Fumo e cenere. Anche le fonderie Ley’s sembrarono voler partecipare all’evento con una massiccia infornata di ghisa e acciaio il cui sbuffo uscito dalle quattro ciminiere di Cotton Lane avvolse per qualche minuto lo stadio di una caligine grigiastra che si increspò sul “Welcome to the Baseball Ground” appeso a caratteri più circensi che marziali su uno dei cartelloni della tribuna laterale, stemperando per qualche minuto la luce diafana dei riflettori, autentica stella polare per la campagna buia delle East Midlands, mentre intanto, nell’aria fresca d’autunno di quel mercoledì 22 ottobre 1975, il Derby County, uno zoccolo dietro l’altro, si apprestava ad affrontare il Real Madrid nella gara d’andata degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni di fronte a un pubblico imballato e straripante. Dagli altoparlanti uscirono un trittico di canzoni dei Beatles, Here Comes The Sun, Don’t Let me Down e Yellow Submarine che i critici considerano uno dei brani meno significativi, eppure il testo un pò si conciliava con quel momento perché parla del desiderio doloroso e infantile di ritagliarsi un posto sicuro nella vita, un mondo parallelo dove gli obblighi e le batoste del quotidiano non potevano raggiungerci, e quel posto certe sere assomigliava davvero al Baseball Ground, che poi, di grazia, da quando le sanguisughe avevano seminato discordia, il gruppo si era sciolto, disperso nell’ostilità, guarda caso a Derby, 230000 abitanti adagiati sulle sponde del Derwent a pochi passi da Nottingham, avevano incominciato a vincere il campionato inglese. Due volte. Ergo, chissà, le canzoni sono più sagge degli esseri umani? certo non tutte, almeno non più di quel fottuto genio di Brian Clough che aveva lasciato il timone a Dave Mackay dopo aver provveduto a virare la tinta nera dei pantaloncini del Derby County in una navy blue e cucito i numeri in rosso sul retro della maglia affinché assomigliasse a quella della nazionale. Oh, il passaggio di consegne non fu esattamente indolore fra i due tecnici seppure entrambi siano ai fatti risultati vincenti. Mackay era un uomo completamente diverso da Clough ma altrettanto carismatico. Clough aveva lasciato in eredità una buona squadra, tuttavia nei primi tempi nello spogliatoio non si respirava una buona aria nell'alternarsi di vari spiriti e di una certa avversione. Mackay mostrò allora un invidiabile diplomazia e altrettanto sangue freddo, infine tirò fuori la sua volontà di ferro da scozzese inflessibile: "Sono undici bambini, non uomini ", disse. "Io sono un uomo e mi piace trattare con gli uomini, i bambini, se ne stiano alla larga". Verso il termine del mese di settembre ogni riottosità nello spogliatoio venne riposta, scomparve, ogni rimembranza del precedente manager affievolita o dissolta, e i “Rams” risalirono rapidamente la classifica. Già Rams. La ragione risale al XIX secolo, quando venne formata la squadra del Cricket Club e il gruppo decise di incorporare una testa di ariete nel loro stemma visto il legame tra la contea e la lavorazione della lana. Successivamente, al momento dell’arrivo del ramo calcistico, venne adottato lo stesso emblema. Se vogliamo cogliere, e dobbiamo farlo, un aspetto interessante di Derby è che a differenza di altre città e club non ha mai dovuto fare affidamento sui miti per raccontare la storia della sua cittadina. Cosa vuol dire? Vuol dire che forse Robin Hood di Nottingham probabilmente non è mai esistito, così come il drago gallese e il diavoletto di Lincoln. Ma cavolo, il caprone l’hanno visto tutti, questo è certo, ed è stato in giro fino a quando ci sono state le pecore a brucare l'erba sulle colline del Derbyshire. Il Derby County in quel 1975 festeggiava a testa alta i suoi ottanta anni di storia, iniziata nel 1895 quando un impiegato delle ferrovie di nome William Morley ebbe l’idea di fondare il club. Lo sprono della Coppa dei Campioni fu mosso da aspettative di rivincita dopo la fin troppo dibattuta semifinale persa due anni addietro contro la Juventus. Dave Mackay volle una squadra ruvida, incanutita nel bianco della divisa, un undici tutto britannico, randelli e bisaccia, screzi e maschere erranti a sfidare il vento sotto ogni pezzo di cielo d’Europa. Quel Derby County insomma era squadra "ostica" come il suo allenatore ma anche formazione capace di interpretare al meglio le caratteristiche tipiche di quel calcio. Il Derby fece tappa all'Hotel Midland la sera prima della partita, qualche drink, una partita a freccette, qualche lettura di quotidiani stropicciati, una telefonata alla moglie e una all'amente, e la mattina seguente si allenò nella sua base di Raynesway sotto una pioggia finissima. I giocatori erano di buon umore, mentre Derby si trasformava frettolosamente in una città in missione. Il Baseball Ground con le sue tribune scalene accolse il Real Madrid in una disordinata felicità, le tribune zeppe di mani spioventi d'allegrezza, la vecchia Ossie End tutta un trambusto, oltre trentamila in estasi, sedotti, aizzati, dai riflessi rosso cremisi dei capelli di Charlie George, ricci come quelli un cherubino. Qualcuno, esagerando, preso da visioni da chimera lo paragonava a Steve Bloomers detto “Paleface”, viso pallido oltre a un aspetto serafico a smentire viceversa un corpo di acciaio, un talento enorme e una volontà spietata di vincere che lo ha reso la più grande macchina da goal del suo tempo e il più grande calciatore nella storia dei Rams. Accanto a Charlie George si muoveva l'ombra e l'ego di Kevin Hector, King Kev, attaccante preso dal Bradford Park Avenue per 24.500 sterline, all'epoca il pagamento più ingente per prelevare un giocatore dalla quarta divisione. A proposito di Bloomer abbiamo “Up the Cazaly“, brano composto da tale Mike Brad che sarà successivamente arrangiato da due sostenitori del Derby, Mark Tewson e Martyn Miller, (si dice proprio ispirati dal busto “vittoriano” del calciatore che si affaccia sul campo del nuovo Pride Park) diventando l’inno ufficiale del Derby County che tornando a quel giorno scese in campo con una maglia griffata umbro bella alla stregua di un tabernacolo di marmo e con Colin Boulton in porta vestito di verde, privo di guanti a proteggere la porta affascinante come un tenero Cupido senza frecce; in mezzo al campo a far torcere di libido i lombi viscosi di birra dei presenti ecco Bruce Rioch, Henry Newton e lo scozzese Archie Gemmill. Dietro Roy McFarland, il capitano d’alabastro a menare calcagni e snellire puerili incombenze insieme al corrucciato gallese Rod Thomas. La partita fu un corno d’arcobaleno, una spuma di basettoni, il Derby County irruppe e la disfece, delegando Charlie George alla brace regale del sortilegio, una tripletta quasi da trastullo di un pomeriggio al parco, allegata al tiro da fuori del terzino David Nish. Il Real guidato dal dispotico sinistro del biondo tedesco Gunther Netzer, imbellettato nella solita zimarra blu da trasferta colpirà con il moresco Pirri nel cuore della partita, e risultato ultimo sul tabellone del Baseball Ground dirà 4-1. Ai microfoni della BBC risuonava la voce e lo stile inconfondibile di Barry Davis, per alcuni il migliore commentatore di ogni tempo, con il suo stile patrizio senonché un giorno i dirigenti della BBC, ritenuti degli strani snob invertiti, lo sostitueranno con John (Mottie) Motson, ritenuto più popolare e proletario. “Non avremmo dovuto visitare la città come fossimo semplici turisti- disse mesi dopo Mackay- camminare per ore e comprare qualsiasi tipo di souvenir da portare a casa, ridendo di quaalsiasi cosa ci passasse davanti fu deleterio, dovevamo essere assolutamente più professionali”. E il Derby dopo soli tre minuti subirà la rete di svantaggio, che alla resa del primo tempo poteva risultare misero piatto d’olive per i madridisti seduti sul velario enorme e soffice del grande stadio dei sei volte campioni europei. Colin Boulton fece delle belle parate, -"onestamente pensavamo di aver superato la prevedibile tempesta iniziale ma nella ripresa il Real Madrid mise a segno altre due centri dentro un frastuono assordante". George illuse, il Real Madrid siglerà ancora portando l’incontro ai supplementari dove arrivò affatturato il quinto goal, quello definitivo. Le assenze di Francis Lee e dell'infortunato Bruce Rioch ebbero sicuramente un peso specifico nell’economia della gara, dove va detto a scapito del riultato che il Derby County ci provò ed ebbe alcune buone occasioni da carnefice. Il brulichio di argento della Coppa apparve per la seconda volta ancora lontano, anzi più lontano dell’occasione precedente, e restò sfrangiato, disteso (temo per il Derby per sempre) sul fondo di una riviera che la vista coglie e subito perde all’apparire di un mulinello.


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