lunedì 26 gennaio 2026

UN GIORNO A SAN SIRO

 


Dicono che da queste parti al mattino presto per sei mesi all’anno, la terra è come se respirasse. Dai campi scuri e dalle impercettibili rogge si alzano vapori che spesso diventano nebbie e allora si azzerano le distanze e si silenziano i rumori. Altre volte sono solo un velo che si dissolve presto, evaporando come l’aroma di una caffettiera in controluce. E dissolvendosi aprono la vista al paesaggio del Lodigiano. Ma quanti possiamo dire di averlo visto davvero, il paesaggio del Lodigiano? Forse l’abbiamo attraversato di fretta con il Frecciarossa, ridestandosi dalla tastiera del cellulare quando si scavalla il Po e le rotaie sul ponte fanno più rumore, oppure in autostrada, lungo l’A1, con il nome dell’uscita di Casalpusterlengo che rimane impresso come fosse uno scherzo della toponomastica, un anagramma dell’arrivo per chi risale da Sud. Ma sono attraversamenti distratti, le risposte vaghe, i ricordi sanno di nebbia. Eppure, vagando nel Basso Lodigiano si incontrano campi come tavoli da biliardo, alberi come scacchiere, righe diritte come diritti appaiono gli schemi ortogonali di certi pioppeti piantati nelle aree di golena, lungo i fiumi, intorno ai campi seminati a mais che in estate diventano labirinti verdi e in cui è facile perdersi fra Cascine e Casali alla stregua di uno spasso infantile. Ecco Sant’Angelo in Lodigiano, pittoresco borgo dominato dal Castello Visconteo, è qui in mezzo, vicino allo scorrere del Lambro, dove si parla un dialetto curioso detto “il barasino” pare nato dall'incontro tra i locali e gli immigrati dalle regioni attigue, in special modo Veneto e Liguria, che portarono modi di dire e cognomi, creando una forte identità linguistica. Ma veniamo alla fotografia. Cosa ci fa il Sant’Angelo Calcio a San Siro? Ebbene capitò per una gara importante, si diceva una volta “di cartello”, contro il Monza, in uno dei tanti scontri col vicinato, approfittando dello stop della Serie A provocato dal serio impegno della nazionale italiana in Olanda valido per le qualificazioni all’europeo in cui esordirà Giancarlo Antognoni ma gli azzurri vennero battuti con una certa facilità per 3-1. La società del Sant’Angelo, vista l’opportunità, chiese e ottenne dalla federazione di giocare la partita nel grande stadio milanese dove confluirono, stando alle cronache dei giornali coevi, circa 30000 persone, un numero impressionante per la Serie C. Era il 17 novembre del 1974, una giornata uggiosa, fosca, e i rossoneri del Sant’Angelo immortalati nella foto scesero in campo con una formazione composta da alcuni nomi di spicco. Altri ne verranno nelle stagioni a seguire: Pozzi, il libero Mascheroni, Cappelletti, Reali, il capitano Aldo Acerbi, Ferruccio Mazzola, (fratello di Sandro e figlio di Valentino) Desiderio Marchesi, “Bobo” Gori, Enzo Scaini, Evert Skoglund (il figlio di Lennart ex Inter) e Fabiano Speggiorin. Finirà 0-0. Tutto era nato nel 1907 quando vide la luce una società che prese il nome di Unione Sportiva Santangiolina anche se i “barasini” si iscrissero alla F.I.G.C. solo nel 1928 disputando i primi campionati a livello regionale dilettantistico seguiti da periodi d’inattività. Nel 1971  iniziarono gli anni d'oro, una decina sostanzialmente, grazie alle idee e ai fondi di un presidente illustre, Carlo Chiesa. Uomo di inesorabile impegno e con il criterio della valorizzazione delle persone (suo tratto caratteristico), che in soli tre anni portò la squadra dalla “promozione” alla serie C attraverso risultati entusiasmanti. Va detto e sottolineato che non trascurò mai le altre sue passioni, quella di giornalista sportivo, cercando di rilanciare il celebre “Calcio Illustrato”, dove lui scriveva pezzi efficaci ed era molto bravo, firmandosi Ciro Hasel, ossia il suo nome anagrammato. Va ricordato però che la sua predilezione sportiva maggiore era e rimase l’ippica tanto che creò la rivista “Galoppo”, sostenne il ritorno del trotto montato ottenendo successi in Italia e all’estero con la sua scuderia denominata National (giubba bianca tracolla arancione). Nel 1965 dedicò alla moglie la sua seconda scuderia arrivando ad avere ben 13 cavalli da corsa.  Esiste una fotografia, in cui Cesar Menotti, allenatore dell’Argentina campione del mondo nel 1978, festeggiava assieme ai giocatori del Sant’Angelo alla discoteca Black River di via Cogozzo. Era il 1981. Allo stadio di Via Fratelli Cortese in quegli anni si vedeva ogni tanto anche Mike Buongiorno, e non era certo un patinato Studio Rai, bensì un rettangolo da gioco ai margini dell’abitato, contornato da un paio di scarne tribune di cemento. Tuttavia, il Sant’Angelo si rese popolare, e calamitava attenzioni. Gli uomini del presidente come il direttore sportivo Alberto Ballarin e dirigenti tra i quali Piero Altrocchi e Domenico Guarnieri, misero a punto un programma per ben figurare e mantenere la categoria. Insomma, nella stagione di Serie D 1973-’74, il Sant’Angelo sbucò a sorpresa in Serie C con in panchina Guerrino Rossi  poi sostituito da Cesare Campagnoli, serie abbandonata e ripresa almeno fino al 1984 quando retrocessero nel campionato Interregionale scomparendo per sempre dalle scene professionistiche. Una bella storia per Sant'Angelo Lodigiano comune italiano di 1.400 abitanti della provincia di Lodi, (ah, il derby con Il Fanfulla di Lodi…)  situato a circa 30 chilometri a sud-est di Milano. C’era in quegli anni Settanta di strobo, baffoni, e pantaloni a campana, una canzoncina locale: “I Santangiulén cun tanta passiòn, / han trai ‘n pé ‘na squadra che giöga a ‘l balòn / e la fa stravède in tüti i cantòn”. Conclusione: la felicità per chi sostiene o gioca in una squadra non vale di più se la provi in Serie A piuttosto che in Eccellenza o in Terza Categoria. È questa la vera magia del pallone se a Sant’Angelo Lodigiano qualcuno ha letto queste parole, è facile che si sia trovato il volto scavato da un timido sorriso.

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