sabato 20 dicembre 2025

IGOR NETTO, IL CAPITANO



Gocce di pioggia sulla brina del mattino. Il treno si ferma sferragliando nella stazione, linea Vladivostok – Mosca, al finestrino c'è un uomo che guarda fuori in silenzio mentre ovattato dal vagone filtra il rumore della festa sulla banchina, dove la folla grida in segno di esultanza; in lontananza gli pare di rivedere suo padre Alexander che fece da scorta a Lenin, con l’uniforme dei Latviešu strēlnieki (Fucilieri Lettoni) in marcia verso Mosca per trasferirvi l’esecutivo del governo sovietico dalla vecchia San Pietroburgo. L’uomo al vetro si chiama Igor’ Netto, gli hanno appena comunicato che suo padre è morto e lui, per non rovinare la gioia ai suoi compagni dopo il successo alle Olimpiadi di calcio del 1956, resta seduto senza parlare. Che cosa strana conoscere la morte in una stazione sperduta della Russia, proprio come Tolstoj che si spense nella minuscola Astapovo mentre la moglie rimaneva fuori, seduta, in attesa di (non) essere ricevuta. Facciamo un passo indietro. Su Igor' conciliamo, ma su Netto occorre soffermarsi, poiché può essere tutto tranne un cognome russo, e infatti, Igor’ Aleksandrovič Netto nacque a Mosca nel 1930 (quando il grande poeta Majakovskij decise di togliersi la vita deluso dagli esiti della rivoluzione) da una famiglia di origini italiane immigrata addirittura, stando ai documenti, già dalla fine del ‘700. Sangue marchigiano espatriato nella Russia zarista, per partecipare alla modernizzazione di un impero che Caterina II detta La Grande volle plasmare sul modello europeo. Ora, la storia di Netto andrebbe raccontata in questo modo: se al posto che affermarsi in un calcio dimenticato (quello dell’Urss fra i ‘50 e i ’60), fosse stato (certamente) un top player dei nostri anni-social, Igor Netto oggi sarebbe riconosciuto come uno dei massimi profeti del tiki taka. L’ideale interprete del passaggio ragionato; perno imprescindibile di qualsiasi squadra moderna che proponga manovre elaborate a partire dalla difesa. Le stesse che, siamo sinceri, divertono ma anche no. Invece questo mancino dal piede raffinato, dalla lettura di gioco avanti una pagina, non si impose in un calcio mediatico e sovraesposto come quello odierno. Giocò, in modo sublime, fra spalti modernisti di cemento socialista con spettatori in pastrani graduati e tanti colbacchi; poche volte oltre i confini della Grande Madre Russia. Alto e biondo, baricentro largo e basso, il collo di porcellana leggermente allungato, al punto da essere soprannominato "l’oca", ma in realtà non lo era affatto. Aveva avi italiani Igor Netto. Cresciuto bambino negli anni ’30 fra le strade di Mosca, la città dalle quaranta fortezze, mentre Stalin con le sue purghe decapitava la “intelligencija” (politica, militare e culturale) del paese, Igor sviluppò due passioni. In virtù di un fisico elastico e reattivo: una per il calcio; una per l’hockey su ghiaccio. Sceglierà il primo. Compiuti i vent’anni i dirigenti dello Spartak Mosca, la squadra del sindacato operaio, lo blinderanno per sempre. Il club non vinceva un campionato da due lustri. Con lui ci riuscirà ben cinque volte (1952, ‘53, ‘56, ‘58, ‘62). In campo, nell'immenso stadio Lenin, (dal ‘56 casa dello Spartak) si imporrà, prima in mediana arretrata, poi alla mezzala (dove diventerà rifinitore preciso e mobile). Infine, col passare degli anni, di nuovo arretrato: come libero virtuoso dietro alla difesa partecipando alla costruzione e alle verticalizzazioni non solo alla rottura. Poche chiacchere, in campo comandava lui. E arriverà una chiamata a incoronarlo. Quella griffata CCCP (acronimo cirillico di Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) della Nazionale. A coprirgli le spalle, con la maglia rosso-soviet, ci sarà Lev Yashin, forse il più grande portiere d'ogni tempo, e davanti il centravanti della Torpedo Mosca Valentin Ivanov. Alla prima partita internazionale le doti di Netto brillano: corre, striglia, dispone, detta ritmi come la banda degli Ottoni dell’Armata Rossa. Alle Olimpiadi di Helsinki la giovane URSS è squadra fortissima, ma dovrà inchinarsi alla Jugoslavia ai calci di rigore. Due anni dopo Igor diventò capitano. Ai Cinque Cerchi di Melbourne nel 1956 l’Urss abbatte ogni avversario (compresa, dopo lo strappo del Maresciallo Tito, la nemica Jugoslavia, 1-0 in finale). Lì gioca da regista arretrato, imponendo una tela di passaggi, odiava il lancio lungo a scavalcare la mediana. Apostrofava i compagni che ne azzardavano uno: “Passa il pallone a uno vicino, non al pubblico!”, gli urlava. Aveva un carattere duro Igor', da autentico generale falce e martello: al rientro (e torniamo in incipit) via nave da Melbourne con la medaglia d’oro al collo, trovò Vladivostok in visibilio per i suoi eroi; la Nazionale prese la Transiberiana. In ogni città feste, autografi e vodka a taniche. Lui partecipava e abbozzava. Fingeva: da giorni sa che suo padre era morto. Tacque. Nessuna voglia di rovinare la festa ai compagni. E poi in fondo quella è l’Unione Sovietica del disgelo che, richiamandosi a un romanzo di Il’ja Grigor’evič Ėrenburg, cercava di liberarsi dalla sensazione di vuoto del dopo Stalin i cui quadretti torneranno nelle adunate a metà degli anni Sessanta con Leonid Brežnev; e proprio nel 1960 l’Urss diventerà campione d’Europa, tuttavia pareva ci fosse meno entusiasmo in patria, la gente stava provando a sentirsi meno infelice. Parliamoci chiaro, quell’uomo raffinato portava cicatrici nascoste nell'anima. Dal 1948 il fratello maggiore, accusato di spionaggio, si era fatto sei anni in Siberia. Igor fu obbligato a ignorarne l’esistenza. Nel 1958, un infortunio al ginocchio lo costringerà a una sola gara del Mondiale svedese. Incredibilmente sarà quella giusta in un certo senso. Giocò (perdendo) affrontando Pelé e quell’immenso Brasile (2-0). Due anni dopo però quell’URSS è una macchina perfetta e come detto si impose nel primo Europeo. Talento, maturità ed equilibrio. Avversario in finale? Toh, la solita Jugoslavia, battuta 2-1 ai supplementari. Igor Netto alzò la coppa, maglia numero 6 sulla schiena e fascia al braccio. Al giorno d’oggi il termine “fair play” è stato privato della sua vera virtù. Pensiamo solo a calciare la palla fuori dal campo quando un giocatore è infortunato con gli spettatori che premiano con applausi superficiali senza alcun significato reale, un gesto vuoto. In realtà non è sempre stato così, ci riferiamo ad un residuo di un’epoca più semplice in cui il denaro e la vincita non erano tutto. Quattro anni dopo ai Mondiali del Cile, sul risultato di 1-1, l’Uruguay preme e l’URSS corre in contropiede. Cislenko tira fuori, la palla entra da dietro: la rete della porta aveva un buco ma l’arbitro non vide. Igor – occhi a fessura – gli si avvicinò spiegandogli che la palla non era entrata, c’era un foro. Poi chiamerà i suoi a raccolta (mancavano 20’): "Questa la vinciamo lo stesso". I sovietici effettivamente la spuntano e la sua classe (di uomo) diventerà famosa. “Non eravamo abituati agli espedienti”, ricorderà in seguito nella sua autobiografia. E fortunatamente per Netto l’Unione Sovietica non ebbe bisogno di espedienti per vincere la partita, dato che il leggendario attaccante della Torpedo Valentin Ivanov segnò il gol della vittoria all’89° minuto. “Dovevamo vincere senza fare affidamento sull’errore dell’arbitro. Finalmente ho provato un senso di sollievo”, - ha sempre detto Netto nel ricordare qulla partita. Lo vuole il Real Madrid, il regime – manco a dirlo – bloccò tutto. E Netto resterà in patria: arretra e gioca per altri anni (368 presenze in totale). Vola all’estero solo in maglia CCCP appendendola allo spogliatoio nel 1965 una stagione prima di chiudere definitivamente la carriera. Ma il ritiro dalle attività sportive si presenterà come una sciagura, un bicchiere di vodka lasciato ad evaporare, perché sull’imbrunire del 1966 venne colto da una forma di depressione al punto da spingerlo sull’orlo del suicidio. Per fortuna, la palingenesi: si ricordò chi era. E allora ripartirà facendo l’allenatore: giovanili dello Spartak, andrà anche all'estero. Anzi fu il primo allenatore dell’URSS ad emigrare: Cipro (Omonia Nicosia), successivamente va a dirigere la Nazionale iraniana; in Grecia allenerà il Panionios e in Azerbaijan il Baku. Infine, ritornò all’inizio del cerchio, ossia ai ragazzi dello Spartak Mosca. Nel frattempo, qualcosa non va: è l’alba tragica di un Alzheimer precoce. Lascerà il calcio nel 1990, e morirà nella sua Mosca nel 1999. Milioni di persone ti hanno amato, c’è scritto sulla sua lapide al cimitero di Vagankovo, milioni di persone lo avrebbero apprezzato anche oggi, per il suo contributo a taluni sistemi valoriali, sia pure dentro la complessità della sua epoca, in un’epistemologia tra le più affascinanti.


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