venerdì 14 aprile 2023

HI HI THIRD




Il male minore di Kevin per sua stessa ammissione non era diverso da quello di migliaia di altri bambini e forse non varrebbe neanche la pena di parlarne (non fosse per il tempo e il luogo in cui volle manifestarsi) che prima o poi si scopra la verità su Babbo Natale e questa ci deluda. Un’esperienza del tutto comune. Kevin pensava che nel suo caso ci fosse in quella rivelazione un supplemento pedagogico esagerato, un eccesso educativo, intanto, gli dispiacque particolarmente che fosse suo padre a dirglielo e che per farlo scelse proprio il pomeriggio del 24 dicembre, la vigilia di Natale del ‘66, infine che suo padre lo avesse portato con se, in quella stanza spoglia e fredda, illuminata da un neon, e lo avesse fatto sedere alla scrivania del segretario dell’associazione tifosi del Third Lanark, per  dirgli che Babbo Natale non esisteva e per dirgli che invece erano lui e la mamma a comprargli i regali, visto che ormai era abbastanza grande da guardare in faccia la realtà delle cose, come se questo guardare in faccia la realtà della cose avesse a che fare non solo con Babbo Natale ma anche con la squadra del cuore, con la prevaricazione dei grandi club di Glasgow e con la caduta tendenziale del saggio di profitto che in stile marxista non avrebbe inevitabilmente condotto alla all’avvento del comunismo ma più prosaicamente a vittorie in serie dei "Redcoats" nel campionato. Dicendogli che Babbo Natale non esisteva sembrava un po' suo padre volesse anche iniziarlo alla vita reale, lasciandolo intendere che il modellino della Maisto Buick Riviera, nuovo di pacca, che avrebbe trovato sotto l’albero non era arrivato dal mondo dei balocchi con una slitta trainata da renne ma era il frutto di quella piccola parte di plusvalore che una certa lotta di classe era riuscita a sottrarre ai padroni. Kevin pensò insomma che nella rivelazione di suo padre per il tempo e il luogo in cui avvenne ci fosse un carico di senso la cui portata eccedeva di gran lunga il semplice fatto che quel Babbo Natale, della cui esistenza era stato sempre così sicuro fino a un attimo prima non esistesse più. Non era solo il fatto che si sentisse ridicolo per aver lasciato sul tavolo di cucina la tazza di latte con i biscotti e la ciotola d’acqua per le renne come aveva fatto ad ogni vigilia precedente, era piuttosto l’idea di essere considerato grande abbastanza da guardare la realtà delle cose, come se guardare la realtà delle cose significasse necessariamente smettere di immaginare che ci fosse un mondo oltre a questo dove suo padre e sua madre facevano tanti sacrifici per comprargli quel modellino in scala 1.24. Era, in conclusione, come se esattamente un anno dopo Kevin si fosse vestito da Babbo Natale per accompagnare suo padre davanti al Cathkin Park in Myrtle Road a Glasgow per rivelargli, come poteva constatare con i suoi occhi, che il suo amatissimo Third Lanark Athletic Football Club non esistesse più. Socialmente, culturalmente e politicamente  ed economicamente il Third Lanark il Third Lanark faceva parte integrante del calcio scozzese e della comunità locale di Govanhill e Crosshill. Non solo. Il Third Lanark fu un club calcistico di grande successo, con vittorie in campionato e in Coppa di Scozia che ne hanno costellato la storia. Ma la storia non riguarda solo il calcio; è una storia di vita; fatta di calma, di ferocia, di minacce e sentimentalismi. Un viaggio, che si dipana lungo 95 anni di cultura e coscienza popolare del "The Third", accompagnato da una lunga tradizione di giocatori. Tra questi, fra i più celebri, ci furono Bobby Mitchell, Jimmy Goodfellow, Ian Ure, il portiere Ronnie Simpson e l’attaccante Dave Hilley. La vicenda della loro scomparsa è atipica. La venalità di un proprietario che avrebbe dovuto amare e custodire con affetto il club, essendone anche un tifoso di lunga data, il cui nome, Bill Hiddleston, è inciso nell'infamia del calcio scozzese. A ciò si aggiunga la persistente inettitudine della SFA. Hiddleston sembrava essere motivato dal desiderio di chiudere Cathkin Park e vendere il terreno per costruire alloggi di cui c'era tanto bisogno a Glasgow, dai quali si aspettava di intascare la considerevole cifra di 250.000 sterline (una fortuna nella Scozia degli anni '60). In realtà, negli anni precedenti aveva gestito il club come una bancarella di frutta e verdura per il suo tornaconto personale e alcuni sostengono che fosse animato da rancore verso i "Redcoats" a causa di qualche litigio immaginario. È una storia incredibilmente triste che se fosse un film faremmo iniziare con del vento. Una brezza leggera che arriva dal Clyde, la sensazione di tempo sospeso. Una bolla verde caduta nell’oblio. Esiste un modo di vedersi e ci sono ambienti in cui vedersi. C’era un’epoca meno esasperata, più sobria. C’era la giovinezza ma poi la vita ti scorre addosso come in una roccia troppo tenera lasciandoti scavato e ruvido, oggetto obsoleto e quasi inservibile, simile al Cathkin Park di Glasgow. Un posto diventato strano e attraente. Una volta era il migliore stadio di calcio al mondo. Oggi sembra solo un grande anfiteatro verde costeggiato da alberi, foglie morte, muschio e anche una lapide scolorita in cui il marmo è diventato opaco, le lettere indefinite. C’è riportata una frase di Ippocrate. Una locuzione latina: "La vita è breve, l'arte è lunga, l'occasione fuggevole, l'esperimento pericoloso, il giudizio difficile". Può apparire fuori luogo e invece, a ripensarci bene, no. E’ lì, scolpita sui vecchi gradoni che combattono ogni giorno contro l'insolenza dei ciuffi d’erba. Eppure questo spazio resta un rifugio dell’anima, e, come tale, è in grado di incantare, perché non importa dove tu sia adesso ma se stai guardando una partita di calcio stai guardando qualcosa che è venuta fuori da questo posto. 1967. La Scozia sportiva non può dimenticare: il Celtic è campione d’Europa, i Rangers cedono solo ai supplementari al Bayern Monaco nella finale della Coppa delle Coppe a Norimberga, la nazionale batte l’Inghilterra a Wembley, nell’ippica, Foinavon, cavallo di scuderia battente bandiera di Sant’Andrea, trionfa in maniera epica ad Aintree nel Grand National per la gioia della sua proprietaria, la duchessa Anna di Westminster, mentre alla Longmore Hall di Keith esordiranno i Pink Floyd nella loro prima tournée sopra il vallo. In mezzo a tutto questo s’insinua un rumore sordo, metallico, un cancello si chiude lasciando dentro la storia e fuori tifosi abbandonati. E’ il 30 di giugno, due mesi prima un ragazzino di nome Drew Busby aveva segnato, senza saperlo, l’ultimo goal nella storia del Third Lanark a Dumbarton, in una serata fosca non solo per il punteggio che vide i rossi di Glasgow uscire sconfitti pesantemente per 5-1. La sentenza apparve inappellabile. Il Third Lanark Athletic Club fu dichiarato in bancarotta, liquidato, a seguito di un investigazione svolta dalla camera di commercio cittadina. Ci furono accuse di corruzione, di violazione delle regole. L'indagine del Board of Trade colpì il presidente Bill Hiddleston e alcuni membri del consiglio d’amministrazione. La giuria, fra le altre cose, stabilì che la dirigenza stava trattando la messa in vendita dello stadio per poter trarre profitto da un ventilato sviluppo immobiliare della zona. La linea difensiva parlò di debiti da ripianare ma in ogni caso il Glasgow City Council bloccò la pianificazione edilizia, (mai discussa ufficialmente nelle sedi preposte) e la situazione al Third Lanark a quel punto divenne paradossale: l'acqua calda non era disponibile dopo le partite, i giocatori o non erano pagati, oppure riscuotevano i loro emolumenti in moneta anziché in banconote. L’ultimo manager di successo George Young si era dimesso per protesta nel 1965, Dave Hilley fu venduto al Newcastle, mentre Alex Harley e Matt Gray finirono al Manchester City. In effetti i debiti esistevano veramente e il club fallì. Qualche tifoso iniziò a seguire il Pollock ma la maggior parte dei circa 10000 che si recavano settimanalmente alle partite rimase tristemente a casa. Il Third Lanark per tanti anni era stato punto di riferimento non settario per tutti coloro che non volevano mischiarsi nelle diatribe religiose e politiche dell’Old Firm. In principio erano i fucilieri. L’attrazione fatale scoccò durante il celebre incontro Scozia- Inghilterra all’Hamilton Crescent nel 1872. La nazionale scozzese scese in campo con l’undici titolare composto interamente da giocatori del Queen’s Park. Alla partita erano presenti diversi rappresentanti del Third Regiment of the Lanarkshire Rifle Volunteers. Il colpo di fulmine fu immediato, anzi verrebbe da dire colpo di fucile. La fureria del reggimento stanziata in East Howard Street a Glasgow diventò la sede improvvisata di una riunione in cui si decise di dedicare parte del tempo libero al calcio. A presiedere l’insolita adunata, il Tenente Colonnello Ewing e il sergente Wilson assieme ad altri venticinque membri. All’unanimità venne stabilito che il gruppo si sarebbe chiamato Third Lanarkshire Rifle Volunteers con gli unici insindacabili decreti di indossare una divisa di colore scarlatto e pantaloni alla moda zuava stretti sul ginocchio da calzettoni blu. E incominciarono a calpestare i campi da calcio vincendo la coppa nazionale nel 1889. Una coppa particolare. Si, perché il giorno della finale su Glasgow nevicava. Una coltre bianca aveva ammantato tutto e reso impraticabile il rettangolo di gioco dove avrebbero dovuto sfidarsi Third Lanark e Celtic. L’arbitro si dimostrò irremovibile e si giocò lo stesso in barba alle più caute opinioni generali. Quelli in maglia rossa s’imporranno 3-0. "Non è giusto", replicò il Celtic - "il risultato non deve essere archiviato, presenteremo ricorso perché le condizioni del campo non erano minimamente accettabili". Rabbia da sconfitta o meno, la Federazione si vide costretta a una rapida presa di posizione che determinò l’annullamento della partita con conseguente ripetizione. Evidentemente il Third Lanarkshire non aveva intenzione di mollare il trofeo e vincerà ancora, questa volta con un più ristretto 2-1. Quando si tornerà a giocare su un prato finalmente sgombro di neve, vuoi per l’entusiasmo, vuoi per la rozza tecnica di base, una palla calciata in alto pareva non volesse tornare a terra. Un abbaglio? o quel rilancio di un maldestro difensore aveva vinto la forza di gravità? Resta il fatto, accertato dai giornali dell’epoca, che il pubblico incominciò a urlare "Hi Hi Hi!" ossia, più o meno tradotto, "in alto, in alto, in alto". Da quel giorno l’infantile coro diventò il motto della squadra e l’effige di un pub in Crown Street. Oh, sia chiaro, quel pallone ricadde sul campo.. Il 1903 rappresenterà la svolta. L’incremento della professionalità fece ritrarre il reggimento dalla gestione del club che muterà la denominazione in Third Lanark Atlethic. La svolta porterà subito bene. La squadra vincerà per la prima volta il campionato e l’anno successivo si trasferì a Cathkin Park lasciato libero dal Queen’s Park che nel frattempo si era sistemato nel vicino Hampden. Sono gli anni del capitano Tod Sloan, di Jimmy Brownlie e Frank Heaven. Dopo la seconda guerra mondiale gli "Hi Hi" giocheranno in Prima Divisione fino a quando incapparono nella retrocessione del 1954. Grazie alle capacità di calciatori del calibro di John Jocky Robertson, Dave Hilley e Joe McInness il club riguadagnò la massima serie nel 1958 corredata tre anni più tardi da un brillante terzo posto. Nel 1966 iniziò l’agonia: il “Third” retrocesse disputando la stagione più disastrosa della sua parabola sportiva ottenendo tre vittorie su trentaquattro partite. Seguirono altre annate mediocri finché non si arrivò all’ addio, all’ultima partita giocata in casa contro il Queen of the South, il 25 aprile 1967, conclusa con un pareggio per 3-3 quando il giovane Drew Busby, successivamente detto Buzz Bomb dai sostenitori degli Hearts, incosapevolmente, segnerà l'ultima rete della storia del Third Lanark. Nessuno provò a salvare il “Third”?. A guardare le carte la risposta è affermativa. Il club sarebbe potuto essere salvato visto che il debito accumulato (40000 sterline) non era cifra così ingente. Purtroppo, se si escludono alcuni tifosi, nessuno prese veramente a cuore il fallimento di questa società. Ernest Hemingway diceva che una persona muore due volte. Una quando muore e una quando qualcuno pronunicia per l'ultima volta il suo nome. Allora forse il Third Lanark anche se non più quello di un tempo vive ancora perchè un gruppo di appassionati non ha mai smesso di credere nel recupero di questo impianto e una decina di anni fa ha ispirato una nuova squadra che orgogliosamente si fregia del nome e della sgargiante maglia rossa giocando nei tornei AFA (i campionati degli amatori) con la speranza di rivedere paradisi perduti.

                                  



  

sabato 8 aprile 2023

MALDITOS PENALITIS!


Morire sulla riva del fiume. Nella retina l’immagine della rivoluzione fallita, l’epos delle notti prodigiose di primavera stroncate sul più bello. La storia di un amore non corrisposto finito in venti minuti di follia. Da adolescente, sei stato questo per me, Español. Una sensazione strana quei giri d’orologio, il brivido che provi quando sai di fare qualcosa di sbagliato ma continui a farlo. Perché ti piace quella cosa sbagliata, ti fa impazzire. L’Español del 1988, l'ultimo tiro della sigaretta di Javier Clemente, che invece di rovinare i polmoni rovinò i cuori. Eppure Javier, sei stato un talento di Euskal Herria. Sfortunato e tenace, capace di intravedere nel tremendo infortunio che ti stroncò sul nascere non una fine, ma l'inizio di una luminosa stagione da allenatore culminata dai trionfi con il tuo Athletic negli anni di grazia ottantatré e ottantaquattro. Javier Clemente, el rubio de Barakaldo, periferia industriale di Bilbao. L’uomo che alla pari dello scultore Eduardo Chillida forgiava le sue squadre nel metallo, lasciando poi fossero il vento e la pioggia a rifinirle.

Cosa successe quella sera lassù in Germania? nell’asettica Leverkusen, che odorava di aspirina e di schiume di scarico sugli argini del Reno. Sembrava fatta. Un gioco da ragazzi. Un po’ come per gioco nacque un giorno d’ottobre del 1900 questa squadra per merito di Octavi Aballí, Lluís Roca e Àngel Rodríguez Rui, tre studenti di ingegneria dell'Università di Barcellona, entusiasti di creare una società che assunse il nome di Club Español de Football. Figlio di un Dio minore, soffocato dal “Més que un club” dei “despoti”, lassù in Avinguda Diagonal, nel respiro indimenticabile dello stadio Sarrià. Avevi impallinato le grandi d’Europa, tanto che qualcuno in giro per le Ramblas o per il Passeig de Gràcia incominciò a dire: “Lo mejor de Barcelona, es ser del Espanyol” (Il meglio di Barcellona è essere dell’Español.) E nacque la favola dei “Matagigantes” che avevano eliminato Milan e Inter a stretto giro di boa. La lotta e lo spirito degli umili erano stati premiati. La finale della Coppa UEFA in due atti come registrato copione imponeva, incominciò il 4 maggio 1988. E l’Euro- fiesta sembrò non finire. L’Español davanti a 45000 anime traboccanti si scatenò. Una furibonda corrida dove i tedeschi non ebbero scampo sommersi dall’epica, dalla doppietta di Sebastian Losada detto “El Pipiolo” e dal centro di Miguel Soler. "Espanyol, Espanyol, Espanyol" nessuno voleva uscire dallo stadio. Il 3-0 valeva un cuscino su cui N'Kono, Orejuela, Gallart, Valverde e compagnia biancoblu potevano poggiare la testa e dormire sonni tranquilli giacché nessun nibelungo avrebbe potuto rovesciare il tavolo della festa, già carico di paella, tortillas e crema catalana.

E in Germania tutto fece propendere al meglio. Allo scadere della prima frazione le speranze per i padroni di casa si affievoliranno ulteriormente, il risultato restava ancorato sullo 0-0. Ma al rientro in campo ecco i farmacisti che non t’aspetti. Clemente chiuse la squadra in difesa, si intestardì di non prenderle. Mai avrebbe pensato a una rimonta avversaria. Cercò di contenere le folate, ma in breve esaurì sigarette e speranze. Una scelta che si rivelerà fatale. Al 57° un indecisione difensiva aprì la crepa. Il brasiliano Tita suonò la carica con un goal di rapina, seguito cinque minuti dopo dal raddoppio di Falko Goetz. La partita era ufficialmente riaperta, mancava solo un goal per impattare la differenza, e il Bayer sembrava averne di più. Al minuto 81, nella più elementare legge di Murphy, il coreano Cha Bum Kun anticipò Urquiaga, incornando un cross proveniente da un calcio di punizione completando la rimonta. Quello che nessuno si aspettava alla vigilia, era accaduto: supplementari. Qui il Bayer parve placare il suo impeto, l’Español frastornato non fu capace di organizzarsi e di conseguenza arrivarono i calci di rigore. Il Bayer con Ralf Falkenmayer fallì il suo primo penalty, e Pichi Alonso riportò i suoi nuovamente avanti. Andò a segno anche il terzino Josè Guerra, tuttavia di lì a poco in bestiale sequenza arrivarono tre errori consecutivi degli uomini di Clemente: Santiago Urquiaga, Manuel Zúñiga, e Sebastián Losada. I tedeschi invece non sbaglieranno più un colpo. Il portiere Thomas N’Kono, fusto d’ebano del Camerun, restò in ginocchio. La beffa era completa. La coppa arrivata a Leverkusen per farci solo scalo ci resterà per sempre. E la sconfitta più inspiegabile nella storia del Real Club Deportivo Español diventerà pianto e rimorso, roba da stracciare le foto della gioia scattate appena una settimana prima.


AZZURRO "SANGIO"

  Tu non chiedere se fosse  vero, potrei acconsentire.  Il 13 novembre 2005 dentro un San Paolo stipato da oltre 60000 persone, il Napoli al...