domenica 21 febbraio 2021

UN DECENNIO DI AMBURGO



Si era alzato un filo di nebbia quella mattina nei pressi del porto, i cigni di Alster scivolavono eleganti sulle acque di un laghetto artificiale. A Rathausmark sotto i loggiati bianchi arrivavano persino i loro “brutti anatroccoli” smangiucchiando gli avanzi di poderose colazioni mentre la Chilehaus, dell’architetto Fritz Höger, complesso edilizio accatastato su dieci piani di stile, con il suo angolo acuto faceva immediatamente pensare alla prua di una nave trastullata dalle acque schiumose dell’Elba, circondata da palazzi appuntiti, rossi e austeri, spennellati, lassù in alto, d’ardesia. Un umidità fredda, un innaturale silenzio, punzecchiato dalla luce ormai diafana dei lampioni sul molo, ancora accesi, come volessero restare vivi più a lungo e godersela, rifulgendo oltre il programmato spegnimento per continuare una festa che si era protratta fino all’alba. Eppure ad Amburgo non tutti se ne erano andati a dormire cercando ingordigia perfino nei sogni dopo quel titolo di campione della Bundesliga datata 1979. Suonò le otto il campanile di Sankt Michaelis e Branko Zebec sonnecchiava, stremato su una panchina in ghisa. Indossava un impermeabile sgualcito, sbottonato, vi si poteva intravedere la tuta dell’Amburgo. I capelli lasciati in perenne stato di abbandono, si erano rintuzzati, sporchi e avvizziti al pari della pelle, sul retro della testa la sempre più inclemente calvizie. In una mano stentava a tenere salda una bottiglia vuota di champagne, fedele compagna di quella nottata. Branko Zebec non mascherava più i suoi problemi di alcolismo, la sua vita stava piegando convulsamente verso una disfatta di corpo e mente, ciò nonostante nelle visioni da crepuscolo degli dei, in quel livido albore, sapeva di aver vinto e, ad un certo punto, appagato, crollò addormentandosi. Fu un poliziotto a rianimarlo dal torpore, lo riconobbe e allertò la società. Zebec era nato a Zagabria e in quel 1979, nel pieno del decennio d’oro dei “Rothosen”, fu chiamato a dirigere la più antica squadra di Germania, nata per fusione di due enti sportivi dai quali aveva ereditato il profondo blu listato di bianconero della vecchia Prussia "Guglielmina" mantenendolo sui calzettoni e finanche sullo stemma grazie alla perizia di un grafico, Otto Sommer ispirato dall’atmosfera del porto mercantile e dal rombo disegnato su una bandiera (la Blue Peter) adottata dal codice nautico. Tutti, dalle parti del Volksparkstadion, incastrato nel verde del distretto cittadino di Altona, sapevano dei problemi di Zebec, un dramma consumato in frequenti ritiri della patente e in trasferte zoppicanti condite dalla morbosità dei fotografi che in più di un occasione lo immortalarono durante tragicomici sonnellini. A nulla valsero specialisti e visite mediche. Bruno Zebec, nascosto dai suoi occhiali spessi perennemente in bilico sul naso adunco, non ebbe mai, o non volle mai avere, il controllo del problema. A chi lo riprendeva, lui rispondeva che beveva contro il dolore, contro il mal di vivere: meglio non desiderare una vita lunga perché ciò non avrebbe fatto altro che aumentare le sofferenze. Già, vi ricorda qualcosa? "Il mondo come volontà e rappresentazione" alla stregua di chi quello scoraggiamento esistenziale lo aveva incarnato nel pensiero filosofico, colui che solitario, pessimista, misogino, lasciò tutti i suoi beni ai soldati prussiani rimasti invalidi dopo la rivoluzione del 1848 ed al suo amato cane: Arthur Schopenhauer. Tuttavia, Zebec, lontano dalla tentazione della bottiglia, un minimo di patto faustiano lo aveva stretto con il calcio. Allenatore intransigente, al confine col dittatoriale, aveva idee tatticamente eccelse e il merito di quel Meisterschale fu indubbiamente suo. Ma rimettiamo la puntina un pochino indietro, ascoltando canzonette alla Lili Marleen, perché l’Amburgo, l’Amburgo borghese e reazionaria, lontana dagli strepiti anarco punkettari dei vicini del Sankt Pauli, incomincerà a fare discreta incetta di trofei a partire da quel 1973, quando fu presentata la prima generazione della Volkswagen Passat, battendo i cavalloni del Borussia Mönchengladbach per 4-0 nella finale del DFB-Pokal sotto la guida di Klaus-Dieter Ochs con una squadra di onesti mestieranti spiegata contro le varie stelline dei Netzer, Stielike, Bonhof e compagnia. Ma sarà il successo ottenuto ancora una volta nella coppa nazionale tre anni più tardi a portare definitivamente l’Amburgo o HSV sul palcoscenico continentale e giocarsi la finale di Coppe delle Coppe a Amsterdam. Il cappottone e il berretto di Kuno Klötzer impastarono un’impressionante miscela di caparbietà tipicamente tedesca. Ne fu un perfetto esempio il ritorno della semifinale ai danni dell’Atletico Madrid: sotto 3-1 dopo l’andata, gli anseatici non si dettero affatto per vinti (qualcuno lo sospettava?) imponendosi in casa 3-0. Fin dal calcio d’inizio apparve chiaro che la formazione tedesca con Manfred Kaltz in difesa, Felix Magath, Caspar Memering a centrocampo, l’esperto Georg Volkert sull’ala ed in porta il funambolico Rudolph Kargus, possedesse quello che serviva per respingere l’assalto dei belgi, guidati da Arie Haan. Il goal del vantaggio arrivò a 12 minuti dalla fine realizzato su un calcio di rigore trasformato da Volkert, poi Magath troverà un buco fra le maglie biancomalva e a due minuti dal fischio di chiusura siglò in contropiede il raddoppio. Peter Krohn, eletto presidente e direttore generale giusto in quella stagione aveva adesso le basi per vincere il campionato e qualcos’altro anche se Klötzer finirà a Berlino a dirigere l’Hertha e dopo un paio di accantomenti arrivò Zebec e molto altro. Intanto occorre spendere una parola per Manfred Kaltz, nato in un posticino messo a guardia del ponte sul Reno di fronte a Mannheim, un terzino biondo da guerra dei trent’anni, che sulle spalle portava per puro caso il numero 2 ma poteva tranquillamente essere impiegato come regista a tutti gli effetti. Un fedelissimo, Kaltz, una vita spesa per l’Amburgo e per quell’orologio incassato sulle tribune del Volkparkstadion che per 54 anni, 261 ore, 36 minuti, e 2 secondi ha accompagnato le gesta del club nella Bundesliga prima del reset dovuto alla recente, bruciante, retrocessione. Ecco, dicevamo di Kaltz. Hermann Hesse lo avrebbe senz’altro amato, perfino il gelido Ernst Junger, insomma un lupo e un ribelle, ordinato in direzione ostinata e contraria. Contraria a chi lo sommerse di risolini quando sfoggiava i suoi “piedi a banana” in cortile: "faccia altro, è scarso, vada a cercar lavoro dagli scaricatori o in qualche ditta di camionisti", ventilavano caustiche ombre dalle finestre opache del suo villaggio di Ludwigshafen ancora spaurito dalle bombe alleate. “Nein”: il ragazzino detto “Manni”, se ne farà un segno distintivo, nonostante, sia chiaro, il difetto restò tale, ma quel difetto paradossalmente diventerà il passe-partout del suo genio. Se non fosse stato storpio certe finte non gli sarebbero mai riuscite. Stranezze, ovvio. Essenziale, senza fronzoli o sbavature, e lui, Manfred, pur senza essere musicato dalla solenne partitura di Schumann, si metterà di piglio buono ad alzare cross a rientrare con i suoi piedi a banana diventando padrone incontrastato della propria fascia di competenza, sia nell’Amburgo, sia nel Die-Mannschaft, la nazionale dell’Ovest con l’aquila nera cucita sul cuore in campo bianco. Branko Zebec invece, dopo quel pareggio interno per 0-0 contro l’Arminia Bielefeld che valse il campionato sarà allontanato nel dicembre del 1980, morirà otto anni dopo. Al suo posto arriverà Ernst Happel con le sue carneadi. Ma nel 1977 il ticchettio, beninteso già digitale, del Uhr batteva per Rudi Gutendorf e stava mostrando altri geniacci sputati casualmente dal destino. Fu il caso di Horst Hrubesch che a 23 anni compiuti di mestiere risistemava tegole e comignoli dalle morse dell’inverno di Hamm, la sua città natale, e tirava calci a un pallone nel fango di provincia con il SC Westtunnen. Qui lo noterà Werner Lorant, che oltre ad essere il suo allenatore per passione giocava nel Rot Weiss Essen in Bundesliga. Lo segnalò al calcio professionistico e Hrubesch, baldanzoso “panzer stauffer” dal ghigno burbero, dopo 80 reti in 83 incontri con l'RWE, nel 1977 accetterà la chiamata dell’Amburgo. Insieme a Horst, al Volkparkstadium fu tempo di gran balli perché dalle brume albioniche dei docks di Liverpool scese (ben remunerato in marchi) a vestire la maglia dell’HSV “Mickey Mouse” nientemeno che sua maestà Keevin Keegan. Si trattò di una decisione abbastanza bizzarra per il periodo, strana e controversa. E i primi mesi furono decisamente complicati per il ricciolone di Scunthorpe, scoperto calciatore dall’occhio perspicace di tal Suor Mary della scuola saveriana di Bally Bridge a Doncaster. Un periodo duro l'approccio con Amburgo dove la non conoscenza della lingua si faceva sentire e dove non c’era stato subito un rapporto idilliaco con i compagni di squadra. L’angoscia e la rabbia fuoriuscirono nel dicembre 1977 quando durante un amichevole contro il Lubecca prese a pugni un difensore avversario rimediando ben otto settimane di squalifica. Ma i tifosi impazzivano per KK, idolatrato al punto che fecero una raccolta inondandolo di cereali britannici quando dopo un’intervista disse che in Germania non riusciva a trovarli. Questo servì forse a schiarirsi le idee e a riappacificarsi col mondo. Il girone d’andata era stato disastroso, ma con il “nuovo” Keegan e una squadra ora al suo servizio, l’Amburgo otterrà una comoda salvezza e il trampolino di lancio per la vittoria della Bundes 1978/79 griffata dai suoi 17 centri, 5 in meno di Klaus Allofs. Dirompente Keegan, come in quella splendida serata della rimonta con il Real, un clamoroso 5-1 che mandò in finale di Coppa dei Campioni gli amburghesi, poi sconfitti soltanto di misura dal Nottingham Forest di Clough e dalla perfida rasoiata di “Occam” Roberston. Per Keegan fu tempo di ritornare in patria ma lasciamolo pure andare, abbiamo già fatto un nome, stava arrivando Happel, appena terminato il breve interregno di Aleksandar Ristic. Nei cabaret di Vienna, Happel, lo chiamavano Ozti come il soprannome dato alla mummia scoperta da Reinhold Messner sulla montagna del Similaun in Alto Adige. Notevole ex difensore, venerato come un mahatma dal sorriso torvo, temuto come uno stregone, fu sposato, separato, convivente, fu maledizione e tabagista forsennato. Uomo totale alla pari del suo stile di calcio riassumibile, fosse fisica, ma forse lo era, nella teoria della relatività e nella meccanica quantistica, implicazioni dal sapore fantascientifico da spogliatoio, ma del tutto coerenti attorno alle quali fu effettivamente possibile ragionare (se non altro in via speculativa) senza scadere in un trip privo di fondamenta. Soprattutto per una squadra allenata da Ernst Happel. Un capolavoro, un eccesso, come lo sono i capolavori anche nel privato: amava giocare d’azzardo, fumava a catena, beveva il suo caffè corretto al brandy e si sedeva a casa davanti alla televisione tutti i giorni fino alla fine della giornata. Odiava il lavoro dei giornalisti tanto quanto odiava le sconfitte, e non era raro che le sue conferenze stampa fossero composte solo da tre o quattro frasi. “Scrivete quello che volete, comunque, sappiate non me ne frega niente”; tuttavia, ogni tanto, il “Grantler” si inalberava davanti ai giornalisti. Ma Happel, poco da fare, era un allenatore geniale. Lasciava che l’Amburgo giocasse un calcio moderno non secondo a nessuno: copertura, pressing, trappole del fuorigioco e sempre in attacco. "Uomini, quando abbiamo la palla, la vita deve essere nel birrificio". Le cose dovevano decollare insomma, come ricorda in un articolo sulla Bild il terzino Bernd Wehmeyer, enunciando le specifiche un po’ idiosincratiche del suo allenatore. Happel trasformò l’HSV in una macchina da calcio unendo caratteri forti. “La caratteristica principale era che avevamo molti giocatori in squadra non esattamente felici di perdere come me o Uli Stein, per esempio”, sottolineò Magath. Il calcio di Happel assomigliava a una sorta di warmhole ossia le soluzioni all’equazione del campo gravitazionale di Einstein: scorciatoie nello spazio-tempo. L’Amburgo tornerà così rapidamente sul trono di Germania e nel 1983, grazie alla metrica tutta teutonica di Felix Magath, regista dai piedi raffinati, infilzò sullo spiedo del Partenone la favorita Juventus di Trapattoni. Era il maggio del 1983. “Ci stavamo preparando a giocare contro una squadra superiore. La cosa buona di una situazione come questa è che non sei il favorito e non hai niente da perdere. Siamo entrati in partita con quell’atteggiamento e quell’umore”, ha ricordato colui che segnò come detto la rete della vittoria, Felix Magath, circa 40 anni dopo in conversazione con l’emittente televisiva NDR. Il compagno di squadra Bernd Wehmeyer puntualizzerà: “In realtà, a nessuno importava niente di noi, tranne noi e i tifosi dell’HSV”. Ma, come si suol dire: tutto è possibile in un gioco.  E poi perché mai l’Amburgo non avrebbe dovuto avere una chance contro la Juventus? Horst Hrubesch ci scherzò caustico: "li metteremo al tappeto". Ovviamente Happel aveva un piano. Si affidò alle familiari marcature con un’eccezione: Platini doveva essere marcato a uomo per tutti i novanta minuti e quindi retrocesso a inseguitore. “Avrei preferito uscire dopo un’ora”, disse frustrato il francese dopo il fischio finale. Il goal decisivo cadde all’ottavo minuto. Magath finta fuori Roberto Bettega e supera il portiere Dino Zoff con un tiro dalla sinistra dell’area di rigore. La palla volava e volava, in modo che non potesse essere fermata, fino all’angolo alto. Ma il primo pensiero del giocatore fu: merda, troppo presto. Invece l’Amburgo se la porterà a casa, quella coppa e quella notte. Non ci sarà neanche il tempo per celebrare a modo il trionfo. Solo tre giorni dopo, l’Amburgo doveva giocare contro il Borussia Dortmund nella penultima giornata della Bundesliga. Invece di lamentarsi del programma inappropriato, l’HSV si portò dietro semplicemente l’euforia di Atene. Il BVB verrà sconfitto 5-0 e una settimana dopo, i neocampioni europei manterranno i nervi saldi in casa dello Schalke 04, vincendo 2-1 e conquistando così anche il campionato. L’HSV sembrava aver sostituito il Bayern Monaco come forza trainante del calcio tedesco. Sembrava. Cantarono i cigni di Alster, perché i dieci anni d’oro dei “Rothosen” erano scaduti. L’orologio invece scadrà molto più tardi, in ogni caso, "danke Hamburger SV. "



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