Dovrebbero fare tutti come fecero loro. Dovrebbero fare tutti “outing”, oggi, balordamente si usa dire così. Quando agli
Half Man Half Biscuit, rock band inglese formatasi nel 1984 a Birkenhead fu chiesto di
partecipare a “The Tube” un programma in diretta del venerdì sera che avrebbe
permesso loro di mostrare il proprio talento musicale a milioni di
telespettatori, i “biscuiteers” declinarono cortesemente l'invito,
semplicemente perché in quell’orario il Tranmere Rovers giocava le sue partite
per evitare sovrapposizioni con gli ingombranti vicini di Everton e Liverpool.
Ora, se sentite dire che mischiando il blu dell’Everton e il rosso del
Liverpool otterrete il marrone della Mersey non credetegli. O meglio, non
completamente, perché per ottenere la tinta bruna delle acque del canale che
costeggia la città dei Beatles occorre anche un bel secchio di bianco gettato
dal lato opposto, diciamo sulla sinistra. Birkenhead e il suo Tranmere Rovers
guardano in faccia dal 1884 i loro due famosi dirimpettai potendo vantare nei
confronti di quelli di Anfield anche una genesi più antica. Insomma, i “SuperWhites”
non sono lì ad aspettare Godot; da Prenton Park sono passati Johnny Campbell,
Tommy Eglington, Ron Yeats e John Aldridge. Hanno attraversato anni formidabili
sfiorando addirittura la promozione in Premier League e, nel 2000 (mica 100
anni fa...), i Rovers del leone rampante di “Oxton” che ruggisce fra la stella
di "Bebington" e la "quercia" di Tranmere, erano a Wembley
a giocarsi la finale della Coppa di Lega contro il Leicester City. Poi il
calcio nel Metropolitan Borough of Wirral è scivolato fuori dalle prime pagine.
D’altra parte, a essere sinceri, Birkenhead è sciabordio dei flutti intorno ai
docks del molo, griglia di strade battute dalla
pioggia leggera che arriva del Canale, Birkenhead sono cicatrici di un contesto
portuale dove il mare si agita in un oscuro riposo, aria salmastra e voli di
gabbiano, alghe di sconforto su scogli ricoperti da una crosta sottile di sale,
barche che ondeggiano ed enormi traghetti della Stena Line che, volendo, lentamente
ti portano a Belfast. Per la cronaca nera Birkenhead è stata, anzi rimane, la
cittadina del mostro, quello che nel 1986 uccise, dopo sevizie, Diane Sindall una giovane fioraia. Un mistero irrisolto, un delitto non firmato, che dura ormai da
decenni e ha dato origine al più lungo caso di ingiustizia nella storia della
Gran Bretagna, per il quale fu arrestato e condannato un residente locale,
Peter Sullivan, la cui sentenza di colpevolezza è stata annullata solo dopo 38
anni grazie alla prova del DNA. Torniamo in topic. Prenton Park è la casa del
Tranmere, ti aspetteresti barbagli di silenzio, tautologie della noia e invece
ti accorgi subito che qui i Rovers non sono affatto inventario clinico dove si
annida il riflesso da specchiera del lucido comò della Premier League. Il Tranmere Rovers è schiuma
di vapore che non vacilla nella foschia del calcio patinato, qui ai
“Superwhites” ci tengono davvero e ne hanno tutte le ragioni. Ah, una curiosità,
se casomai vi domandate il perché di Tranmere il motivo è legato a un “Drakkar”
vichingo approdato su queste rive un po' prima dell’anno mille e infatti il nome
pare derivi dall'antica lingua norrena, Trani-melr che significa "banco
di sabbia dell'airone”. Alcuni anni fa a
tale Paul Curtis, artista
non nuovo alla creazione di murales memorabili nella zona del Merseyside, venne
dato il permesso di realizzare un’opera sul lato di una casa nei pressi dello
stadio, il proprietario un arzillo vecchietto di novant’anni non ebbe nessuna
insofferenza nel vedersi colorare la sua parete esterna, anzi al termine del
lavoro dichiarò al “Liverpool Echo”: "È incredibile cosa si possa fare con
un po' di vernice!". Sul murales sono raffigurati due dei giocatori più
iconici e rappresentativi nella storia del club: Ian Muir il miglior marcatore
di tutti i tempi con 142 gol in 314 presenze che inizialmente faticò a imporsi
mentre la squadra stava lottando per non retrocedere in Quarta Divisione.
Tuttavia, la sua fortuna cambiò sotto la guida di John King, che lo affiancò all’altro
attaccante Jim Steel. Movimenti intelligenti, equilibrio e precisione sotto
porta lo resero alla fine punto di riferimento nella rinascita del Tranmere.
Insieme a lui spicca la figura di Ray Mathias, assoluto detentore del record di
presenze con i Rovers, avendo disputato 637 partite di campionato tra il 1964 e
il 1984. Vent’anni di fedeltà a un'unica squadra, un esempio di costanza e
impegno giocando principalmente come terzino. Andrebbe fatta una digressione
sulla nascita del calcio a Birkenhead poiché nel 1884 il Tranmere Rovers vede
la luce come Belmont Football Club, per poco a dire il vero, pochissimo, nel
1885 il battesimo ufficiale porterà il nome definitivo attuale, timbrato e messo
in archivio anagrafe. L’epoca d’oro incominciò con l’arrivo alla presidenza di
un uomo d’affari locale, Peter Johnson, figlio di un macellaio che si inventò
la Park Foods, una ditta
fornitrice di cesti natalizi. L'allenatore John King sarà straordinario nella
ascesa della squadra dal fondo della Quarta serie fino all'orlo della massima
lega calcistica inglese e ad un certo punto la vecchia tribuna su Borough Road sembrava
destinata a essere ingrandita nel sogno di derby stordenti di pubblico. Ma la
Premier restò ragionamento irto di spine e il Tranmere, dopo King, ebbe un
breve interregno con John Steel nell’attesa di un altro John (Aldridge) e
acquisti di nome come Pat Nevin e Gary Stevens. John Aldrdige, detto Aldo, è un
purissimo “scouser”, uno zufolo col passo soffice del postino che un giorno, un
giorno maledetto, ebbe una maldestra reazione sbagliata. Nello stadio obitorio di
Hillsborough, dopo che il campo verrà ripulito dallo strazio dei lenzuoli atti a lenire nella pietas la crudeltà della morte, si diputò una
partita ancora più surreale e straziante di quella giocata quattro anni prima a Bruxelles perchè arrivò in fretta la certezza delle dimensioni del dramma. Liverpool-
Nottingham Forest, semifinale di FA Cup del 1989, fu afflizione su torme di sopravvissuti alla
strage. Brian Laws difensore del Forest commise un errore, un’autorete, e Aldridge gli
scompiglierà i capelli, come a volerlo prendere in giro, comportamento probabilmente privo di burla, un buffetto, un dispetto lieve, solo non adatto in
quel frangente, anzi sbagliato, punibile. Il Liverpool in estate convocò "Aldo" nei suoi uffici dicendogli che lo
avevano ceduto e lui incredulo rispose: “No, non può essere vero, state scherzando?”.
Affatto, quel gesto non piacque, inutili le sue lamentele, il suo giustificarsi
sul fatto che se non fosse stato in campo certamente quel 15 aprile sarebbe stato con gli altri tifosi sulla
maledetta Leppings Lane e chissà se sarebbe stato ancora vivo. Alla fine, suo malgrado, accetterà e se ne andrà in Spagna alla Real Sociedad,
venendo a scoprire che il Liverpool aveva addirittura pagato i baschi per
mandarlo via ad ogni costo. Pensare che alla sua ultima partita con i Reds (in un clamoroso 9-0 ad Anfield al
Crystal Palace) aveva lanciato maglia e scarpini fra le migliaia di mani della
Kop protese a rendergli omaggio. E allora a San Sebastian ogni giorno correva
sulle colline della terra di “Euskadi” tenace come un chiodo e raramente si infortunava, diventando anche laggiù un idolo della “Erreala”. Talmente amato da far nascere la tradizione della bistecca
per ogni suo goal segnato. Una gustosa abitudine avviata da un macellaio di
Andoain, il quale per ogni rete del bomber irlandese gli regalava una succulenta
fetta di carne. Quella bistecca per l’ex Reds resta una divertente
testimonianza di un calcio dai sapori antichi, in cui il legame tra squadra e
tifosi passava anche per gesti semplici e genuini come quello di quel
macellaio. E i due anni di Aldridge alla Real Sociedad fruttarono al bomber
inglese ben 40 succulente bistecche. Avrebbe potuto incrementare il bottino,
visto il contratto triennale, ma la famiglia non si ambientò sufficientemente nei Paesi Baschi, troppa nostalgia per la baia di Liverpool e il moto di
sentimento lo riporterà a due passi da casa, a Birkenhead nell’ambizioso
Tranmere Rovers. “Aldo”
non era il classico attaccante che faceva impazzire il pubblico con giocate
spettacolari. Non aveva il passo bruciante dell’ala, né la tecnica sopraffina
del numero 10. Il suo stile essenziale nascondeva però un fiuto del goal fuori
dal comune e un’abilità nel gioco aereo che pochi bomber potevano vantare in
quel periodo. Mancava forse di fantasia nel muoversi sul fronte offensivo, ma
quando si trattava di finalizzare l’azione, la porta diventava un magnete per i
suoi precisi colpi di testa. Un centravanti carismatico, concreto, che badava
al sodo e che con pragmaticità ed opportunismo. Aldridge con i suoi baffetti da
ufficiale che detiene inoltre il record
di presenze in nazionale per un giocatore del Tranmere: 30 con la Repubblica
d'Irlanda durante la sua permanenza nel club. Resta ampiamente considerato la
più grande personalità nella storia del Tranmere, che chissà mai se un giorno rivedremo
su palcoscenici di pizzo più nobile come quel pomeriggio del 27 febbraio del
2000, quando proprio Aldridge guidò il club a Wembley per la sesta volta in
quattro anni, per una storica finale di Coppa di Lega contro il Leicester City.
Un capriccio mica di poco conto, oltre alla preziosa argenteria domestica, un
eventuale vittoria poteva significare iscrivere la squadra in Coppa Uefa e per tutte
i merluzzi di Seaforth Rocks, sarebbe stato sussurro romantico di virtù, singolare
brezza di mare sul continente. La rete del biondo David Kelly, capitano per un
giorno, non basterà, il Tranmere Rovers perse 2-1 nella partita più importante
mai disputata da questo club, e il registro ciarliero, di elogi e piccoli quadretti
d’autore, venne chiuso come si chiude un cofanetto di ricordi, fra ubriachezza
e malinconia.


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