venerdì 16 gennaio 2026

AND IT'S BARNSLEY




“Ho iniziato a guardare il Barnsley nel 1988, quando avevo 8 anni, ai tempi di Alan Clarke e dell'iconica divisa sponsorizzata dall’ industria dolciaria Lyon Cakes. Oakwell in quel periodo era uno stadio molto diverso da oggi, senza posti a sedere e quindi per riuscire a vedere qualcosa oltre il muro della folla dovevo salire su una cassa di birra che mio padre comprava per ogni partita, finché non fui abbastanza grande da poterla vedere senza questo tipo di aiuto”

William Evans. 

Barnsley è Inghilterra purissima, (attualmente in via di estinzione) cittadina eclissata del South Yorkshire indurita dalle tramontane di inverni che giurano sempre di essere più freddi dei precedenti, inerpicata da lunghe teorie di casette coi pennacchi di fumo su per amene colline verdi dove il tempo scorre col puntiglio di un conducente in ritardo e nei legnosi pub sono le freccette a sancire chi dovrà pagare il giro di “Timothy”, ossia la Pale Ale di riferimento dai sentori di luppolo e agrumi abbracciati al malto. Negli anni '80 e '90 Barnsley incassò, come fosse un pugile messo all’angolo, ogni colpo inferto dalle conseguenze della controversa chiusura dell'industria carbonifera nazionale lasciando dietro di sé povertà, miseri sussidi di disoccupazione e flebili speranze. Per molti abitanti di Barnsley, la promozione ai vertici del calcio inglese nel 1997 fu probabilmente il primo evento a rinfondere orgoglio nella zona. Tutto era cominciato nel 1887 quando il reverendo Tiverton Preedy, nella visione di pasque infantili, fondò un gruppo sportivo inizialmente conosciuto con il nome di Barnsley St. Peter's, nato per offrire opportunità ricreative e promuovere lo spirito di comunità, in un'area all'epoca dedita quasi totalmente alla palla ovale. Si diceva che il Barnsley, ogni volta che voleva un nuovo giocatore, si recasse in una miniera di carbone del distretto e gridasse verso il pozzo. Forse fu per questo che vennero chiamati anche "Colliers", e lo stemma del club è un inno alla classe operaia: un minatore con la lampada appesa al collo, che regge un piccone, e dall'altro lato un soffiatore di vetro che regge una canna da soffio. Esordio al Queens Ground, in Old Mill Lane, poi finalmente arriverà Oakwell, perimetro di muri stretti, tornelli ferrosi e tettucci rossi coricato in Groove Street, in cui si festeggerà la vittoria di una memorabile FA Cup nel 1912, fra cicatrici, lampi al magnesio, voluminosi cerotti e rammendi di aghi sapienti. L’anno di grazia fu, lo abbiamo detto, il 1996/97, quando sulla panchina c’era Danny Wilson: "Me la sono cavata bene per essere un ragazzino di Wigan", è la frase di chiusura, meravigliosamente modesta, della sua autobiografia intitolata, "I Get Knocked Down, But I Get Up Again", tratta dal successo di “Tubthumping” della rock band "Chumbawamba", le cui radici spirituali si arrotolano con la pigrizia di una serpe nella bruma dello Yorkshire. La squadra venne rinforzata in maniera adeguata, all’esperienza del capitano Neil Redfearn furono aggiunti Paul Wilkinson e Neil Thompson così come Matty Appleby sbocciato nelle giovanili del Newcastle e poi mandato a farsi le ossa a Darlington. A questi si aggiunsero la scommessa del giovane serbo Jovo Bosančić e Clint Marcelle, autentica spina d’agave, nativo di Trinidad e Tobago, reclutato dai misteriosi portoghesi del Felgueiras dove pareva fosse andato a lenire l’uggia della vita. Quei Reds erano dati per retrocessi da qualunque addetto ai lavori, un corteo d’usignoli stregati e salaci sulle qualità del gruppo e questo increspò le fronti, provocando un cruccio, una goccia di risentimento ostinato, senza nome, nella fessura, viceversa, di un abbraccio di primavera felice. E Marcelle ebbe un impatto immediato, aiutando il Barnsley a ottenere cinque vittorie consecutive, eguagliando il suo miglior inizio di sempre stabilendosi in testa alla classifica con 15 punti. "Sentivamo l'odore della Premier League", -dissero, "e ci siamo concentrati per arrivarci". In autunno però la forma fisica calò, ma l'ingaggio dell'attaccante John Hendrie riaccese la fiamma. Hendrie scozzesino sulfureo dai capelli dritti venuto al mondo a Lennoxtown, bivacco di nuvole e cardo; promessa buttata nella spazzatura da Bobby Gould al Coventry che ebbe la forza e il carattere di rimettersi in gioco. A Barnsley giunse al crepuscolo della carriera, aveva 33 anni quando indosserà la casacca rossa del Barnsley e in molti ebbero il sospetto o l’impressione che fosse lì per rimediare l'ultimo stipendio. Hendrie sarà autore del goal della vittoria contro lo Sheffield United a Bramall Lane a fine dicembre e assicurò ai Reds la vetta della classifica prima di Natale nell'ultima partita del 1996, mettendo a segno una doppietta contro il Manchester City a Oakwell davanti a 17.000 tifosi, ponendosi obolo di soccorso per tutti coloro che avevano ormai iniziato a non credere nell’impresa. Il Bolton, onestamente fuori portata, era ormai scappato e ci furono dei momenti di tensione nella parte finale della stagione. Le sconfitte contro Birmingham City e Portsmouth, un pareggio al Selhurst Park con il Crystal Palace e la seria minaccia degli inseguitori del Wolverhampton Wanderers significavano che il momento di determinare il secondo posto, valido per la promozione in Premier, forse sarebbe andato per le lunghe. Beh, quasi. In fondo il 26 aprile 1997 tutto ciò che il Barnsley doveva fare era battere in casa i rivali locali del Bradford City, non ancora salvi, sotto una pioggerellina incessante. "Clint Marcelle, punta alla gloria e la ottiene!". Furono queste le parole di John Helm, commentatore per BBC Radio 5 Live, quel pomeriggio, otto parole perfette. La promozione in Premier League del Barnsley fu esattamente questo: Gloria. Non una questione di ricompense economiche o coppe da mettere in vetrina. Il Barnsley era stato il club in cui Danny Blanchflower si era fatto un nome nel calcio inglese e in quella stagione i reds avevano praticamente espresso l'essenza di una sua celebre citazione: "Il gioco è questione di gloria, di stile, di scendere in campo e battere gli altri, non di aspettare che il pubblico perisca di noia". Quarantacinque giornate di campionato su quarantasei per aspettare soltanto quella partita contro il Bradford City alle 14 orario di Westminster. Chi non trovò il biglietto d’ingresso si dovette accontentare di tv e radio. Pelle d'oca. Ovunque. Il programma sportivo di Radio 5 BBC fu praticamente un tripudio di auguri per il Barnsley. La resistenza del Bradford fu piegata al minuto ventuno da un colpo di testa di Paul Wilkinson che sciolse molte tensioni portando in vantaggio il Barnsley. Secondo tempo insopportabilmente teso ma tutto si distese quando Clint Marcelle praticamente in chiusura di match infilò la porta difesa dal portiere del Bradford Aidan Davison. Ventimila persone, tutte con riflessioni molto personali e individuali, molti con gli occhi pieni di lacrime, invasero il campo, un'ondata di emozioni represse che andavano ben oltre il calcio. Il successo del Barnsley, al di là della rivincita sui pronostici rappresentava molto più di una semplice vittoria, significava l’abbordaggio alla Premier League da parte di una ciurma proveniente da una città un pochino malmessa e abbastanza malfamata che a sorpresa si intrufolava nel glamour della Premier League. L’ora che seguì il fischio di chiusura fu un continuo abbraccio dei tifosi ai ragazzi allenati da Danny Wilson, mentre intanto lo schermo del Ticket Office metteva in onda la pagina della parte alta della classifica della Nationwide Division One, riportando in verde Bolton 98 e Barnsley 80, seguite, in un bianco smunto, da Wolverhampton 76, Ipswich 74 Sheffield U 73 Crystal P 71 che si sarebbero dovute accontentare dei play off.





 

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