Toh, c’era pure Oliver Bierhoff nell’Ascoli quel giorno dentro
uno stadio di Wembley che aveva ancora la pista per le corse dei cani e quella enorme copertura ovale sembrava dover inghiottire l’ombra; già il tempio dava segni d’abbandono come
una vetusta intestazione postale monarchica tutta stropicciata, irrecuperabile o inservibile, nel borbottio, nel raschio e nel suono di fanfare. Sotto di una rete l’Ascoli
si mosse alla ricerca del pareggio, impaziente, e la palla giunse proprio nei
piedi dell’asciutto attaccante tedesco, il cui arrocco nel soffocante cimento
dei centrali del Notts County, troverà modo di concedere spazio al compagno di
reparto, il capelluto Walter Mirabelli che siccome non aveva ancora trovato una
rete in campionato pensò bene di infilare, in un ammicco di eccentricità, il pallone
alle spalle di Steve Cherry, un ragazzino di Nottingham, mettendo così a
referto la sua prima segnatura stagionale nello stadio sicuramente più importante in cui
avesse mai giocato. Ascoli incastonata tra i monti, i sentieri, gli eremi, eppure il mare lo senti, lo avverti, non è mica troppo lontano, Ascoli della “domenica ascolana”, quella dei versi del
poeta fiorentino Mario Luzi, sposato con una marchigiana, maestro
dell'ermetismo che condensò le sue impressioni della città nella suddetta composizione.
Ascoli con le sue olive fritte, con il suo tartufo nero, le sue torri e lo
scampanio di Sant’Emidio. L'Ascoli di Tonino Carino collegato per novantesimo minuto e l'Ascoli della finale del cosiddetto torneo Anglo-Italiano datato
1994/95 quello riservato alle squadre cadette, quando i bianconeri erano allenati da Alberto
Bigon, raggiunse l’atto conclusivo della manifestazione e fu accompagnata
all’ingresso in campo dall’ex attaccante gallese John Charles, il “gigante
buono”, indossando una ammiccante divisa rossa griffata “Admiral” fra le più iconiche mai usate nella
storia di un club, nato nel novembre 1898 per volontà di dodici giovani ascolani
che fondarono la compagine in Via delle Canterine intitolandola inizialmente
alla memoria di un colonnello garibaldino. Era nato, in embrione, il “Picchio Ascoli
Calcio 1898” dal nome dell’uccello consacrato al Dio Marte che si posò sulle
insegne dei Sabini in cerca di una terra da edificare e coltivare. Il fatto che
l’Ascoli vestisse Admiral fu episodio piuttosto insolito poiché la ditta aveva dichiarato
bancarotta da diverso tempo nonostante la
popolarità di un marchio che aveva assolutamente influenzato il design di molte squadre e raccolto il culto sempre cauto degli sportivi. Tuttavia,
come spesso accade, il successo portò con sé sfide sempre più grandi che non
sempre il management riuscì a reggere. I costi di produzione iniziarono a
superare i ricavi delle vendite in molti casi, e gradualmente i club iniziarono
a cercare offerte più vantaggiose presso marchi concorrenti e la Admiral si
trovò a competere con giganti dell’industria sportiva che potevano offrire
contratti più lucrativi e una distribuzione globale. L’azienda, che aveva
basato il suo successo sull’innovazione e sul coraggio di osare, si trovò
improvvisamente in difficoltà nel tenere il passo con la rapida evoluzione del
mercato. Il colpo di grazia arrivò quando alla fine del 1982 metà del “portfolio”
della Admiral passò all’Adidas mentre l’altra metà si spostò verso Umbro. Però “Quel
giorno a Wembley”, grazie a un imprenditore olandese che tentò di riabilitare l’azienda nel mondo del calcio (andrà molto meglio con il cricket) l’Ascoli indossò questa maglia griffata Admiral, ricercatissima, ormai praticamente introvabile. Era il 19 marzo, una domenica uggiosa di nuvole, la Festa
del Papà, un Papà che ad Ascoli purtroppo se ne era andato giusto pochi mesi
prima di quella partita così carica di prestigio: Costantino Rozzi. Rozzi non
era un patron, ma un patriarca. La sua gestione era familiare, carnale, fatta
di abbracci e battute in dialetto, di telefonate a mezzanotte e di un senso
dell’appartenenza che oggi, nel calcio-azienda, si è dissolto. Un presidente
che piangeva e rideva con i suoi giocatori, che li chiamava “figli”, la bussola di tutta una cittadina. Il portento comincerà nel 1974, quando l’Ascoli approdò
in Serie A per la prima volta. In panchina Carlo Mazzone,
romano verace, uomo di pancia e passione, e per questo sussidio empatico, uno come
Rozzi non poteva non considerarlo una sorta di fratello. In campo ci sono nomi
come Gianfranco Bellotto e Adelio Moro, più avanti un giovanissimo Giuseppe
Iachini. La squadra, costruita con pochi soldi ma con idee chiare e spirito
operaio, si salvò conquistando il cuore di tutti. La stagione 1979-’80 l’Ascoli
chiuse al quarto posto, il miglior risultato della sua storia sfiorando la
partecipazione alla Coppa UEFA. Un’impresa quasi mistica, con Rozzi a bordo
campo, in cappotto e calzini rossi, e ad ogni partita interna il Del Duca diventava
un piccolo teatro popolare, con quella fierezza tutta d’intestazione picena che
sembrava voler spingere la palla oltre la linea, casomai non fossero bastate le
gambe dei giocatori, Insomma da Mazzone a Boškov, passando per Renna, Gibì
Fabbri e Sonetti, fino a allenatori come Ilario Castagner e giocatori di rango come
Dirceu, Bierhoff, Casagrande e Bruno Giordano nella seconda parte della sua
presidenza. Durante la fase eliminatoria del torneo Anglo- Italiano di cui si
conserva un programma molto ben curato, l’Ascoli aveva superato il Wolverhampton
e il Tranmere fuori casa mentre ad Ascoli si era imposto sullo Swindon Town e aveva pareggiato con il Notts County che poi affronterà nella finale. Nella
semifinale del lato italiano i bianconeri fecero fuori invece l’Ancona nel doppio derby
andata-ritorno. I dorici dopo la vittoria al Del Duca (0-1) erano quasi convinti
di essere in finale, ma nel ritorno l’Ascoli ribaltò il punteggio (1-2) grazie
a una doppietta di Beppe Incocciati e
all’epoca le reti in trasferta valevano doppio. A Wembley la rete del
momentaneo pareggio del “Picchio” contro il Notts County, destinato alla
retrocessione in terza serie e allenato dalla coppia Wayne Jones-Steve Nicol, fu
segnata (ironia della sorte) da Walter da Mirabelli, attaccante come
accennato mai a bersaglio in campionato, e infatti subito dopo cominciò guarda caso una leggera
pioggia mista a neve tanto da dover accendere in anticipo i riflettori, e il
Notts County che nel simbolo ha una Gazza e gli stessi colori dell’Ascoli (oserei dire per errore di spedizione anche quelli della Juventus o meglio viceversa) ebbe
la meglio grazie a una
punizione di Devon White allo scadere del primo tempo, sulla quale forse il buon Marco
Bizzarri poteva fare di meglio e sulla faccia di Bigon, seduto nelle larghe panchine dello
stadio londinese, apparve un leggero ghigno da veggente laico. Si dimetterà sul
volo di ritorno.

