giovedì 26 marzo 2026

BELFAST CHILD


"Tra poco distruggeranno questa vecchia città, un giorno torneremo qui quando il Bambino di Belfast canterà ancora..." sussurra nel vento Jim Kerr dei Simple Minds nell'iconica "Belfast Child".

On Fire? Non tanto, le emozioni dell'europeo del 2016 legato al coro su Will Grigg sembrano lontane un secolo mica dieci anni. Comunque, occorre parlare di Mondiale vista l'attualità. Ci rimasero decisamente male a Belfast leggendo un tweet della FIFA dove, dopo la vittoria in trasferta in Lituania della nazionale nordirlandese nel 2021, si augurava buona fortuna ai verdi lealisti nel loro esordio a un campionato del Mondo. Si trattò ovviamente di errore, nemmeno piccolo a essere sinceri, considerato che l’Irlanda del Nord, dal giorno della sua affiliazione e distinzione datata 1953, di Mondiali né aveva disputati già tre il primo dei quali guidati dal capitano Danny Banchflower eliminando proprio gli azzurri dopo un paio di partite. Può darsi che il compulsivo digitatore non abbia avuto troppa voglia di “almanaccare” e abbia maldestramente scritto la suddetta castroneria. Billy Bingham, detto “Bingy”, 94 primavere, pare sia andato su tutte le furie nella casa di riposo in cui vive da qualche anno, perché lui, i "bambini" nordirlandesi a un mondiale ce li aveva accompagnati eccome da allenatore per due volte consecutive, nel 1982 e nel 1986. Ora, Billy, che nei suoi giorni migliori vantava una effimera somiglianza con il personaggio cinematografico di Bilbo del Signore degli Anelli, aveva metodi del tutto particolari per preparare i suoi giocatori basandosi su parametri abbastanza singolari. Un giorno, venuto a sapere che all’Università di Brighton c’era un maratoneta etiope impose alla squadra, momentaneamente in ritiro nel sud dell’Inghilterra, una gara di resistenza con il corridore e alla fine l’unico a non farsi staccare senza sfigurare fu Gerry Armstrong, seppure sfinito. Dopo la faticaccia però tutti insieme al pub a cantare quella canzonetta di Neil Diamond che stava prendendo piede fra i tifosi: "Sweet Caroline". Billy Bingham è nato a Belfast, colori plumbei, muri sanguigni, vecchia propaggine dell’antica regione affacciata sulla foce del Lagan, dove il vento tira forte, ostinato, spazza strade larghe e piega la testa della gente; Belfast è una città che ti afferra la gola all'improvviso, che ti stritola, con una presa invisibile fatta di pelle biancastra, facce paonazze, sguardi torvi e odori rancidi di fritto mattutino, uova, e tè lasciato troppo in infusione. In centro e nei quartieri più miseri tutto racconta gesti, desideri, sofferenze e ricordi fra imponenti edifici vittoriani e casette popolari in mattoni rossi. Billy a quindici anni è una sagoma snella, ombra magra impressa dalle enormi Gru del porto sui container color ruggine, ammassati e impilati sulla banchina, rifugio e feticcio di gabbiani rauchi; lavora lì con il padre, ai cantieri navali Harland & Wolff, disegnando meticolosamente linee di gesso su lastre di acciaio per indicare la parte da tagliare, successivamente farà l'apprendista elettricista. Una famiglia ai margini la sua, un nido povero, al punto che la madre insistette per effettuare il trasloco di notte affinché i vicini non vedessero il carro illuminato da una lanterna a olio da rigattiere e trainato da un cavallo intento a trasportare i loro averi in quel Bloomfield, ai margini estremi della città. Tuttavia, Billy Bingham ebbe il merito di comprendere che la vita, oltre a lanciare pietre ai ragazzi cattolici dello Short Strand poteva ruotare attraverso il prisma del calcio. Il riflesso lo illumina mentre corre sul bucolico campetto gestito dal St Donard's Football Club e dopo una breve parentesi attraversata da qualche infortunio di troppo nell'ovale del Glentoran, sbarcò in Inghilterra districandosi egregiamente sulla fascia destra di Sunderland, Luton Town, Everton e Port Vale. Nelle vesti di commissario tecnico è lo sciamano giunto nei tempi profetizzati, sfinge celtica carica di enigmi le cui soluzioni riescono a sollevare da terra i giocatori meno motivati, Bingham è un mantra di aforismi con il dono della veggenza capace di comprendere dopo una sola sessione di allenamento che quell'adolescente di Belfast dai tratti corruschi e dal palleggio virile di nome Norman Whiteside era pronto per la Coppa del Mondo a 17 anni. Tatticamente Bingham si mostrò astuto, odorando le debolezze delle squadre avversarie e ovviamente la vittoria sulla Spagna a Valencia resta l’impresa più celebre allorché l'orgoglio vinse la matematica. Come uno Spitfire sui cieli scuri di Londra del 1940 Billy Hamilton, sfuggirà al mastino Gordillo e senza nemmeno alzare la testa mise in mezzo un pallone velenoso smanacciato rovinosamente da Arconada. Gerry Armstrong se lo ritrovò davanti, quadrifoglio ai piedi, bruciando l'erba spagnola con il tiro dei tiri nella storia degli irlandesi compressi e divisi nelle 6 regioni dell'Ulster. Ma nonostante quel successo, per molti addetti ai lavori venne difficile pensare che l’Irlanda del Nord potesse riagguantare un’altra fase finale. E invece, il 12 novembre 1985 a Wembley, un pareggio avrebbe sancito il secondo posto nel girone dietro i tre leoni e soprattutto davanti alla Romania, battuta due volte. Bingham si presentò con i soliti capelli brizzolati arruffati, le orecchie piccole, gli occhi vivacissimi e in bocca quella benedetta pipa “Ashton” in radica di noce dalla quale non si separava mai. All’epoca i giardinieri di Wembley curavano il prato alla pari di un giardino, la palla doveva scorrere tipo sul panno da biliardo, e solo l’incipiente autunno londinese straziava le zone più sensibili al calpestio del grande rettangolo da gioco zeppo di oltre settantamila tifosi con folta presenza di bandiere dalla mano rossa. Bingham, se non fosse stato per la tuta d’ordinanza, sarebbe potuto tranquillamente sembrare o il classico uomo d’affari britannico intento ad uscire dal suo palazzo vestito di tutto punto, elegante e formale, magari con l’ombrello nero in mano, oppure l’aristocratico di provincia che attraversa la proprietà con la sua muta di cani al seguito cinto da un panciotto colorato. Sul modo di fumare la pipa tenne quasi una conferenza colta durante un incontro con la stampa. Disse che la praticità nel calcio era come fumare la pipa, occorreva che fosse ben bilanciata nel peso rispetto alla lunghezza con una buona resa della fumata in termini di tabacco ossia il fumo doveva tornare indietro più “neutro” ai sensi, non congiunto agli aromi presenti nella radica. La sua Irlanda faticò per tirar fuori le penne indenni da Wembley, le punte inglesi Kerry Dixon e Gary Lineker vennero ipnotizzate dal carisma di Pat Jennings, il portiere dalla faccia da rockstar che è sempre rimasto il ragazzo della porta accanto. Tuttavia, il pubblico gridò “It’s a fix” e “What a load of rubbish”, giacché, nel secondo tempo, volarono fischi al pensiero che qualcuno avesse stilato una sordida intesa in maniera tale che le entrambe le squadre si mettessero in testa il sombrero messicano alla fine della partita. Come detto, invece i "boys in green" sudarono le proverbiali sette camicie e al centro della batteria difensiva Alan McDonald spazzò qualsiasi cosa scendesse sul bunker irlandese. E Bingham, gentiluomo pacato e orgoglioso delle sue radici, portò nuovamente l’Irlanda del Nord al suo terzo Mondiale, il secondo di fila, vincendo nel frattempo l’ultima edizione del vecchio, impareggiabile, British Home Championship. Ecco, che alla FIFA stiano più attenti la prossima volta, perché a Windsor Park non si scherza, e quando cala la sera dal mare si alza una brezza leggera a dire che l'odio è come Dio, non è dato vederlo ma se credete in lui, se combattete nel suo nome, egli riscalderà le vostre notti. Si certo nell'Irlanda del Nord ha giocato pure lui, George Best, e in maglia verde resta celebre un aneddoto: Era il 1976, si giocava Irlanda del Nord - Olanda. Best giocava contro Johan Cruyff, un altro dei più forti di tutti i tempi manco a dirlo. Al 5' minuto Best prende palla, salta un uomo, ne salta un altro, ma poi stranamente non puntò verso la porta, puntò invece il centro del campo, puntò Cruyff. Gli arrivò davanti, gli fece una finta di corpo e un tunnel, infine calciò via il pallone come fosse un oggetto superfluo, quindi, girandosi lo guardò in faccia e gli disse: "tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo". Oggi dopo la ristrutturazione, Windsor Park è diventato un piccolo fortino difficilmente espugnabile nonostante la pochezza dell'arsenale a dispozione. Nello stadio di South Belfast per le partite di qualificazione al mondiale sono arrivate alcune vittorie forse decisive agguantando scalpi illustri. "Stand up for the Ulster Man", anche perchè, in fondo, il calcio a livello di compagine nazionale, escluso rari casi non ha mai creato i problemi innescati dai club dove invece l’appartenenza alle correnti di pensiero è rabbiosa. Al McHughes Bar (non pub, in Irlanda la toponomastica dei locali cambia rispetto ai vicini inglesi) potrebbero mettere su, mentre vi bevete una scura, “Beautiful Vision” di Van Morrison partendo dalla traccia numero 1 del lato A: Celtic Ray. Ascoltatela è bellissima, e capirete il motivo della croce inserita nel cerchio attorniata da trifogli e cucita nel verde profondo della maglia. Oh, poi fanno persino un po’ di tenerezza al numero 20 di Windsor Avenue, dove il tecnico Michael O'Neill oggi non ha certo a disposizione una rosa di palloni d’oro; la maggior parte dei suoi ragazzi che stasera saranno impegnati contro l'Italia, esclusi un paio o tre, giocano tutti in squadre di piccolo cabotaggio, cadetteria inglese soprattutto, partendo dal portiere Bailey Peacock-Farrell del Blackpool, i difensori Paddy Mc Nair dell’Hull City, Ruari McConville del Norwich City, Eoin Toal del Bolton Wanderers, Pierce Charles dello Sheffield Wednesday club fra l'altro già retrocesso e in amministrazione controllata, i centrocampisti Patrick Kelly del Barnsley, Jamie Donley dell’Oxford United, Shea Charles del Southampton, Terry Devlin del Portsmouth e davanti ecco Jamie Reid dello Stevenage in coppia con Josh Magennis dell’Exeter City ambedue addirittura pescati dalla terza divisone; insomma si accontentano, perché come dicono loro: "We're not Brazil, we're Northern Ireland.





mercoledì 18 marzo 2026

FOR CLUB AND COUNTRY

 


La gigantografia è appesa come un quadro sui mattoni in malta di calce, sopra ad un'agenzia di Taxi in  Shankill Road, lo chiamano "For Club And Country" e vi è immortalata la squadra del Linfield che nella stagione 1961/62 vinse tutti e sette titoli in palio nell' Ulster del calcio, una sorta di stele di Rosetta per farti comprendere subito il gergo dei più forti, o dei più bulli, che rimanda alla stessa esegesi del più famoso "You are Now Entering Loyalist Sandy Row" vale a dire il vecchio murales paramilitare sostituito molti anni fa da un ritratto di Guglielmo III d’Orange, il vincitore della Battaglia del Boyne. Siamo a poche decine di metri dal “The Meadow” risacca brumosa di SouthBelfast dove nel marzo del 1886 undici uomini in mutandoni bianchi giocarono una partita di calcio battendo per 6-5 il Distillery in tempi in cui l’Irish League non era ancora stata fondata. Un tale, Bob McClurg, operaio della filanda di proprietà della Spinning Company, insieme ad altri colleghi di lavoro senza darci troppo peso aveva appena creato il Linfield Football Club: una cantilena da nodo in gola: Belfast, Sandy Row, Windsor Park, Linfield. Non illudetevi troppo sugli accordi del Venerdì Santo. Qui, il sangue ribolle. Come tazze da tè lasciate troppo in infusione. Qui, a differenza dei Rangers a Glasgow vige sempre la regola (non scritta) di non tesserare giocatori cattolici o comunque non protestanti. Una regola rispettata negli anni in maniera ferrea se si escludono alcuni atleti ingaggiati durante il periodo dei “Troubles” senza nemmeno troppa convinzione. A trovarla, l’unica eccezione di rilievo arrivò quando Dessie Gorman nel 1992 lasciò lo Shelbourne spinto da quel vento soffiato dal caso Mo Johnstone che aveva aperto crepe nel settarismo britannico. Ma credetemi: la favoletta che il pallone unisce, da queste parti non attacca, neppure sui muri, anzi soprattutto sui muri, se sotto il manifesto “Love Football, Hate Bigotry” (ama il calcio odia la mentalità ristretta) non un secolo fa scrissero “Boruc Rip”, epitaffio funebre destinato al portiere polacco nel periodo in cui militava al Celtic. Boruc lo chiamavano “The Holy Goalie”, per via di quella maglietta sbattuta in faccia ai tifosi dei Gers dopo che il suo Celtic aveva vinto un solito tiratissimo Old Firm per 3-2. Nella t-shirt c'era il volto del Pontefice Karol Wojtyla e la scritta "Dio benedica il Papa". Provocazione, insulto, no, non doveva e non deve accadere. E poi ci sarebbe la famosa telefonata che arrivò alla sede di Belfast della BBC, in Ormeau Avenue, nel tardo pomeriggio del 21 agosto 2002: "Qui è il Loyalist Volunteer Force, se Neil Lennon stasera entrerà in campo, sarà seriamente colpito". Eppure, si trattava di una semplice partita contro Cipro. Per Neil sarebbe stata la prima da capitano dell’Irlanda del Nord: “Non importava che la mia famiglia non avesse nulla a che fare con gruppi estremisti, - disse il giocatore- contava solo che fossi cattolico, e per giunta giocassi nel Celtic Glasgow”. Della minaccia fu informato da due poliziotti: tutti sapevamo che quel lemma (colpire seriamente) significava che c’erano buone possibilità di rimetterci la pelle. Così Lennon si ritrovò diretto verso casa, dentro la macchina di suo padre, che ha conservato come impudica reliquia i biglietti, inutilizzati, di quella partita. Lennon diventò successivamente allenatore del Celtic ma quella notte dovette chiudere anticipatamente la carriera internazionale: costretto a rinunciare dall’odio di una parte del proprio popolo, di fede e politica avversa, che già l’aveva fischiato di brutto qualche mese prima contro la Norvegia. Negli anni ‘80 successe un episodio analogo al difensore Anton Rogan. Insomma certe cose sono migliorate, non risolte. Lecito sperare, impossibile crederci. Semmai il pallone può far fraternizzare quando è ovale, se da oltre cent’anni la Nazionale di rugby rappresenta con entusiasmo l’intera isola, oppure quella sfera la deve prendere a calci quel geniaccio malinconico di George Best, protestante, ma tiepidamente favorevole all’Irlanda unita, che con i suoi dribbling mise tutti d’accordo. Il Linfield resta comunque la faccia sportiva della Belfast più lealista. Vincente, se i numeri hanno qualche riscontro. Quando nacque la Lega, nel 1890, ne divenne parte integrante e si aggiudicò subito i tre campionati d'apertura, perdendo solo due partite su ben quaranta giocate. All'epoca il campo di casa era quello di Ulsterville Avenue ma una crisi economica a metà dell'ultima decade del secolo costrinse i "Blues" a spostarsi da lì e muoversi in giro per la città senza riuscire a stabilirsi in un luogo fisso. Nel 1895 venne preso in affitto il campo di Balmoral Road solo la situazione non migliorò in maniera netta perché i lavori di adattamento dell'impianto dovettero essere pagati con una parte del compenso previsto per i giocatori e ovviamente il club dovette adattarsi per qualche stagione. Almeno fino al 1904, quando sarà acquistato il terreno dell'attuale Windsor Park. L'esordio nel nuovo impianto avverrà contro i concittadini del Glentoran, il 2 settembre 1905, in un momento già delicato, dove la rivalità più accesa restava quella con il Belfast Celtic. (nè parleremo, aihmè). Il Linfield in patria (quale? la loro, chiaro) è una litania di vittorie lunga come il sermone di un pastore protestante. Uno dei maggiori artefici ha un nome e un cognome ben preciso: Roy Coyle, un’ala dai capelli lunghi e biondicci dalla scorza dura, nativo proprio di Belfast, che aveva esordito nel 1966 con il Ballymena United arrivando sulla panchina del Linfield nel ruolo di player/manager nel 1975 restandoci fino al 1990. Diverrà l'allenatore più vincente con 31 trofei messi in vetrina. Insieme a lui David Jeffrey che dal 1997 in poi di successi ne ha collezionati altrettanti. E c’è pure chi gli ha conosciuti entrambi. Si tratta di Noel Bailie, 25 stagioni di grinta al servizio del Linfield. Un record straordinario costellato di 1013 presenze sotto la guida di quattro diversi allenatori (dai citati Roy Coyle e David Jeffrey, passando per Eric Bowyer e Travor Anderson). Quando appese le scarpe al chiodo, a 40 anni suonati, la società decise di ritirare la maglia numero 11. Il cielo del Linfield non ha mai potuto risplendere in campo europeo dove l’atavica debolezza delle squadre irlandesi (in generale) ha lasciato spazio solo a saltuarie imprese. Ad esempio, nel 1967 il Linfield Football & Athletic Club (perché le cose vanno chiamate con il loro nome completo) arrivò ai quarti di finale della Coppa dei Campioni. In quell'occasione la “famous blu shirt” superò i primi due turni prima di arrendersi ai bulgari del CSKA Sofia, pareggiando 2-2 a Belfast (reti di Hamilton e Shields) e cedendo 1-0 in trasferta. Sono gli anni di Phil Scott, abile interno dall' ottima visione di gioco, e Sammy Pavis esile rossiccio appassionato di biliardo, soprannominato “Sammy Save Us”. A cavallo fra settanta e ottanta non era difficile ascoltare il coro “there is only one Billy Muray”, in omaggio all’istrionico attaccante specchio del periodo e flagello dei terzini avversari. Oppure perché no, Peter Rafferty detto “Bald Eagle” 332 partite e 42 centri. In tempi più recenti ecco Glenn “Spike” Ferguson ingaggiato dal Glenavon nel 1998 per 55000 sterline, uno dei migliori affari mai portati a termine dalla dirigenza del Linfield. Una pioggia di reti, fitte come i dissidi di Belfast. Tuttavia, parlare di diverbi è un eufemismo. Il culmine fu toccato in occasione del Boxing Day del 1948 disputatosi a Windsor Park tra il Linfield e il Belfast Celtic. Un finale drammatico nel quale l'attaccante del Belfast Celtic, Jimmy Jones ne uscì con una gamba rotta. L'anno successivo la federazione prese una decisione radicale e controversa: il Belfast Celtic doveva sparire da tutte le competizioni nordirlandesi. Nel 1997 il match contro il Coleraine dovette essere sospeso dopo che un tifoso (tifoso?) scagliò due bottiglie sul terreno di gioco a seguito dell'espulsione di due giocatori del Linfield. Vietata nel 2005 la trasferta dei sostenitori dei blues contro il Glenavon a causa delle minacce di agguati ricevute da quei simpaticoni di Lurgan. Ordine eseguito seppure la risposta indiretta sarà uno sputo, una birra e uno sguaiato God Save the Queen. Identità, alla fine. Perché il muro non è mica fisico. È psicologico, sociale; ti insegna a detestare gli altri da quando non sai ancora parlare, ti dice che cosa puoi fare e cosa no, dove puoi andare e dove non mettere piede se vuoi vivere. “Audaces fortuna iuvat” dice il motto latino del Linfield. Take Courage...

domenica 1 marzo 2026

L'UOMO DI LIMERICK

 


Se la band irlandese più famosa di Limerick​​ resteranno i Cranberries (formatesi nel 1989), sul finire del 1980 al "Dolan’s" si ascoltava sicuramente O’Riada e forse anche gli emergenti U2, sicuramente molto meno Van Morrison che in fondo era il solito arcigno protestante di Belfast dai capelli mielosi. Al cinema si faceva la fila per "The Elephant Man" di David Lynch, uno dei film più visti dell'anno e, a proposito di elefanti, il Limerick United Football Club campione d’Irlanda ospitò il Real Madrid nei sedicesimi di finale della Coppa dei Campioni. Su quel doppio confronto ci hanno persino girato un documentario intitolato "Sit Down and Shut Up" che racconta la storia del classico "Davide contro Golia". Il cortometraggio è stato diretto dal pluripremiato regista Cian O'Connor e finanziato con una borsa di studio dalla Limerick Arts Bursary. Il breve film presenta una serie di interviste con alcune leggende del club di quel momento come Des Kennedy, l’autore del goal che addirittura porterà in vantaggio i "blues" contro gli spagnoli nella gara d’andata. Oltre a lui ci sono il portiere Kevin Fitzpatrick e Gary Spain, storico del calcio di Limerick, che offre la sua interpretazione sugli eventi che hanno caratterizzato quel periodo nel calcio irlandese. All’epoca dei fatti il club si chiamava ancora Limerick United e giocava a poco più di 200 metri dalla stazione ferroviaria, nel bucolico impianto di Markets Field, in Garryowen Road, impianto essenziale, per non dire misero, una tribuna con i pali di sostegno, tre tornelli e un bel anello d’erba tutt’intorno su cui sedersi nelle giornate asciutte. Uno stadio, come nella migliore tradizione irlandese, nato per gli sport gaelici e prestato con poca convinzione al calcio. Dopo il sorteggio il Presidente del Limerick Michael Webb, anche su forti pressioni della UEFA, decise di spostare la partita al Lansdowne Road di Dublino. Un problema serio, perché i costi del viaggio erano alti e per i tifosi non ci sarebbe stato modo di tornare a Limerick la sera stessa con i mezzi pubblici. Molti sostenitori irritati boicottarono la partita. D’altro canto la cittadina stava passando un momentaccio a livello economico, assumendo sempre più le forme di un freddo mortaio di pietra colpito dal pestello composto da una micidiale combinazione di disoccupazione e mancanza di alloggi popolari che spinse molte persone, non soltanto giovani, ad entrare nel business della droga e il luogo, situato sulle sponde del fiume Shannon in una delle zone più suggestive del paese racchiusa tra la bellezza selvaggia del Burren e le meraviglie del Ring of Kerry diventerà da quel momento per tutti la famigerata "Stab City", ossia la "città dei coltelli", descritta magistralmente dal Premio Pulitzer Frank McCourt nel libro "Le ceneri di Angela". Cian O’Connor il regista del documentario su Limerick v Real Madrid disse di aver sentito l’epica di quella partita per la prima volta molti anni fa, quando si trovava in un taxi e il conducente per puro caso era un grande tifoso della squadra dei “super blues”. Durante il tragitto, gli raccontò un sacco di storie sul club: da quando Sam Allardyce ebbe il suo primo incarico da allenatore lì, a quando Pat Nolan scambiò la maglia con Kevin Keegan e poi la discussione tambureggiò ovviamente sopra quella famosa partita europea contro il Real Madrid, ma O’Connor disse che per un poò se ne era dimenticato. Tuttavia, cinque anni dopo, dai cassettini della memoria mentre frequentava l'ultimo anno della scuola di cinema, quel ricordo gli tornerà in mente, rendendosi conto di quanto fosse stato avvenente che il piccolo Limerick avesse giocato veramente un incontro ufficiale contro la squadra più famosa del mondo. La squadra che mesi prima aveva vinto il titolo di campione d’Irlanda era allenata da Eoin Hand, nome completo all’anagrafe Eoin Kevin Joseph Colin Hand, dublinese, ex difensore spinoso ma argenteo a livello mentale, non si limitava ad annusare il cuoio del pallone, voleva quasi sniffarlo, complicato, per non dire impossibile, fargli cambiare idea su un concetto. In carriera visse un discreto periodo al Portsmouth in Inghilterra, poi dopo alterne vicende finì a giocare persino a Pretoria in Sudafrica. In campo la fascia di capitano veniva affidata al compianto Joe O'Mahony, vincitore del titolo del 1980, onorato dal club con il ritiro della maglia numero 4. O'Mahony collezionò oltre 400 presenze con i “blues” tra il 1966 e il 1986, e al grido di “Have a go” (Provaci Joe) il giocatore divenne l’idolo della tifoseria oltre che figura emblematica nel calcio di Limerick per oltre due decenni, come quei nobilotti di campagna che ogni tanto lasciavano cadere volontariamente un pound dalla tasca del panciotto e facevano felici il grippetto di monelli dai piedi scalzi dietro di lui. Nessun nome di spicco, solo sopraccigli ispidi da perfetti irlandesi: Brendan Storan a Pat Nolan da Ewan Fenton a Johnny Matthew (al quale sarà annullato una rete proprio nella suddetta partita di Coppa dei Campioni) ma il calciatore rimasto nel cuore e celebrato ancora a distanza di quarantasei anni è, e continua ad essere, senz’altro Des Kennedy detto "Dessie" e si potrà dire che taluni si agitano troppo per certe cose della vita ma la sua fu sicuramente una brillante carriera, un sibilante picchetto, sia chiaro circoscritta nella periferia del pallone fatta di congiure da corridoio, gambe storte e scarpini chiazzati di fango; Kennedy era un bucaniere baffuto dai capelli rossicci, cecchino curvo sul frusciare dell’erbetta del Markets, che farà il suo debutto con la maglia blu del Limerick United da adolescente, nel 1972, dopo aver trascorso cinque mesi di prova con il Southampton. Un record totale di 137 reti unita a quella particolarità di essere diventato in senso assoluto "l’uomo di Limerick", il centravanti che si permise di segnare due reti al Real Madrid di Uli Stieilke, Juanito e Santillana, successivamente finalista del torneo sconfitto dalla combriccola fenomenale di Liverpool. Al Lansdowne Road dove un treno color giallo limone,  ogni dieci minuti esatti, passava accanto a un vecchio cottage e sotto la Main Stand il Limerick andò addirittura in vantaggio al termine di un azione concitata, innescata da un calcio di punizione battuto a centrocampo da Mick Ryan che la difesa del Real non riuscirà a spazzare con la giusta prontezza e Des Kennedy ne approfitterà avvitandosi come il mulinello di una torbiera colpendo il pallone di destro e producendo una strana carambola finita con una certa sorpresa alla spalle del portiere Rodriguez. Ciò nonostante, il Real Madrid ribalterà l’esito del punteggio ma il Limerick si arrenderà solamente a cinque minuti dal termine, poi al Santiago Bernabeu i bianchi, guidati da Vujadin Boškov, furono sempre infilati in qualche modo dallo scatenato attaccante irlandese ma chiusero la pratica questa volta vincendo con un perentorio 5-1. "Sapevamo che non avremmo mai potuto vincere tuttavia non volevamo essere disonorati davanti a quel pubblico enorme, dopo la partita siamo usciti felici e abbiamo bevuto qualche birra".

 

FRIED OLIVES

Toh, c’era pure Oliver Bierhoff nell’Ascoli quel giorno dentro uno stadio di Wembley che aveva ancora la pista per le corse dei cani e quell...