venerdì 13 febbraio 2026

LOVE IS IN THE AIR

 


Dundee aveva sofferto delle piogge incessanti della lunga coda d’inverno, i giardinieri del club avevano fatto di tutto per migliorare la situazione ma bastava guardarlo quel terreno di gioco per storcere la bocca: i classici triangoli di fango nelle due aree piccole, in mezzo un autentico campo di patate pieno di buche dove la palla impazziva o si piantava, più decente ai lati e negli angoli dove lo strato di erba si salvaguardava solo per la minore frequenza di mischie e tacchetti di ferro. Eppure, quella sera del 4 marzo 1987 non sarebbe entrato nemmeno una sardina in quella casamatta a tinte arancioni del Tannadice Park, ventimila e passa corpi stipati sotto le tettoie nel bieco ondeggiare di un arrembaggio imminente. L'intera "Shed End" trattenne il fiato, mentre la sfera di cuoio marchiata "mitre" volava in aria, volò altissima, una strampalata parabola che Andoni Zubizarreta, portiere del Barcellona, non seppe interpretare sotto quel cielo basso di presagi, ​​ ascoltò solo il fruscio della rete dietro di lui. L’empirico tiro da saltimbanco del ventunenne Kevin Gallacher aveva portato il Dundee United in vantaggio per 1-0 nell'andata dei quarti di finale della Coppa UEFA. I primi a spargere in città la notizia dell’abbinamento uscito dall'urna di Zurigo furono quelli di Radio Tay intorno alle quindici del pomeriggio quando le ultime note della sempre gettonatissima “Love is in the Air” di Paul Young si spensero sulla voce dello speaker David Clegg che comunicò l’esito del sorteggio con voce sopravvissuta alle sillabe di Babele: Dundee United-Barcellona. A quel punto, fra i caseggiati dall'intonaco marrone agganciati a schiera, stretti fra la collina di basalto di Law e la brezza salina del Mare del Nord, nell’invariabile staffetta di luce e torme di nuvole, il numero dei battiti si alzò, cosi come il numero delle pinte spillate al “The Goalie” il pub di proprietà di Hamish McAlpine, ormai ex portiere dei “Tangerines”, del quale si narrava che una volta avesse rinviato talmente forte un pallone da farlo atterrare addirittura nello stadio limitrofo del Dundee FC.  Già, perché fra l’impianto del Dundee United e quello del Dundee FC corrono circa duecento metri di distanza, tali da renderli i più attigui del Regno Unito. Ora, se cercate una colonna sonora per il derby di Dundee prendete magari “Little Hide” degli Snow Patrol, dove sulla copertina appare una foto del Tannadice Park affollato durante una stracittadina, mentre se cercate il significante potremmo dire che sulle rive ghiaiose del Tay questo derby assomiglia al classico cenone di Natale dove per forza devi invitare parenti che non vedi quasi mai se non per matrimoni o funerali e per giunta non ti stanno nemmeno simpatici al punto che con qualcuno hai anche litigato ma ad ogni modo devi metterli a tavola cantando a mezza bocca "Christ child's lullaby" aspettando il tacchino ripieno o l'immancabile Black Pudding da sbriciolarsi sulla tovaglia in tartan finché, finita la veglia e baciati alla Giuda i convitati, chiudi la porta tirando un sospiro di sollievo. Il problema è che dalle finestre delle rispettive casette, i vicini sono dannatamente vicini e la parentela volendo può pure spiarsi ogni giorno che Dio manda in terra. Ecco, detto questo, mettiamolo da parte il derby e riprendiamo da quel Dundee United griffato da una “adidas” strepitosa che però nei confronti del monolite blaugrana apparve improbabile ghirigoro, impari turibolo di incensi cattolici (lo United nacque da lombi irlandesi in una bottega di biciclette) al quale sentendo il parere degli addetti ai lavori, non rimaneva che lasciarsi inghiottire dalla balena catalana e poi a prescindere da qualsiasi tipo di avversario europeo il tesoriere del club, George Fox, doveva fare i salti mortali per far quadrare i conti poiché al tempo le trasferte sul continente costavano un sacco di soldi e i rientri in termini economici risultavano piuttosto miseri. Ma, d'altra parte, i registri del club degli ultimi anni dichiaravano un sacco di bella argenteria nella vetrina del Tannadice, soprattutto da quando era arrivato lui: Jim McLean. Accadde nel 1971, dopo diciotto mesi da allenatore proprio del bluastro vicinato, chiamato per sostituire l’icona Jim Kerr. James Yuille McLean da Larkhall, cittadina di pendolari seduta sulle sponde del Clyde a poco meno di quindici miglia da Glasgow. Un’infanzia in seno a una famiglia operaia, apprendista falegname a Ashgill. Qualcuno un giorno lo vedrà tirare calci ad un pallone e lo convinse a mollare la pialla per giocare con l’Hamilton dove inizierà la carriera. Un carattere ruspante McLean, irascibile, non era tipo da mandarle a dire; urlava, provocava, preferiva vedere la partita in casa dalla tribuna e a tale proposito si farà costruire un box privato con vista campo e telefono, dal quale comunicava ogni disposizione al suo secondo in panchina munito di robusto cordless. Astemio da dogma di fede, era famoso per vincolare i suoi giocatori a contratti a lungo termine con stipendi minimi, il resto veniva integrato da vari bonus, raramente mostrava segni di soddisfazione, una volta negò l’incentivo alla squadra dopo una vittoria per 7-0 sul Kilmarnock, dichiarando che i suoi ragazzi non erano stati abbastanza divertenti. Però, cosa volevi dirgli, basti pensare che nel 1980 il Dundee United aveva in bacheca meno trofei del Dundee FC. Un’onta lavata a partire dal 1980 attraverso l'affermazione in Coppa di Lega del ai danni dell'Aberdeen, bissata l'anno successivo con un’altra vittoria nello stesso torneo piegando con un roboante 3-0 il Dundee FC in una specie di passaggio di consegne tutto cittadino. Ciò nonostante, l’anno di grazia, resterà il 1982/83. Per certi aspetti fu uno shock di proporzioni sismiche. Se pensiamo al calcio scozzese come un’unica sorgente dove si abbeverano avidamente solo Rangers e Celtic, l’intrusione del Dundee United non se l’aspettava nessuno. Ma in quel maggio del 1983, sul trono di Scozia si siederanno proprio i ragazzi con la maglia arancione listata di nero e il leone rampante sul petto. Nell’ultima gara di campionato avrebbero dovuto battere (guarda caso) gli ormai malcapitati rivali del Dundee FC in trasferta (per modo di dire…) al Dens Park. Incontro sempre bellicoso s'intende, tuttavia non impossibile visto il cammino e il rendimento degli uomini di McLean. Un torneo partito con una bella vittoria interna contro l’Aberdeen per 2-0 e un discreto pareggio a reti inviolate nel tempio dei Rangers a Ibrox. McAlpine in porta, linea difensiva composta da David Narey, l’esperto Paul Hegarty, sbocciato in gioventù come attaccante e successivamente trasformato in ordinato difensore, Richard Gough, rossiccio centrale coriaceo insieme a Maurice Malpas, ragazzotto di Dunfermline con un incisivo da castoro che gli regalava sorrisi sornioni. A centrocampo il pungente Derek Stark insieme alla bussola Ralph Milne e al coriaceo John Holt, poi Eamonn Bannon, arrivato dal Chelsea nel 1979 per 165000 sterline e il local boy con la chioma da paggetto Ian Phillip. Davanti il tandem Davie Doods e Paul Sturrock coppia di autentiche calamite della squadra, il secondo per giunta regalò tutta la sua carriera al club del Tannadice debuttando a 17 anni e chiudendo a 32, dopo aver messo a segno un totale di 109 centri. Il 14 maggio 1983 oltre 29.000 perosne imballate dentro al crepuscolare Dens Park per novanta minuti carichi di tensione e senso d’attesa. Il Dundee United diventò campione di Scozia grazie a una splendida invenzione di Ralph Milne e a un rigore di Bannon, pronto a ribattere in rete la respinta corta del portiere avversario. La classifica disse United 56, Celtic 55. L’anno dopo ci sarà la famosa partecipazione alla Coppa dei Campioni fermata soltanto nella semifinale di ritorno, in una partita pieni di veleni e polemiche, all’Olimpico contro la Roma. Ma dobbiamo correre verso Barcellona e la Coppa UEFA 1986/87. In estate il portiere Hamish McAlpine fu sostituito da Billy Thomson ma Maurice Malpas, David Narey, John Holt e Paul Hegarty erano rimasti nella difesa vincitrice del titolo, insieme a John Clark, che non aveva giocato molto tuttavia si apprestava a disputare un'ottima stagione. A centrocampo, Eamonn Bannon e Ralph Milne erano ancora presenti, con l'attaccante Paul Sturrock che continuava il suo sodalizio con il club per cui aveva firmato a 16 anni nel 1974. McLean aveva rinforzato la squadra con Dave Bowman, Jim McInally glaswegian arrivato dal Coventry con il vizio di tingersi i capelli color platino, Ian Redford e aggiunte chiave come il ventenne Kevin Gallacher in attacco a supporto di Sturrock e Tommy Coyne. Insomma,  McLean aveva quasi tutti i pezzi al loro posto, si mosse ancora per colmare il vuoto lasciato da Dodds acquistando Iain Ferguson dai Rangers per 145.000 sterline, un'operazione astuta che diede i suoi frutti, con il nuovo acquisto che partì a razzo mentre il club godette di un fantastico inizio di stagione restando imbattuto nelle prime 11 partite di campionato. Lens, Universitatea Craiova e Hajuduk i prime tre club fatti fuori, poi il sorteggio mise gli scozzesi dinnanzi a un destino che pareva scontato a loro sfavore: il Barca di Terry Venebles, Gary Lineker e Mark Hughes e Steve Archibald, un club reduce dalla sorprendente sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni dell'anno precedente a Siviglia contro la Steaua. Quel goal di Gallacher dopo soli 108 secondi dette allo United un qualcosa a cui aggrapparsi in attesa del Camp Nou. "Non sono sicuro che possiamo farcela nella gara di ritorno", - ammise McLean. "Abbiamo faticato nel secondo tempo, però sono orgoglioso di come i ragazzi hanno continuato a giocare". I tifosi dello United piombarono su Barcellona in massa, ovvio. McLean che pretese di arrivare con alcuni giorni di anticipo per acclimatarsi meglio, si assicurò che i suoi giocatori si allenassero presto per evitare l'esposizione al sole spagnolo di mezzogiorno. Ispezionava le gambe dei giocatori alla ricerca di segni di abbronzatura, il chiaro segno che le sue regole erano state disobbedite. Un’altra fisima dell'allenatore era l'insistenza con cui invitava i  suoi giocatori a prendere le scale in Hotel, in quanto gli ascensori erano robaccia da gente pigra. E figuratevi cosa successe quando Maurice Malpas arrivò in ritardo alla sessione di rifinitura a poche ore dalla partita perché  rimasto bloccato tra un piano e l'altro nell’ascensore… Quelli del Dundee furono sembravano minuscoli rispetto all’incombenza del Camp Nou quando la squadra uscì dal tunnel per il riscaldamento, una conca immensa turbinata dalla cacofonia dei tipici suoni latini. Il Barcellona si riversò all’attacco ma senza il passo corretto, errori, imprecisioni, fretta, fatto sta con l'intervallo alle porte, lo United era stato molto bravo a mitigare la pressione blaugrana, ma improvvisamente non riuscì a liberare a sufficienza una palla e il tiro di Ramón Calderé dal limite dell'area venne deviato in rete da uno stinco di troppo. Il Dundee United si lasciò inghiottire dalla bolgia e il risultato complessivo fu rimesso in parità. I giocatori entrarono negli spogliatoi pallidi, sussurrandosi all’orecchio parole da imminente bisticcio, aspettandosi la furia di McLean, invece, il loro allenatore si mostrò inaspettatamente  calmo e rassicurante, compose una cabaletta di parole da sembrare una sorta di esorcismo flaccido ma sicuro della giustezza del rito. Il Dundee United tenne botta, tergiversando, ogni tanto balzava fuori dalla propria metà campo, giù a precipizio nell’infinito verde del Camp Nou concertando il da farsi, persino rendendosi velenoso. A cinque minuti dalla fine, Ferguson conquistò una punizione sulla sinistra. Paul Sturrock, detto "Luggy", mise dentro un cross d’agrume dove il più lesto fu John Clark che colpì di testa pareggiando la partita e mandando in estasi i sostenitori in  trasferta lassù nello spicchio più alto del Camp Nou che parevano tante farfalline arancioni. Lo stadio cominciò a mostrare i vuoti, il Dundee United era entrato in punta di piedi e ora poteva compiere la suprema irrisione, mentre i tifosi del Barca infuriati sventolavano in segno di protesta i loro fazzoletti bianchi, Neil Sturrock si  lanciò ancora sulla fascia e notò Iain Ferguson apparire sul secondo palo come un corvo affamato. Traversone al millimetro e l'ex gers insaccò nell'angolo.  Notte d’ebrezza, notte di dissipazioni, notte di felicità temute. Perché andrebbe proseguito per dire che quella squadra giunse addirittura in finale ma venne sorpresa dalle mosse di un gruppo di biondoni svedesi, scaltri sogghignanti e sfacciati, peccato.



Compendio:

Nel 1959 si era sistemato in panchina Jerry Kerr e insieme a lui arrivarono sterline in cassa grazie al fondo "Taypools" legato alla riqualificazione dello stadio. C'erano pounds sufficienti a pagare gli stipendi e a trattenere alcuni giovani talenti emersi nell’Academy. E Kerr riportò lo United in Division One dopo 28 anni di assenza. Fra i giocatori dell'epoca Dennis Gillespie e Jim Irvine, Doug Smith e Ron Yeats (che diventerà capitano nel Liverpool negli anni sessanta). Iniziarono le avventure nelle coppe europee e arriveranno pure degli inviti. Nel 1967 il Dundee United fu chiamato a partecipare a una tournee estiva denominata “Northern American Soccer League”. Due anni dopo un nuovo viaggio negli States, si rivelerà quello della moglie bizzosa. Più precisamente, quello in cui la consorte del manager persuase marito e società che il bianco della maglia avrebbe dovuto essere cambiato in una tonalità più accesa, più moderna, più luminosa. E nel 1969 ecco il nuovo e definitivo color “mandarino” indossato in anteprima durante un amichevole estiva contro l'Everton. McLean (forse) ci scuserà se lo lasciamo ancora un attimo in sala d'attesa. Ci sono gli arabi di mezzo. Gli arabi? direte voi, non sarà un po’ presto? Il fatto è, che un altro dei soprannomi del club insieme al classico “Tangerines”, e al meno usato “Terrors” prevede il nomignolo “The Arabs”. L’aneddoto è straordinario. L'origine del termine a onor del vero non ha una risposta definitiva e avallata da tutti. È giusto però raccontare la versione più comunemente accettata. L'inverno del 1962/1963 fu particolarmente duro e al Dundee United era già stato negato il permesso di giocare molte partite a causa del Tannadice Park completamente ghiacciato. Nel disperato tentativo di disputare almeno un incontro di Coppa di Scozia contro l’Albion Rovers la società acquistò un bruciatore “United Tar”, sul genere di quelli usati sulle strade per sciogliere gli strati di ghiaccio. La soluzione antigelo funzionò a meraviglia, ma la superficie di gioco, eccessivamente riscaldata, perse completamente il manto erboso. Imperterriti gli amministratori del club ordinarono diversi camion carichi di sabbia per rimodellare le asperità del campo ridipingendo nel frattempo alcune linee di gioco scomparse. L'arbitro decise di giocare nonostante il chiaro imbarazzo di tutti i presenti. La partita finì in parità, ma da allora alcuni commentatori definirono lo stadio come un deserto, e da lì nascerà l’appellativo goliardico di arabi. Al quale, in ogni caso, i sostenitori si affezionarono, appropriandosene rapidamente, tanto da assistere spesso alle partite con il tipico copricapo mediorientale. A decretare definitivamente la validità del nickname ci pensò una fanzine uscita nel 1988. 

 

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