“Ho iniziato a guardare il Barnsley nel 1988, quando avevo 8
anni, ai tempi di Alan Clarke e dell'iconica divisa sponsorizzata dall’
industria dolciaria Lyon Cakes. Oakwell in quel periodo era uno stadio molto
diverso da oggi, senza posti a sedere e quindi per riuscire a vedere qualcosa oltre
il muro della folla dovevo salire su una cassa di birra che mio padre comprava
per ogni partita, finché non fui abbastanza grande da poterla vedere senza questo
tipo di aiuto”
William Evans.
Barnsley è Inghilterra purissima, (attualmente in via di
estinzione) cittadina eclissata del South Yorkshire indurita dalle tramontane di inverni che giurano sempre di essere più freddi dei precedenti, inerpicata da lunghe teorie di casette coi pennacchi di fumo su per amene
colline verdi dove il tempo scorre col puntiglio di un conducente in ritardo
e nei legnosi pub sono le freccette a sancire chi dovrà pagare il giro di “Timothy”, ossia la Pale Ale di riferimento dai sentori di luppolo e agrumi abbracciati al malto. Negli anni '80 e '90 Barnsley
incassò, come fosse un pugile messo all’angolo, ogni colpo inferto dalle
conseguenze della controversa chiusura dell'industria carbonifera nazionale lasciando
dietro di sé povertà, miseri sussidi di disoccupazione e flebili speranze.
Per molti abitanti di Barnsley, la promozione ai vertici del calcio inglese nel
1997 fu probabilmente il primo evento a rinfondere orgoglio nella zona. Tutto
era cominciato nel 1887 quando il reverendo Tiverton Preedy, nella visione di pasque
infantili, fondò un gruppo sportivo inizialmente conosciuto con il nome di
Barnsley St. Peter's, nato per offrire opportunità ricreative e promuovere lo
spirito di comunità, in un'area all'epoca dedita quasi totalmente alla palla
ovale. Si diceva che il Barnsley, ogni volta che voleva un nuovo giocatore, si
recasse in una miniera di carbone del distretto e gridasse
verso il pozzo. Forse fu per questo che vennero chiamati anche "Colliers",
e lo stemma del club è un inno alla classe operaia: un minatore con la lampada appesa al collo, che regge un piccone, e dall'altro
lato un soffiatore di vetro che regge una canna da soffio. Esordio al Queens
Ground, in Old Mill Lane, poi finalmente arriverà Oakwell, perimetro di
muri stretti, tornelli ferrosi e tettucci rossi coricato in Groove Street, in cui si festeggerà la vittoria
di una memorabile FA Cup nel 1912, fra cicatrici, lampi al magnesio, voluminosi cerotti e
rammendi di aghi sapienti. L’anno di grazia fu, lo abbiamo detto, il 1996/97, quando sulla panchina c’era Danny Wilson: "Me la sono cavata bene per essere un
ragazzino di Wigan", è la frase di chiusura, meravigliosamente modesta,
della sua autobiografia intitolata, "I Get Knocked Down, But I Get Up
Again", tratta dal successo di “Tubthumping” della rock band "Chumbawamba",
le cui radici spirituali si arrotolano con la pigrizia di una serpe nella
bruma dello Yorkshire. La squadra venne rinforzata in maniera adeguata, all’esperienza del capitano Neil Redfearn furono aggiunti Paul Wilkinson e Neil Thompson così come Matty Appleby
sbocciato nelle giovanili del Newcastle e poi mandato a farsi le ossa a Darlington.
A questi si aggiunsero la scommessa del giovane serbo Jovo Bosančić e Clint Marcelle, autentica spina d’agave, nativo di Trinidad e Tobago, reclutato dai misteriosi
portoghesi del Felgueiras dove pareva fosse andato a lenire l’uggia della vita.
Quei Reds erano dati per retrocessi da qualunque addetto ai lavori, un corteo d’usignoli
stregati e salaci sulle qualità del gruppo e questo increspò le fronti,
provocando un cruccio, una goccia di risentimento ostinato, senza nome, nella
fessura, viceversa, di un abbraccio di primavera felice. E Marcelle ebbe un impatto
immediato, aiutando il Barnsley a ottenere cinque vittorie consecutive,
eguagliando il suo miglior inizio di sempre stabilendosi in testa alla
classifica con 15 punti. "Sentivamo
l'odore della Premier League", -dissero, "e ci siamo concentrati per arrivarci". In
autunno però la forma fisica calò, ma l'ingaggio dell'attaccante John Hendrie
riaccese la fiamma. Hendrie scozzesino sulfureo dai capelli dritti venuto al mondo a Lennoxtown,
bivacco di nuvole e cardo; promessa buttata nella spazzatura da Bobby Gould al
Coventry che ebbe la forza e il carattere di rimettersi in gioco. A
Barnsley giunse al crepuscolo della carriera, aveva 33 anni quando indosserà la casacca rossa del Barnsley e in molti ebbero il sospetto o l’impressione che fosse lì per rimediare l'ultimo stipendio. Hendrie sarà autore del goal della vittoria contro lo Sheffield United a Bramall Lane a fine dicembre e assicurò ai
Reds la vetta della classifica prima di Natale nell'ultima partita del 1996, mettendo a segno una doppietta contro il Manchester City a Oakwell davanti a 17.000 tifosi,
ponendosi obolo di soccorso per tutti coloro che avevano ormai iniziato a non
credere nell’impresa. Il Bolton, onestamente fuori portata, era ormai scappato
e ci furono dei momenti di tensione nella parte finale della stagione. Le
sconfitte contro Birmingham City e Portsmouth, un pareggio al Selhurst Park
con il Crystal Palace e la seria minaccia degli inseguitori del Wolverhampton
Wanderers significavano che il momento di determinare il secondo posto, valido
per la promozione in Premier, forse sarebbe andato per le lunghe. Beh, quasi. In
fondo il 26 aprile 1997 tutto ciò che il Barnsley doveva fare era battere in
casa i rivali locali del Bradford City, non ancora salvi, sotto una
pioggerellina incessante. "Clint Marcelle, punta alla gloria e la
ottiene!". Furono queste le parole di John Helm, commentatore per BBC Radio
5 Live, quel pomeriggio, otto parole perfette. La promozione in Premier League del
Barnsley fu esattamente questo: Gloria. Non una questione di ricompense
economiche o coppe da mettere in vetrina. Il Barnsley era stato il club in cui Danny Blanchflower si era
fatto un nome nel calcio inglese e in quella stagione i reds avevano praticamente
espresso l'essenza di una sua celebre citazione: "Il gioco è questione di
gloria, di stile, di scendere in campo e battere gli altri, non di aspettare
che il pubblico perisca di noia". Quarantacinque giornate di campionato su
quarantasei per aspettare soltanto quella partita contro il Bradford City alle
14 orario di Westminster. Chi non trovò il biglietto d’ingresso si dovette
accontentare di tv e radio. Pelle d'oca. Ovunque. Il programma sportivo di
Radio 5 BBC fu praticamente un tripudio di auguri per il Barnsley. La
resistenza del Bradford fu piegata al minuto ventuno da un colpo di testa di
Paul Wilkinson che sciolse molte tensioni portando in vantaggio il Barnsley.
Secondo tempo insopportabilmente teso ma tutto si distese quando Clint
Marcelle praticamente in chiusura di match infilò la porta difesa dal portiere
del Bradford Aidan Davison. Ventimila persone, tutte con riflessioni molto
personali e individuali, molti con gli occhi pieni di lacrime, invasero il
campo, un'ondata di
emozioni represse che andavano ben oltre il calcio. Il successo del Barnsley,
al di là della rivincita sui pronostici rappresentava molto più di una semplice
vittoria, significava l’abbordaggio alla Premier League da parte di una ciurma
proveniente da una città un pochino malmessa e abbastanza malfamata che a sorpresa si
intrufolava nel glamour della Premier League. L’ora che seguì il fischio di
chiusura fu un continuo abbraccio dei tifosi ai ragazzi allenati da Danny
Wilson, mentre intanto lo schermo del Ticket Office metteva in onda la pagina
della parte alta della classifica della Nationwide Division One, riportando in
verde Bolton 98 e Barnsley 80, seguite, in un bianco smunto, da Wolverhampton 76,
Ipswich 74 Sheffield U 73 Crystal P 71 che si sarebbero dovute accontentare dei
play off.


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