Tu non chiedere se fosse vero, potrei acconsentire. Il 13 novembre 2005 dentro un San Paolo stipato da oltre 60000 persone, il Napoli allenato da Edy Reja si garantì un pezzo importante di promozione battendo la Sangiovannese seconda in classifica per 4-1, giunta a Fuorigrotta da inaspettata protagonista del campionato di Serie C1 girone B e che, in quel catino enorme mai visto, febbricitante e pomposo, con una punizione calciata proprio da uno scugnizzo esemplare come "Ciccio" Baiano si era anche permessa spudoratamente di pareggiare la rete d'apertura siglata dal "Pampa" Sosa nello stravagante incontro al vertice. Al di là del risultato sicuramente fu la più bella ed entusiasmante trasferta nella storia della “Sangio” che a fine torneo si prenderà persino il lusso di agguantare i play off’s e venire eliminata solamente per la peggiore posizione di classifica dal Frosinone al termine di due tiratissimi 0-0. Non ti accorgi di essere uscito da Montevarchi che già sei entrato a San Giovanni Valdarno, la linea di confine è labilissima, praticamente impercettibile, si muove con secolare leggerezza in questa luce tipicamente toscana che rende tutto più autentico, tra la terra rossa e il cielo variabile; San Giovanni cipiglio di verbo radicato nel quotidiano, nelle sfumature di accento, San Giovanni avamposto della cosiddetta "terra nuova” citata dal Vasari, stretta nella centralissima piazza Masaccio con l’austero Palazzo di Arnolfo a fissare chi ci transita davanti con la sua antica aneddotica di guerra, ripresa nello studio dell’avvocato Alfredo Merlini nel 1927 quando la Sangiovannese del calcio nascerà come Unione Sportiva adottando a simbolo il "Marzocco", vale a dire il leone simbolo dell’esercito fiorentino che con la zampa sinistra regge uno scudo su cui è riprodotto un giglio dorato su sfondo bianco. San Giovanni che il sabato si riversava a ballare al “Fitzcarraldo” (tempio della House Music) e la mattina prendeva il caffè al Bar di Viale Diaz. Bisogna percorrere tutto l’abitato per giungere davanti all’ingresso della tribuna dello stadio intitolato a Virgilio Fedini, detto lo zio Virgilio, o I ‘Fedini, un uomo dal sorriso perenne, sempre disponibile per la sua “Sangio”, sempre pronto a dare un aiuto ai ragazzi in maglia azzurra, lui specchio di giovinezze lontane testimone di tanti eccellenti giocatori che hanno calcato questo rettangolo di gioco fra l’imbellettato e il malconcio come un retrobottega di provincia addossato allo scorrere di un Arno ancora mingherlino e dove, dietro alle basse gradinate, sbucano i boschi del Pratomagno; possiamo metterli pure in ordine i vari protagonisti, magari partendo da Piero Rossi autore della rete del momentaneo pari a Chianciano, nella sfida decisiva per la promozione del 1958 vinta poi con un goal di Donato Berini, i fratelli Spartaco e Fausto Landini, il primo otto anni nella grande Inter, il secondo ancora molto amato a Bologna, Giovanni Kostner elegante, tecnico, mai un pallone buttato via in un tempo in cui si chiedeva al difensore di rompere il gioco e poco più, la bella maglia azzurra fasciata sul corpo atletico e la classe cristallina di un ragazzo sbocciato precoce alla vecchia scuola del “Galli” e che poi aveva preso il volo passando alla Fiorentina. Indimenticato come Nello Menciassi centrocampista di rottura da 288 presenze (record imbattuto) e fascia da capitano ereditata giusto da Kostner, uno che a “Sangio” trovò anche l’amore sposando Sandra, la commessa della pasticceria Papi in Corso Italia, e ancora Marco Vastini il genio di Incisa, il gigante Antonio Bonaldi da Celano, la frizzante ala Pilade Gil De Ponti, Daniele Carnasciali terzino visto e preso a 17 anni dall’Atalanta, il bomber Francesco “Ciccio" Baiano”, epica consumata eppure pronto a una rinnovata, spudorata fragranza, e infatti il suo spartito non cambiò nemmeno in C2: quasi novanta presenze, più di trenta sigilli. Aggiungerei l’inossidabile Gael Genevier qui passato per una stagione ma lui resterà in campo fino alla bella età di 42 anni. E poi ci sono le “Sangio” speciali, quelle di metà anni Settanta allenate da Francesco Petagna con Ivo Giorgi Presidente e quella del 2003/04 dove in panchina era arrivato lui, Maurizio Sarri e per gli azzurri significò serie C1 che per una cittadina di 15000 persone è campionato degnissimo. Gli aneddoti con Sarri si fanno largo più dei risultati: si vestiva sempre di nero e non voleva mai la divisa societaria, non entrava mai in campo prima che la partita fosse incominciata e, anche per andare in panchina, faceva il giro largo non oltrepassando mai la linea. In fondo è rimasto quello di allora, quello che voleva sempre una camera d’albergo con il numero 3 finale e non si tagliava le unghie dei piedi finché le cose andavano bene. Insomma, il Sarri scaramantico, scrupoloso e maniacale forse in queste categorie più visibile del Sarri dei dogmatismi. La promozione in C1 arriverà dopo una piazza d’onore dietro a un Grosseto apparso fin da subito imprendibile. Nella finale di ritorno il Gualdo Tadino si arrenderà al Fedini per 3-1, festa e passaggio di consegne fra Maurizio Sarri e Piero Braglia per un'altra cavalcata piena di piacevoli sospiri inattesi. Oggi in un orizzonte dubbioso di giorni, percorrendo il piccolo corridoio centrale dello stadio di San Giovanni saltano all’occhio le tabelle con gli obiettivi stagionali dei singoli giocatori, frutto dei test e dei confronti tra staff e allenatore, ma lui, mutuando Francesco Guccini in "Eskimo", lo faceva già vent’anni fa.

11.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento