Dicono che da queste parti al
mattino presto per sei mesi all’anno, la terra è come se respirasse. Dai campi
scuri e dalle impercettibili rogge si alzano vapori che spesso diventano nebbie
e allora si azzerano le distanze e si silenziano i rumori. Altre volte sono
solo un velo che si dissolve presto, evaporando come l’aroma di una caffettiera
in controluce. E dissolvendosi aprono la vista al paesaggio del Lodigiano. Ma
quanti possiamo dire di averlo visto davvero, il paesaggio del Lodigiano? Forse
l’abbiamo attraversato di fretta con il Frecciarossa, ridestandosi dalla
tastiera del cellulare quando si scavalla il Po e le rotaie sul ponte fanno più
rumore, oppure in autostrada, lungo l’A1, con il nome dell’uscita di
Casalpusterlengo che rimane impresso come fosse uno scherzo della
toponomastica, un anagramma dell’arrivo per chi risale da Sud. Ma sono
attraversamenti distratti, le risposte vaghe, i ricordi sanno di nebbia. Eppure,
vagando nel Basso Lodigiano si incontrano campi come tavoli da biliardo, alberi
come scacchiere, righe diritte come diritti appaiono gli schemi ortogonali di
certi pioppeti piantati nelle aree di golena, lungo i fiumi, intorno ai campi
seminati a mais che in estate diventano labirinti verdi e in cui è facile perdersi
fra Cascine e Casali alla stregua di uno spasso infantile. Ecco Sant’Angelo in
Lodigiano, pittoresco borgo dominato dal Castello Visconteo, è qui in mezzo,
vicino allo scorrere del Lambro, dove si parla un dialetto curioso detto “il
barasino” pare nato dall'incontro tra i locali e gli immigrati dalle regioni
attigue, in special modo Veneto e Liguria, che portarono modi di dire e
cognomi, creando una forte identità linguistica. Ma veniamo alla fotografia.
Cosa ci fa il Sant’Angelo Calcio a San Siro? Ebbene capitò per una gara
importante, si diceva una volta “di cartello”, contro il Monza, in uno dei tanti
scontri col vicinato, approfittando dello stop della Serie A provocato dal
serio impegno della nazionale italiana in Olanda valido per le qualificazioni
all’europeo in cui esordirà Giancarlo Antognoni ma gli azzurri vennero battuti con
una certa facilità per 3-1. La società del Sant’Angelo, vista l’opportunità, chiese
e ottenne dalla federazione di giocare la partita nel grande stadio milanese dove
confluirono, stando alle cronache dei giornali coevi, circa 30000 persone, un
numero impressionante per la Serie C. Era il 17 novembre del 1974, una giornata
uggiosa, fosca, e i rossoneri del Sant’Angelo immortalati nella foto scesero in
campo con una formazione composta da alcuni nomi di spicco. Altri ne verranno
nelle stagioni a seguire: Pozzi, il libero Mascheroni, Cappelletti, Reali, il capitano
Aldo Acerbi, Ferruccio Mazzola, (fratello di Sandro e figlio di Valentino) Desiderio
Marchesi, “Bobo” Gori, Enzo Scaini, Evert Skoglund (il figlio di Lennart ex
Inter) e Fabiano Speggiorin. Finirà 0-0. Tutto era nato nel 1907 quando vide la luce una
società che prese il nome di Unione Sportiva Santangiolina anche se i “barasini”
si iscrissero alla F.I.G.C. solo nel 1928 disputando i primi campionati a
livello regionale dilettantistico seguiti da periodi d’inattività. Nel
1971 iniziarono gli anni d'oro, una
decina sostanzialmente, grazie alle idee e ai fondi di un presidente illustre,
Carlo Chiesa. Uomo di inesorabile impegno e con il criterio della
valorizzazione delle persone (suo tratto caratteristico), che in soli tre anni
portò la squadra dalla “promozione” alla serie C attraverso risultati
entusiasmanti. Va detto e sottolineato che non trascurò mai le altre sue passioni,
quella di giornalista sportivo, cercando di rilanciare il celebre “Calcio
Illustrato”, dove lui scriveva pezzi efficaci ed era molto bravo, firmandosi
Ciro Hasel, ossia il suo nome anagrammato. Va ricordato però che la sua
predilezione sportiva maggiore era e rimase l’ippica tanto che creò la rivista
“Galoppo”, sostenne il ritorno del trotto montato ottenendo successi in Italia
e all’estero con la sua scuderia denominata National (giubba bianca tracolla arancione).
Nel 1965 dedicò alla moglie la sua seconda scuderia arrivando ad avere ben 13
cavalli da corsa. Esiste una fotografia, in cui Cesar Menotti, allenatore dell’Argentina campione del mondo nel 1978,
festeggiava assieme ai giocatori del Sant’Angelo alla discoteca Black River di
via Cogozzo. Era il 1981. Allo stadio di Via Fratelli Cortese in quegli anni si
vedeva ogni tanto anche Mike Buongiorno, e non era certo un patinato Studio Rai, bensì un rettangolo da gioco ai
margini dell’abitato, contornato da un paio di scarne tribune di cemento. Tuttavia,
il Sant’Angelo si rese popolare, e calamitava attenzioni. Gli uomini del
presidente come il direttore sportivo Alberto Ballarin e dirigenti
tra i quali Piero Altrocchi e Domenico Guarnieri, misero a punto un programma
per ben figurare e mantenere la categoria. Insomma, nella stagione di Serie D
1973-’74, il Sant’Angelo sbucò a sorpresa in Serie C con in panchina Guerrino
Rossi poi sostituito da Cesare Campagnoli,
serie abbandonata e ripresa almeno fino al 1984 quando retrocessero nel
campionato Interregionale scomparendo per sempre dalle scene professionistiche.
Una bella storia per Sant'Angelo Lodigiano comune italiano di 1.400 abitanti
della provincia di Lodi, (ah, il derby con Il Fanfulla di Lodi…) situato a circa 30 chilometri a sud-est di
Milano. C’era in quegli anni Settanta di strobo, baffoni, e pantaloni a campana, una canzoncina
locale: “I Santangiulén cun tanta passiòn, / han trai ‘n pé ‘na squadra che
giöga a ‘l balòn / e la fa stravède in tüti i cantòn”. Conclusione: la felicità
per chi sostiene o gioca in una squadra non vale di più se la provi in Serie A piuttosto che in
Eccellenza o in Terza Categoria. È questa la vera magia del pallone se a Sant’Angelo Lodigiano
qualcuno ha letto queste parole, è facile che si sia trovato il volto scavato
da un timido sorriso.

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