Il 28 aprile del 1996 i fratelli
Gallacher aprirono il primo concerto degli Oasis nel vecchio Maine Road con un
lisergico riff di The Shamble Swamp, e pazienza se il Manchester City fosse
retrocesso il giorno precedente, bastò una felpa blu griffata Umbro, indossata
da Noel, con il veliero che attraversa lo Ship Canal, per far esplodere i 40000
presenti. Ecco, in questi giorni di scempi, non parlate del Manchester City
se non avete conosciuto il vero Manchester City. Quello del Moss Side, quartiere
operaio, etnicamente variegato, raggrumato in un dedalo di palazzine
fatiscenti. Qui sorgeva Maine Road. Chiedetelo a quelli del Kippax, il pub che
prendeva il nome dalla screziata tribuna dello stadio. Perché esiste differenza
fra fascino e seduzione. Il fascino è una forza attrattiva, che promana
qualcosa o qualcuno, la rivelazione dell’unicità. La seduzione invece è
un’attività intenzionale che consiste nel rendersi attraenti, desiderabili. Un
trucco insomma, come quello dell’Etihad Stadium, l’impianto che ha raccolto
l’eredità del suo predecessore. Maine Road fu costruito nel 1923. Ottanta anni
e 1753 partite. L’altra metà del cielo plumbeo di Manchester. Ancora più grigio
fra Hulme e il Moss Side dove almeno la droga e il degrado hanno vinto di più
del Manchester United. Sembrava un copione di un film senza lieto fine. Un film
dove i cugini con la maglia rossa erano la squadra bella, pulita e vincente e
il Manchester City quella povera e sfigata. Quella supportata per congenita
vocazione al martirio. Non è stato sempre così, ci furono giorni che i piani
inclinati si ribaltarono. Il 27 aprile 1974 all’Old Trafford andò in scena il
derby più iconico della storia della stracittadina mancuniana. Uno scontro
decisivo per i red devils che a soli sei anni dal successo in Coppa dei
Campioni stavano lottando per evitare la retrocessione e dovevano sperare in un
risultato positivo oltre a una sconfitta del Birmingham. Al minuto 81 dopo una
litania di giocate infruttuose da parte di entrambe le squadre, Mike Doyle,
difensore centrale del City, rubò un pallone a Willie Morgan. Il passaggio di
Doyle giunse a Mike Summerbee, che smistò verso Colin Bell a centrocampo. Bell
rasentando il limite dell’area, con un leggero tocco, mosse la palla verso
Francis Lee che tagliò a destra attirando su di sé le attenzioni della difesa.
Poi farà partire un cross, rasoterra. Ad attendere il passaggio Denis Law, un
ex di lusso: undici anni in quello stadio, 309 presenze, 171 gol. Undici anni
durante i quali era stato addirittura incoronato dai tifosi come The King of
Old Trafford. Law accoglierà la palla, lasciandosela passare tra le gambe,
infine si sviterà come un tappo di sughero e con il tacco destro infilerà la
sfera alle spalle di Stepney. Una beffa. Impazziti dalla gioia, i tifosi dei
citizens invasero il terreno di gioco costringendo l’arbitro a decretare la
fine dell’incontro con alcuni istanti di anticipo. A questo punto la
contemporanea vittoria del Birmingham City è un dettaglio, il Manchester United è retrocesso
in seconda divisione. Meglio che far l’amore con Susan Scott. Eppure sarà il
canto del cigno di un’era fruttuosa iniziata nel 1968 con la conquista del
secondo titolo dopo quello conseguito nel 1937. Un attimo e ci arriviamo.
All’inizio era il West Gorton St. Marks, con una donna nel destino. Anne
Connell, la moglie del rettore della chiesa di St.Mark, Arthur Connell. Come
molte altre aree in rapida crescita industriale del nord, West Gorton non aveva
strutture sociali di svago e la donna cercò di evitare che i salari degli
uomini finissero in pinte di birra e corse dei cani con annesse risse a corpo libero.
Nonostante una malcelata ironia iniziale, Anne si sforzò di creare un attività
sportiva o quantomeno ricreativa. Con l'aiuto di William Beastow e Thomas Goodbehere, fondò un club di
calcio parrocchiale, il "St Mark's West Gorton" che tirerà i primi
calci sui campi di Clowes Street, per poi fondersi, nel 1884, con il West
Gorton Athletic, diventando più semplicemente il "Gorton", con nuovo palcoscenico
a Pink Bank Lane. Nel 1887 la società prenderà in affitto un terreno nei pressi
della ferrovia. Normali travagli del parto. Ma il Manchester City (e non poteva essere altrimenti..) nascerà da un
aborto. Accadde quando il padrone di casa tentò di alzare l'affitto, nel 1887, e il
capitano della squadra Peter McKenzie suggerì che il club si stabilisse in Hyde Road.
Lo spostamento portò al cambio di nome in Ardwick FC. Nel 1892 l'Ardwick
divenne uno dei fondatori della Second Division, anche se i rivali del Newton
Heath (gli antenati del Manchester United) furono ammessi direttamente alla First
Division. E qui ce ne sarebbero già troppe per identificare l’embrione di una
vita disagiata. Solo due anni dopo l'Ardwick fu costretto alla bancarotta. I
successori, battezzati Manchester City dal manager Josh Parlby, continuarono a
giocare ad Hyde Road fino a che nel 1920 l’impianto fu colpito da un incendio e
il City, sfacciatamente, costruì Maine Road ad appena tre miglia dall'Old
Trafford, come fosse uno sberleffo alla panoramica del destino, la culla del Dio minore accanto al letto del Demiurgo, galleggiando tra le prime due divisioni e vincendo la FA Cup nel 1934
guidati da Billy Meredith, uno nato nel 1874 a Black Park Chirk, una piccola città
mineraria nel nord del Galles, a sud di Wrexham che iniziò a lavorare come conduttore di pony da miniera. Meredith non aveva la minima intenzione di abbandonare la vita di Chirk e sua
madre era particolarmente contraria all'idea: "È facile per voi,
signori, lasciare le vostre grandi città e venire nei nostri villaggi a
rubare i nostri ragazzi ... I nostri ragazzi sono felici e sani,
soddisfatti del loro lavoro e dei loro divertimenti innocenti... se
Billy accetta il mio consiglio si dedicherà al suo mestiere e giocherà a
calcio per divertirsi una volta finito il lavoro". Meredith, dal faccione volitivo e spigoloso, ha quindi
firmato per il Manchester City, ma come dilettante continuando a
lavorare alla miniera per un anno, andando avanti e indietro per
le partite. Per il trionfo in campionato il City dovrà invece
attendere il 1937 con in panchina tale Wilf Wild e in campo un certo Matt
Busby... Salto temporale. Joe Mercer non era uno qualunque. Arrivò al City nel
1965, dopo una luminosa carriera con Everton e Arsenal e buone annate da
manager con Sheffield United e Aston Villa, ma accompagnato dalle remore del
medico che gli sconsigliava di accettare l’incarico per problemi di salute. Ma,
come spiegò benissimo sua moglie Norah…” voglio che faccia il lavoro che ama
piuttosto di vederlo seduto a casa e morire di crepacuore su una poltrona”. Non
gli fu concesso di allenarsi con i giocatori durante la settimana e così decise
di avvalersi dell’aiuto di un giovane coach, Malcolm Allison, grande ex del
West Ham. Cominciò la partnership più importante della storia del Manchester
City. “Avevo problemi di salute- disse Mercer- ma avevo grande fiducia nelle
mie capacità”. Nel 1957 "Big Mal" dovette abbandonare i campi di
gioco per una tubercolosi fulminante. Guarì, certo, ma il prezzo fu altissimo.
Un delicato intervento gli asportò un polmone. Aveva appena trent’anni.
All’inizio Allison, visibilmente scosso pensò fosse meglio restare alla larga
dedicandosi ad altre attività. Tuttavia nemmeno lui resisterà al canto della
sirena del football accettando l’incarico di manager al Bath City e al Plymouth
Argyle. Aria da Dandy, immancabile sigaro, cappotto scamosciato e cappello da
cow boy, si rivelò ottimo motivatore, e, nel 1965 approderà nella squadra del
suo cuore, come detto, nel ruolo particolare di assistente. Allison porterà con
sé Tony Book valorizzando talenti del calibro di Colin Bell, Mike Summerbee,
Francis Lee, Tommy Booth e un giovane irrequieto chiamato Stan Bowles. La
squadra diverte e convincendo anche la spocchiosa stampa inglese. Il Man City
vincerà il campionato del 67/68, la FA Cup del 1969, la Coppa delle Coppe del
1970 e una Coppa di Lega. L’ idillio si ruppe dopo il cambio di proprietà nel
1971. Mercer se ne andrà mentre “Big Mal” terminò il suo rapporto con i
citizens due stagioni dopo. E Bell? no dico Colin Bell? Centrocampista duro eppure geniale ed elegante, era arrivato al City nel
1966, per 45 mila sterline. 492 presenze e 152 gol con i Citizens. Un gentiluomo capace di ipnotizzare il pubblico del Maine Road. Lui veniva da Blackhall Rocks un posticino da pirati all'estremità settentrionale di Hartlepool, sulla
costa nord-orientale dell'Inghilterra, cielo basso e gabbiani rauchi, sguardi torvi. Bell e la sua parrucca di capelli biondicci buona per il teatro elisabettiano d'avanguardia, aveva un idolo nella vita: Charlie Hurley. Hurley sarebbe diventato il re a Roker Park di Sunderland ma Bell sarebbe diventato il re al Manchester City. Nel trentennio seguente, se togliamo un paio giorni
a Wembley, i baffi di Paul Power, un goal da spellarsi le mani di Paul Dickov,
i sabato pomeriggio a Maine Road saranno roba per masochisti e l’unica
soddisfazione sarà fare qualche coretto per il belloccio David White, per il
peperino Andy May, e cantare causticamente “Uwe's granddad bombed Old Trafford”
(“il nonno di Uwe Rösler, -il loro attaccante tedesco-, vi ha bombardato lo
stadio”), e cosa vuoi, in fondo lo sceicco poteva pure aspettare, perchè le
ragioni del buon Jimmy Grimble, restavano valide: “Cosa c’è di meglio del
Manchester United? Il Manchester City!”.
Blue Moon, you saw me standing alone, Without a dream in my heart, Without a love of my own..
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