare milioni di sponde e da fortune di secoli legate al precipizio di un maldestro colpo di stecca. Ma la sua filosofia era semplice: attaccare, osare, sorprendere, soprattutto far sentire ogni giocatore importante, responsabile del proprio talento. I primi tentativi apparvero una sorta di genesi, dal caos alla disciplina. Preben Elkjær correva come un lampo, Michael Laudrup osservava attentamente ogni indicazione, annotando nella mente ogni frase, ogni movimento. Piontek parlava poco, quando lo faceva, ogni parola era pesata su una bilancia immaginaria, ogni verbo una scintilla, quella che di lì a pochi anni avrebbe innescato la celebre dinamite. “Non temete la gloria”, - dirà una volta al gruppo riunito- “temete solo di non provarci”. Piontek non ebbe timore a prelevare personalmente i giocatori dalle discoteche, da talune alcove di lusso, li multava, dettava gli orari di sonno, di alimentazione e di lavoro. Per quel gruppo selezionato era contemporaneamente autorità legislativa, esecutiva e giudiziaria. Quando si svolse il sorteggio dei gironi di accesso al campionato europeo francese del 1984, in Inghilterra sembravano estremamente soddisfatti delle squadre che avrebbero affrontato nel Gruppo 3: Ungheria, Grecia, Lussemburgo e toh, la Danimarca, poca roba ammetterà mister Bobby Robson con un mezzo sorriso da esperto fromboliere di caccia nella brughiera. I giornali sbandierarono la solita atavica presunzione: "L'Inghilterra se la passerà liscia", titolò l'Express, il Times fu sullo stesso piano: "L'Inghilterra non avrebbe potuto scegliere avversarie più favorevoli di quelle usciti del sorteggio". Persino Ron Greenwood, il commissario tecnico uscente, intervenne dicendo: "Non si può negare che questo sia un girone molto favorevole per noi". Nessuna pressione per i tre leoni quindi, figuriamoci paura per questo saputello tecnico tedesco dal buffo soprannome di Sepp. Tuttavia, dopo che i danesi batterono sia Grecia che Lussemburgo qualche dubbio sulle reali potenzialità dei biancorossi cominciò a spuntare ispido fra l’erba di Wembley. I progressi della Danimarca gli inglesi se li trovarono di fronte quando le due squadre si incontrarono a Copenaghen nel vecchio “Idraetsparken”, un cofanetto da quarantamila posti, la sera umida del 22 settembre del 1982 nella gara d’andata valevole per il gruppo di qualificazione. L'Inghilterra uscì dalla partita con un pareggio stentoreo per 2-2, un punto fortunato, non c’era affatto del marcio in Danimarca, Allan Hansen e Jasper Holsen rinverdirono le sentenze del principe Amleto che riseppellì il teschio del Re. La Danimarca giocava un calcio fluido, se vogliamo anche malizioso e Bobby Robson fu abbastanza onesto da ammettere che la sua squadra aveva ottenuto un risultato fin troppo positivo per la borsavalori espressa sul campo: "Sarebbe stata un ingiustizia se avessimo vinto, la Danimarca è una squadra brillante". Col tempo, quella squadra da timida sirenetta da scoglio iniziò a esplodere. Le azioni diventavano fulmini di disinvoltura non estemporanea, i passaggi precisi come l’orologio del fabbro Jens Olsen, una meraviglia della meccanica situata all'interno del municipio di Copenaghen. Eccolo allora il mito della “Danish Dynamite”, una squadra che non aveva paura di sorprendere, che giocava con la leggerezza dei poeti e la precisione degli astri norreni. Questo mix si rivelò la chiave del successo. Piontek non si limitò a imporre un sistema, creò un metodo di lavoro che valorizzava le caratteristiche tecniche dei giocatori danesi all’interno di una struttura tattica solida. C’è una foto, fu scattata nel duty free dell’aeroporto londinese di Heathrow, si vede Seep Piontek, velatamente soddisfatto leggere, o fare finta di leggere, il Sun sulla cui ultima pagina il giornalista aveva titolato a caratteri pungenti: “Robson Rubbish!”. La Danimarca la notte precedente con una partita perfetta avava ingarbugliato ancora una volta l'Inghilterra. Il goal decisivo arrivò sul finire del primo tempo, quando il difensore inglese Phil Neal toccò il pallone con il braccio all'interno dell'area di rigore e l'attaccante Allan Simonsen trasformò il penalty infilando la palla alle spalle di Peter Shilton. Nel finale di gara poi il portiere danese Ole Qvist compirà per onore di cronaca una parata decisiva su un tiro ravvicinato di Luther Blissett, blindando lo 0-1. Il biglietto per Euro ‘84 sostanzialmente i danesi lo acquisirono quel giorno. Nel torneo continentale ogni partita assomigliava a una scena di un film: entusiasmo traboccante come le pinte di Carlsberg, tanti tifosi sbocciati di fresco che urlavano come se ogni rete garantisse una mezza rivoluzione. L’Europa del pallone stava finalmente notando quella squadra, e dietro ogni successo c’era Piontek, l’uomo che aveva insegnato loro a credere. Ma il suo lavoro non si fermò lì. Piontek non era solo un allenatore: era un tessitore di fiducia, un alchimista che trasformava paure in coraggio, debolezze in virtù. Un organico di spessore costituito da giocatori che si erano fatti una notevole esperienza nelle varie leghe europee, prova ne sia che nella formazione titolare provenivano dal campionato danese il solo estremo difensore, oltre a Simonsen che vissee gli ultimi spiccioli di una luminosa carriera essendo tornato a vestire la maglia del Vejle dove aveva esordito da ragazzo. Con una difesa impostata sul carismatico capitano Morten Olsen, a dispetto delle sue oramai 35 primavere, Piontek varò un trio composto da Ole Rasmussen, Ivan Nielsen e Soren Busk, mentre a centrocampo operava un quadrilatero composto da Klaus Berggreen, Frank Arnesen, Soren Lerby e Jens Bertelsen chiamato a supportare la micidiale coppia d’attacco formata da Laudrup ed Elkjaer. Un undici compatto, con cui la Danimarca scenderà in campo senza alcun timore reverenziale il 12 giugno 1984 nelle luci del “Parc des Princes” di Parigi per affrontare i padroni di casa, riuscendo nell’intento di bloccarne le iniziative, almeno fino a che, a soli 12’ dal termine, una palla vagante al limite dell’area capitò grazie a una leggera deviazione sui piedi proprio “dell’uomo sbagliato”, ovvero Michel Platini, non una buona idea, e sfera alle spalle dell’incolpevole Qvist. Adesso occorreva fare risultato contro una squadra scorbutica, la Jugoslavia, un confronto apparso equilibrato alla vigilia che, equilibrati invece non sarà affatto: 5-0, Arnesen (doppietta), Berggreen, Elkjaer e Lauridsen, con la rete di apertura del centrocampista in forza all’Anderlecht ad essere la prima per il proprio paese nelle fasi finali degli Europei, a 20 anni esatti di distanza da quella siglata da Carl Bertelsen contro l’Ungheria nel 1964 in Spagna. Questo risultato stette a significare che nella decisiva gara con il Belgio utile a decidere la seconda posizione per l’accesso alle semifinale, agli scandinavi sarebbe sufficiente un pareggio vista la débâcle belga con i francesi, ma un atteggiamento da liceale indisciplinato parve vanificare ogni trabocco di epos, Ceulemans e Vercauteren portarono i fiamminghi sul doppio vantaggio ancor prima dello scoccare del minuto quaranta. Fortuna volle che in chiusura di tempo Elkjaer subisca un fallo da rigore che Arnesen trasformò così da dimezzare le distanze e consente a Piontek di riordinare le idee, chiamare a raccolta i suoi, ancorché la “mossa vincente”, non avendo oramai nulla da perdere, costituita dall’entrata in campo di Kenneth Brylle in luogo del terzino Rasmussen. Un rischio ripagato in moneta sonante, l’attaccante dell’Anderlecht realizzò raccogliendo di testa un cross di Arnesen dalla sinistra, per il punto del 2-2 che significava qualificazione, divenuta certezza allorquando, con i belgi alla disperata ricerca di tornare avanti, Elkjaer fu protagonista di un contropiede che lo vedrà liberarsi con una doppia finta di due difensori avversari per poi superare Pfaff in uscita con un preciso pallonetto. La Danimarca tornò così a disputare una semifinale europea a 20 anni di distanza ma con ben altro percorso compiuto. Il 24 giugno 1984 allo “Stade Gerland” di Lione la sfida contro le “Furie Rosse” spagnole. Sette minuti sette, ed un cross dalla destra dell’instancabile Arnesen viene corretto dal testone da Elkjaer con la palla a sbattere contro la traversa della porta difesa da Arconada solo per consentire a Soren Lerby il più comodo dei “tap in”. A rimettere il risultato in equilibrio provvide Maceda a metà della seconda frazione di gioco, cosicché la decisione su chi andrà ad affrontare in finale la Francia, qualificatasi il giorno prima con il 3-2 ai danni del Portogallo, venne affidata ai calci di rigore. Dagli undici metri i primi quattro tentativi sono centri per ambedue le formazioni– Brylle (mandato in campo da Piontek al 113’ al posto di Morten Olsen), Jesper Olsen, Laudrup e Lerby ma Elkjaer, il quale opta per la soluzione di potenza, calcia alto sopra la traversa. Sarabia, subentrato all’ora di gioco a Julio Alberto, mantiene la giusta freddezza per scaricare un sinistro angolato alla sinistra di Qvist e guadagnare così l’accesso per l’atto conclusivo, che peraltro vedrà la Spagna sconfitta 0-2 dai padroni di casa che così festeggeranno il loro primo trionfo a livello internazionale. Alla Danimarca restano l’apprezzamento ed i complimenti per la brillantezza del gioco espresso, con i tifosi scandinavi a battezzare i loro beniamini come “Danish Dynamite” intonando il coro: “We are red, we are white, we are Danish Dynamite” che non ha bisogno di soverchie traduzioni. Una formazione forse troppo bella nello specchiarsi in sé, con quel pizzico di narcisismo che le risulterà fatale due anni dopo in occasione delle fasi finali dei Mondiali di Messico 1986, allorché darà spettacolo nel girone eliminatorio concluso a punteggio pieno – 1-0 alla Scozia (Elkjaer), 6-1 (tripletta di Elkjaer ed acuti di Lerby, Laudrup e Jesper Olsen) contro l’Uruguay e 2-0 contro i vice-campioni del mondo della Germania Ovest, con Jesper Olsen ed Eriksen a segno –, salvo poi ritrovarsi di fronte ancora la Spagna agli ottavi, sfida che la vedrà portarsi in vantaggio poco dopo la mezzora con un rigore trasformato da Jesper Olsen, salvo poi crollare ancora con la Spagna sotto i colpi di Butragueno, che firmerà un suo personale “poker” il 5-1 a favore degli iberici. Eppure, il dramma balcanico del 1992 si rivelerà benedetto per una Danimarca più operaia, passata nelle mani di Richard Møller Nielsen pronta raccogliere i frutti del lavoro di Piontek allorché centrerà nel 1992 il suo unico (al momento) trionfo europeo, superando 2-0 a sorpresa la Germania in finale. Anche dopo il ritiro, insomma l’ influenza di Piontek continuò a vibrare nella vita del calcio danese. Ogni giovane talento, ogni tecnico che osservava la nazionale, sentiva ancora la sua presenza invisibile: la rigidezza tedesca mescolata alla sagacia nordica, la disciplina fusa all’inventiva. Ci ha lasciato a febbraio, Buon viaggio Herr “Seep”.
Lettere in chiaroscuro
frammenti di memoria
giovedì 9 luglio 2026
SEEP, L'ALCHIMISTA
Esplosioni, ordini gridati dentro al fumo nero. Gli ultimi colpi di artiglieria vennero sparati alla mattina, poi solo qualche raffica di mitra isolata, infine il silenzio malato delle macerie, dei caduti adagiati su monconi di muro imbruniti, il tanfo della guerra ghermì tutta Breslavia, bassa Slesia, come fosse la fondata di un vecchio vino stappato da anni e ormai diventato aceto. Il 6 maggio 1945, ben sei giorni dopo la caduta di Berlino anche la “Fastung Breslau” difesa da rimasugli della Wermacht e dalle milizie popolari del Volkssturm, al termine di una stoica resistenza si arrese alla stretta possente dell’Armata Rossa. Sepp è rinchiuso in uno scantinato, ha cinque anni, è tedesco, a Breslavia (che diventerà Wroclaw) la sua famiglia non è più gradita, deve tornare all'interno dei nuovi confini della sua nazione disegnati a Potsdam. Direzione di marcia convenuta Leer, Bassa Sassonia, spiagge bianche a nord, tanta pianura in attesa dello spuntare del massiccio di Harz, scorci luterani, molte prediche. Seep, è un diminutivo, il bambino dalla frangetta scura, il naso curvo e gli occhi a fessura all’anagrafe si chiama Josef Emanuel Hubertus Piontek, ha grinta da vendere, un destro dispotico, un osservatore del Werder Brema lo vede, infila qualche marco nelle tasche del presidente del Leer e lo porta sulle rive del fiume Weser dove l'allenatore Georg Knöpfle trasformò quello che sembrava un buon attaccante in un difensore roccioso. Più di trecento presenze con i Die Grün-Weißen. Con Horst-Dieter Höttges, Max Lorenz, "Pico" Schütz e Helmut Jagielski, Piontek formò nella stagione 1964/1965 la cosiddetta difesa di cemento e il Werder conquisterà la Bundesliga per la prima volta. Per festeggiare in modo adeguato “Seep” ha però bisogno di una nuova compagna da meditazione, supera alcuni controlli dei documenti doganali alla cerniera fra est e ovest, infine suona la campanella della porta al civico 9 di Muthesiusstrasse, quartiere residenziale della Berlino meridionale controllata dagli americani, per tutti li c'è “Der Pfeifenladen”, a detta degli intenditori il miglior negozio di pipe di tutta la Germania: radica regolare, venature colore occhio di pernice, fornello a schiuma di mare. Quella pipa se la porterà dietro per tutta la vita insieme al pallone. Se fosse stata una fiaba dei Fratelli Grimm, una fiaba di quelle loro, criptiche al punto giusto, adesso arriverebbe lo snodo cruciale, un grave infortunio al ginocchio che pose fine alla sua carriera cinque anni dopo quel successo, nel 1970. Ma Piontek sfrutterà quello che lui definì sarcasticamente come un inconveniente di percorso per ottenere in breve il patentino da allenatore. Esperienze locali ed esotiche, quando guiderà persino Haiti alle qualificazioni per i Mondiali argentini sfiorando addirittura la seconda partecipazione consecutiva per i caraibici, finché alle narici, mischiato insieme all’aroma di tabacco della Kohlhase & Kopp, gli arriverà salmastro il vento d’inverno del porto di Copenaghen. L’era di Josef Emanuel Hubertus Piontek detto “Seep” come commissario tecnico della nazionale danese stava per cominciare. E quest’uomo alto e severo cominciò a dirigere gli allenamenti su un piccolo campo ai margini della capitale, negli occhi di quella ventina di calciatori si accenderà la scintilla della sorpresa: stavano imparando a credere in qualcosa che fino a poco tempo addietro sembrava impossibile. Perché quando Seep Piontek arrivò in Danimarca nel 1979, ci trovò un calcio sonnacchioso, un luogo di maschere, una squadra pigra senza troppa storia da raccontare, riluttante, orbata di sogni, solo qualche trucco da collegiale e i soliti eccessi da libertini scandinavi. Gli addetti ai lavori presero a guardarlo con simpatia mista a scetticismo: chi era mai questo tizio tedesco dalle idee strane, questo fumatore di pipa presunto fabbricante di angeli, recante la convinzione che la Danimarca potesse competere con le grandi d’Europa? Piontek non si lasciò scoraggiare dai fruscii uggiosi, mostrò un sano egoismo di classe, una ragguardevole fiducia tipica di quei giocatori di biliardo con i pantaloni consumati dallo sdrusciare milioni di sponde e da fortune di secoli legate al precipizio di un maldestro colpo di stecca. Ma la sua filosofia era semplice: attaccare, osare, sorprendere, soprattutto far sentire ogni giocatore importante, responsabile del proprio talento. I primi tentativi apparvero una sorta di genesi, dal caos alla disciplina. Preben Elkjær correva come un lampo, Michael Laudrup osservava attentamente ogni indicazione, annotando nella mente ogni frase, ogni movimento. Piontek parlava poco, quando lo faceva, ogni parola era pesata su una bilancia immaginaria, ogni verbo una scintilla, quella che di lì a pochi anni avrebbe innescato la celebre dinamite. “Non temete la gloria”, - dirà una volta al gruppo riunito- “temete solo di non provarci”. Piontek non ebbe timore a prelevare personalmente i giocatori dalle discoteche, da talune alcove di lusso, li multava, dettava gli orari di sonno, di alimentazione e di lavoro. Per quel gruppo selezionato era contemporaneamente autorità legislativa, esecutiva e giudiziaria. Quando si svolse il sorteggio dei gironi di accesso al campionato europeo francese del 1984, in Inghilterra sembravano estremamente soddisfatti delle squadre che avrebbero affrontato nel Gruppo 3: Ungheria, Grecia, Lussemburgo e toh, la Danimarca, poca roba ammetterà mister Bobby Robson con un mezzo sorriso da esperto fromboliere di caccia nella brughiera. I giornali sbandierarono la solita atavica presunzione: "L'Inghilterra se la passerà liscia", titolò l'Express, il Times fu sullo stesso piano: "L'Inghilterra non avrebbe potuto scegliere avversarie più favorevoli di quelle usciti del sorteggio". Persino Ron Greenwood, il commissario tecnico uscente, intervenne dicendo: "Non si può negare che questo sia un girone molto favorevole per noi". Nessuna pressione per i tre leoni quindi, figuriamoci paura per questo saputello tecnico tedesco dal buffo soprannome di Sepp. Tuttavia, dopo che i danesi batterono sia Grecia che Lussemburgo qualche dubbio sulle reali potenzialità dei biancorossi cominciò a spuntare ispido fra l’erba di Wembley. I progressi della Danimarca gli inglesi se li trovarono di fronte quando le due squadre si incontrarono a Copenaghen nel vecchio “Idraetsparken”, un cofanetto da quarantamila posti, la sera umida del 22 settembre del 1982 nella gara d’andata valevole per il gruppo di qualificazione. L'Inghilterra uscì dalla partita con un pareggio stentoreo per 2-2, un punto fortunato, non c’era affatto del marcio in Danimarca, Allan Hansen e Jasper Holsen rinverdirono le sentenze del principe Amleto che riseppellì il teschio del Re. La Danimarca giocava un calcio fluido, se vogliamo anche malizioso e Bobby Robson fu abbastanza onesto da ammettere che la sua squadra aveva ottenuto un risultato fin troppo positivo per la borsavalori espressa sul campo: "Sarebbe stata un ingiustizia se avessimo vinto, la Danimarca è una squadra brillante". Col tempo, quella squadra da timida sirenetta da scoglio iniziò a esplodere. Le azioni diventavano fulmini di disinvoltura non estemporanea, i passaggi precisi come l’orologio del fabbro Jens Olsen, una meraviglia della meccanica situata all'interno del municipio di Copenaghen. Eccolo allora il mito della “Danish Dynamite”, una squadra che non aveva paura di sorprendere, che giocava con la leggerezza dei poeti e la precisione degli astri norreni. Questo mix si rivelò la chiave del successo. Piontek non si limitò a imporre un sistema, creò un metodo di lavoro che valorizzava le caratteristiche tecniche dei giocatori danesi all’interno di una struttura tattica solida. C’è una foto, fu scattata nel duty free dell’aeroporto londinese di Heathrow, si vede Seep Piontek, velatamente soddisfatto leggere, o fare finta di leggere, il Sun sulla cui ultima pagina il giornalista aveva titolato a caratteri pungenti: “Robson Rubbish!”. La Danimarca la notte precedente con una partita perfetta avava ingarbugliato ancora una volta l'Inghilterra. Il goal decisivo arrivò sul finire del primo tempo, quando il difensore inglese Phil Neal toccò il pallone con il braccio all'interno dell'area di rigore e l'attaccante Allan Simonsen trasformò il penalty infilando la palla alle spalle di Peter Shilton. Nel finale di gara poi il portiere danese Ole Qvist compirà per onore di cronaca una parata decisiva su un tiro ravvicinato di Luther Blissett, blindando lo 0-1. Il biglietto per Euro ‘84 sostanzialmente i danesi lo acquisirono quel giorno. Nel torneo continentale ogni partita assomigliava a una scena di un film: entusiasmo traboccante come le pinte di Carlsberg, tanti tifosi sbocciati di fresco che urlavano come se ogni rete garantisse una mezza rivoluzione. L’Europa del pallone stava finalmente notando quella squadra, e dietro ogni successo c’era Piontek, l’uomo che aveva insegnato loro a credere. Ma il suo lavoro non si fermò lì. Piontek non era solo un allenatore: era un tessitore di fiducia, un alchimista che trasformava paure in coraggio, debolezze in virtù. Un organico di spessore costituito da giocatori che si erano fatti una notevole esperienza nelle varie leghe europee, prova ne sia che nella formazione titolare provenivano dal campionato danese il solo estremo difensore, oltre a Simonsen che vissee gli ultimi spiccioli di una luminosa carriera essendo tornato a vestire la maglia del Vejle dove aveva esordito da ragazzo. Con una difesa impostata sul carismatico capitano Morten Olsen, a dispetto delle sue oramai 35 primavere, Piontek varò un trio composto da Ole Rasmussen, Ivan Nielsen e Soren Busk, mentre a centrocampo operava un quadrilatero composto da Klaus Berggreen, Frank Arnesen, Soren Lerby e Jens Bertelsen chiamato a supportare la micidiale coppia d’attacco formata da Laudrup ed Elkjaer. Un undici compatto, con cui la Danimarca scenderà in campo senza alcun timore reverenziale il 12 giugno 1984 nelle luci del “Parc des Princes” di Parigi per affrontare i padroni di casa, riuscendo nell’intento di bloccarne le iniziative, almeno fino a che, a soli 12’ dal termine, una palla vagante al limite dell’area capitò grazie a una leggera deviazione sui piedi proprio “dell’uomo sbagliato”, ovvero Michel Platini, non una buona idea, e sfera alle spalle dell’incolpevole Qvist. Adesso occorreva fare risultato contro una squadra scorbutica, la Jugoslavia, un confronto apparso equilibrato alla vigilia che, equilibrati invece non sarà affatto: 5-0, Arnesen (doppietta), Berggreen, Elkjaer e Lauridsen, con la rete di apertura del centrocampista in forza all’Anderlecht ad essere la prima per il proprio paese nelle fasi finali degli Europei, a 20 anni esatti di distanza da quella siglata da Carl Bertelsen contro l’Ungheria nel 1964 in Spagna. Questo risultato stette a significare che nella decisiva gara con il Belgio utile a decidere la seconda posizione per l’accesso alle semifinale, agli scandinavi sarebbe sufficiente un pareggio vista la débâcle belga con i francesi, ma un atteggiamento da liceale indisciplinato parve vanificare ogni trabocco di epos, Ceulemans e Vercauteren portarono i fiamminghi sul doppio vantaggio ancor prima dello scoccare del minuto quaranta. Fortuna volle che in chiusura di tempo Elkjaer subisca un fallo da rigore che Arnesen trasformò così da dimezzare le distanze e consente a Piontek di riordinare le idee, chiamare a raccolta i suoi, ancorché la “mossa vincente”, non avendo oramai nulla da perdere, costituita dall’entrata in campo di Kenneth Brylle in luogo del terzino Rasmussen. Un rischio ripagato in moneta sonante, l’attaccante dell’Anderlecht realizzò raccogliendo di testa un cross di Arnesen dalla sinistra, per il punto del 2-2 che significava qualificazione, divenuta certezza allorquando, con i belgi alla disperata ricerca di tornare avanti, Elkjaer fu protagonista di un contropiede che lo vedrà liberarsi con una doppia finta di due difensori avversari per poi superare Pfaff in uscita con un preciso pallonetto. La Danimarca tornò così a disputare una semifinale europea a 20 anni di distanza ma con ben altro percorso compiuto. Il 24 giugno 1984 allo “Stade Gerland” di Lione la sfida contro le “Furie Rosse” spagnole. Sette minuti sette, ed un cross dalla destra dell’instancabile Arnesen viene corretto dal testone da Elkjaer con la palla a sbattere contro la traversa della porta difesa da Arconada solo per consentire a Soren Lerby il più comodo dei “tap in”. A rimettere il risultato in equilibrio provvide Maceda a metà della seconda frazione di gioco, cosicché la decisione su chi andrà ad affrontare in finale la Francia, qualificatasi il giorno prima con il 3-2 ai danni del Portogallo, venne affidata ai calci di rigore. Dagli undici metri i primi quattro tentativi sono centri per ambedue le formazioni– Brylle (mandato in campo da Piontek al 113’ al posto di Morten Olsen), Jesper Olsen, Laudrup e Lerby ma Elkjaer, il quale opta per la soluzione di potenza, calcia alto sopra la traversa. Sarabia, subentrato all’ora di gioco a Julio Alberto, mantiene la giusta freddezza per scaricare un sinistro angolato alla sinistra di Qvist e guadagnare così l’accesso per l’atto conclusivo, che peraltro vedrà la Spagna sconfitta 0-2 dai padroni di casa che così festeggeranno il loro primo trionfo a livello internazionale. Alla Danimarca restano l’apprezzamento ed i complimenti per la brillantezza del gioco espresso, con i tifosi scandinavi a battezzare i loro beniamini come “Danish Dynamite” intonando il coro: “We are red, we are white, we are Danish Dynamite” che non ha bisogno di soverchie traduzioni. Una formazione forse troppo bella nello specchiarsi in sé, con quel pizzico di narcisismo che le risulterà fatale due anni dopo in occasione delle fasi finali dei Mondiali di Messico 1986, allorché darà spettacolo nel girone eliminatorio concluso a punteggio pieno – 1-0 alla Scozia (Elkjaer), 6-1 (tripletta di Elkjaer ed acuti di Lerby, Laudrup e Jesper Olsen) contro l’Uruguay e 2-0 contro i vice-campioni del mondo della Germania Ovest, con Jesper Olsen ed Eriksen a segno –, salvo poi ritrovarsi di fronte ancora la Spagna agli ottavi, sfida che la vedrà portarsi in vantaggio poco dopo la mezzora con un rigore trasformato da Jesper Olsen, salvo poi crollare ancora con la Spagna sotto i colpi di Butragueno, che firmerà un suo personale “poker” il 5-1 a favore degli iberici. Eppure, il dramma balcanico del 1992 si rivelerà benedetto per una Danimarca più operaia, passata nelle mani di Richard Møller Nielsen pronta raccogliere i frutti del lavoro di Piontek allorché centrerà nel 1992 il suo unico (al momento) trionfo europeo, superando 2-0 a sorpresa la Germania in finale. Anche dopo il ritiro, insomma l’ influenza di Piontek continuò a vibrare nella vita del calcio danese. Ogni giovane talento, ogni tecnico che osservava la nazionale, sentiva ancora la sua presenza invisibile: la rigidezza tedesca mescolata alla sagacia nordica, la disciplina fusa all’inventiva. Ci ha lasciato a febbraio, Buon viaggio Herr “Seep”.
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