“Vuoi vedere la classe operaia?” – “Devi andare davanti ai cancelli delle acciaierie alle 2 del pomeriggio, quando esce il primo turno”
La maestra Loretta era di Terni. Una donna di mezza età, ordinata, composta, di poche parole ma preziose, con i capelli fulvi raccolti in uno chignon e il naso rotondo con un piccolo neo sul lato sinistro. Quando entrava in classe lo faceva sempre con compostezza, con un sorriso, che fuori ci fosse il sole o che piovesse; vestiva in genere con dei tailleur dalle sfumature calde, di quelli con le tasche e i colletti bordati di vario colore. Si sedeva con una specie di decoro innato, spuntando come un busto del settecento da dietro la cattedra, leggermente rialzata rispetto al pavimento da un empirico catafalco, nella liturgia del vangelo apocrifo determinista, ispirato dal rispetto del ruolo a prescindere, che nel suo caso era sentito e non certo formale. Accanto a lei, impalata, la prospicenza obliqua della lavagna issata su rotelle, e alle sue spalle ecco la parete bianca, zavorrata da una striscia di formica celeste, in cui s’intervallavano in ordine il quadretto ufficiale del Presidente "Sandro" Pertini, quello con gli occhiali scuri e l’inseparabile pipa, un piccolo Cristo Patiens ligneo, oltre a una cartina d’Italia un pochino scolorita dal ripetuto puntar di bacchetta, stesa giù in verticale alla stregua di un lenzuolo messo perennemente ad asciugare. Mi ricordo che uno dei primi giorni di scuola si alzò e indicò un punto sulla cartina, il punto corrispondeva a una città piantata in mezzo alla penisola, e ci disse che lei era nata lì, a Terni, nei giorni bui e duri dei bombardamenti, e lo diceva un po’ commossa, soprattutto quando rammentava del suo essere bambina cresciuta in Via Saffi, con le finestre della camera messe di sbieco sul vialone quasi a voler sbirciare senza enfasi sulla strada limitrofa, zeppa dell’andirivieni continuo di operai in bicicletta, un’autentica fiumana di impeccabili uomini in tute blu strappati al rurale per esigenza di salario, croce e delizia di un cambiamento sociale e culturale, da quando le riserve idriche strette fra il Nera e il Serra permisero a Terni di guadagnarsi l’appellativo di “Manchester italiana”, e a favorire l’accostamento c’era pure quella nebbiolina umida, tutta inglese, mentre il maglio batteva forte e la città, dicevano, pareva tremare. Trasferita al seguito degli impegni lavorativi del marito, la signora Loretta nel tono delle parole, scandiva, distinto, un refolo di nostalgia, poi un giorno di primavera del 1982, arrivò in aula con una bella sciarpa rossoverde, e sulla sciarpa c’era impresso uno strano animale, ma c’era impresso pure un pallone da calcio e allora a tutti i maschietti, ormai in orbita Mondiale, scattò la curiosità di chiedere di più: “Oggi la Ternana è in serie C, disse con malcelato dispiacere, “ma giusto 10 anni fa conquistava la Serie A, esattamente quando nascevate voi”. Forse, nel nostro percorso di vita ci sono dei momenti in cui qualcuno stuzzica in maniera decisiva la nostra propensione, la nostra fantasia, determinando fattori, impulsi, voglie e vizi che ci accompagneranno per sempre. Quello strano animaletto si chiamava “Fera”, simbolo di Terni, alla pari del suo Santo degli innamorati, un essere bizzarro, uscito da un bestiario dragonesco, con due piedi, senz’ali e con la coda lunga e ritorta. Già, la Fere, quelle della Ternana di Corrado Viciani, quel gioco che un giornalista del Messaggero immortalò in un epitaffio decisivo scrivendo che dava la sensazione di fluire con la semplice naturalezza di una forza della natura, come il salto d'acqua della cascata delle Marmore, finendo per incantare tutti. Terni è appartenenza. A un lavoro, a una fede, a un progetto collettivo che caratterizza la sua gente e smorza ogni contraddizione. Si poteva votare Democristiano o Comunista ma quando occoreva difendere la fabbrica che faceva vivere, la cittadina rispondeva unita. Poco importava essere un ultrà della Ternana, un "Freak Brother" con l’orecchino, oppure un vecchio quadro sindacale, se c’era da prendere le botte dalla Polizia nessuno si tirava indietro, come fossero tanti tondini saldati insieme al loro rifugio di garanzia, al loro monolite siderurgico. La Ternana del calcio insomma è area a caldo, treno a freddo, magazzino e stoccaggio di memorie. Conobbi Claudio al mare, un ragazzo ternano, socievole, operaio agli acciai speciali, con nelle tasche del costume il "Manifesto" e il necessario per una paglia. Un tipo magrissimo, Claudio, dai tratti biondicci, rei di un puntinismo di lentiggini da protezione 50, tutto occhi e denti, miscelato in un accento che a un ascolto distratto pareva soccombere al sabino e al romano, ma in realtà, ammoniva lui, era cosa a sé, tipo la sua indefinita anarchia, moderata dalla salsedine e dal cornetto Algida. Correva l’estate del 1998 e la Ternana grazie alla finestra dei play off aveva guadagnato la Serie B. Naturalmente Claudio c’era. Dico c’era nel senso di Ancona, nella buca dello stadio Conero; auto, pulman e un paio di treni speciali, sotto un sole torrido, l’asfalto che ribolliva alla pari della passione dei tifosi arrivati da Terni. La Ternana allenata da un rampante Gigi Del Neri sconfisse un ostica Nocerina per 1-0 con il guizzo di Antonio Arcadio arrivato durante il mercato di novembre di quell’anno, un tiro violento scagliato da dentro l’area di rigore dopo che un rimpallo lo aveva messo nella possibilità di calciare a rete da buona posizione. Fu il tripudio. Una splendida giornata, mutuando Vasco Rossi, stravissuta, straviziata, senza tregua. Una giornata atta a riconoscere i pregi di una stagione caratterizzata inizialmente dal graduale passaggio di proprietà delle quote societarie al gruppo di Luigi Agarini, un signore che sapeva pochissimo di calcio ma come tutti i signori veri e non presunti sapeva pure far di conto, nonostante le carte bollate di un fallimento e di una ripartenza dal calcio dilettantistico in seguito al fallimento di Rinaldo Gelfusa. Un cammino di una squadra completa in ogni reparto, dal portiere Silvestri a capitan Mauro Mayer, da Giacomo Modica a Ezio Brevi, da Christian Bini, al supereroe da fumetto, il bomber Massimo Borgobello, gioventù spensierata custodita dalla fascetta a stringere la chioma fluente, il sorriso sornione da eccitato consiglio di fabbrica preceduto da un concerto punk, anima pazza dalla testa snodata, abilissima dote allegata a un piede sinistro dispotico dal sentore di zolfo. “Torna da noi” gli urlarono una sera dalle tribune dello sghembo ovale del "Liberati", e lui non seppe mica resistere, tornerà subito a vestire la maglie delle magiche “Fere”.
Non possiamo dimenticare l'era Viciani. Il 7 gennaio 1973 la sua squadra rivoluzionaria coglieva quella che sarebbe stata l’ultima vittoria di quel suo primo anno in Serie A: un 2-0 sul Vicenza con gol di Carrillo e autorete di Faloppa. Poco? Forse sì, per quel che meritava quella Ternana, ma abbastanza per lasciarla nella storia. Non aveva una gran tradizione calcistica, Terni: nel 1947 aveva sfiorato la A, ma era un altro calcio. A cavallo tra gli Anni ’50 e ’60 le “Fere” sono tra la veccia Interregionale e la Serie D, per poi essere promossi in C nel 1964. Nel 1967 sulla panchina rossoverde arriva il giovane Corrado Viciani dal Prato: vince subito il campionato e porta la squadra in B, e resta alla guida per un altro anno che si conclude con un dignitoso decimo posto. La squadra del presidente Taddei è ambiziosa: chiama Vinicio, all’inizio della sua carriera da allenatore, e poi di nuovo Viciani. Non è irresistibile la Ternana: ha buoni giocatori come il capitano Marinai, Angelino Rosa, Antonio Cardillo, Salvatore Iacolino. Ma ci sono squadre più attrezzate, c’è la Lazio di Maestrelli con Chinaglia, Papadopulo, Wilson, Massa. E invece la formazione rossoverde inanella una serie di prestazioni positive e mette dietro proprio la Lazio: anzi, mette dietro tutte le squadre e vince il campionato. Entra nella storia perché è la prima squadra umbra ad arrivare in Serie A, ma soprattutto perché lo fa in un modo non certo convenzionale: la Ternana propone il “gioco corto”, che è una fitta trama di passaggi in cui i calciatori devono star vicini tra loro, non devono lanciar lunga la palla e tutti devono partecipare a tutte le fasi di gioco. Oggi sembra di parlare di qualcosa di comune: nel 1971, in cui il catenaccio col libero che lancia lungo o il contropiede in Italia sono praticamente un mantra, la situazione era ben diversa. Necessità, certo, come lui stesso ammette quando dice che “avevo degli asini come giocatori, non potevo permettermi lanci lunghi, invenzioni, fantasie”. Piuttosto “bisognava correre, fare passaggetti facili facili, sovrapporsi”. Ma ovviamente non solo, sicuramente tutt’altro. Tant’è che lo dice apertamente Viciani: a lui il modello italiano non piace. In una finale di Champions League tra Inter e Ajax afferma di tifare per gli olandesi e che una vittoria dei lancieri sarebbe stata auspicabile per tutto il calcio italiano. È un allenatore che arriva a citare Pericle come modello della sua Ternana, dove c’è uno e uno solo che decide: ovviamente lui. È un allenatore che frequenta artisti del calibro di Guttuso e De Chirico. Di certo non è simpatico né ai colleghi né a un movimento calcistico fortemente conservatore. L’esordio in A è al San Paolo contro il Napoli di Beppe Chiappella: le Fere perdono 1-0 dopo aver giocato però benissimo. Nella seconda in casa annichiliscono letteralmente il Milan di Nereo Rocco e di Gianni Rivera: i rossoneri non vedono palla, mentre dall’altra parte Beatrice, Cardillo, Marinai e gli altri sono praticamente ovunque. I rossoverdi arrivano dalle parti di Vecchi tantissime volte, ma solo l’imprecisione degli attaccanti non permetterà agli uomini di Viciani di regalare la gioia più grande al Libero Liberati, e finisce 0-0 una sfida contro una squadra che nella giornata precedente aveva rifilato quattro gol al Palermo, in quella successiva addirittura nove all’Atalanta. Rocco dirà che quel punto era effettivamente troppo rispetto a quello che aveva mostrato il Milan in partita. Alla seconda apparizione al Liberati arriva la vittoria: 2-0 al Bologna, a novembre la squadra è addirittura a due punti dalla zona Uefa, ma lentamente i ritmi di gioco di Viciani, ben più dispendiosi rispetto al catenaccio e contropiede portano effetti negativi su una rosa non eccelsa. Certo, Viciani ha anche il merito di scovare perle come il giovanissimo Franco Selvaggi, ma se il girone di andata chiuso a 11 punti lasciava intravedere la possibilità di salvarsi, quello di ritorno, in cui la squadra ne fa soltanto 4 segna la fine di quel sogno. La Ternana in A ci tornerà subito con Enzo Riccomini, Viciani invece andrà al Palermo di Renzo Barbera, arrivando dalla B a giocare la finale di Coppa Italia contro il Bologna, perdendo ai rigori. “Hanno vinto i poteri forti: quella Coppa doveva vincerla il Palermo e la mia carriera sarebbe cambiata”, dirà poi. Il suo “gioco corto” infatti in A non è mai più arrivato, ma a Terni è tornato altre due volte. Da questo mondo è andato via nel 2014. Ma provate ad andare a Terni e parlare di tiki-taka.
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