giovedì 23 aprile 2026

ON THE WATERFRONT

 


Dovrebbero fare tutti come fecero loro. Dovrebbero fare tutti  “outing”, oggi, balordamente si usa dire così. Quando agli Half Man Half Biscuit, rock band inglese formatasi nel 1984 a Birkenhead fu chiesto di partecipare a “The Tube” un programma in diretta del venerdì sera che avrebbe permesso loro di mostrare il proprio talento musicale a milioni di telespettatori, i “biscuiteers” declinarono cortesemente l'invito, semplicemente perché in quell’orario il Tranmere Rovers giocava le sue partite per evitare sovrapposizioni con gli ingombranti vicini di Everton e Liverpool. Ora, se sentite dire che mischiando il blu dell’Everton e il rosso del Liverpool otterrete il marrone della Mersey non credetegli. O meglio, non completamente, perché per ottenere la tinta bruna delle acque del canale che costeggia la città dei Beatles occorre anche un bel secchio di bianco gettato dal lato opposto, diciamo sulla sinistra. Birkenhead e il suo Tranmere Rovers guardano in faccia dal 1884 i loro due famosi dirimpettai potendo vantare nei confronti di quelli di Anfield anche una genesi più antica. Insomma, i “SuperWhites” non sono lì ad aspettare Godot; da Prenton Park sono passati Johnny Campbell, Tommy Eglington, Ron Yeats e John Aldridge. Hanno attraversato anni formidabili sfiorando addirittura la promozione in Premier League e, nel 2000 (mica 100 anni fa...), i Rovers del leone rampante di “Oxton” che ruggisce fra la stella di "Bebington" e la "quercia" di Tranmere, erano a Wembley a giocarsi la finale della Coppa di Lega contro il Leicester City. Poi il calcio nel Metropolitan Borough of Wirral è scivolato fuori dalle prime pagine. D’altra parte, a essere sinceri, Birkenhead è sciabordio dei flutti intorno ai docks del molo, griglia di strade battute dalla  pioggia leggera che arriva del Canale, Birkenhead sono cicatrici di un contesto portuale dove il mare si agita in un oscuro riposo, aria salmastra e voli di gabbiano, alghe di sconforto su scogli ricoperti da una crosta sottile di sale, barche che ondeggiano ed enormi traghetti della Stena Line che, volendo, lentamente ti portano a Belfast. Per la cronaca nera Birkenhead è stata, anzi rimane, la cittadina del mostro, quello che nel 1986 uccise, dopo sevizie, Diane Sindall una giovane fioraia. Un mistero irrisolto, un delitto non firmato, che dura ormai da decenni e ha dato origine al più lungo caso di ingiustizia nella storia della Gran Bretagna, per il quale fu arrestato e condannato un residente locale, Peter Sullivan, la cui sentenza di colpevolezza è stata annullata solo dopo 38 anni grazie alla prova del DNA. Torniamo in topic. Prenton Park è la casa del Tranmere, ti aspetteresti barbagli di silenzio, tautologie della noia e invece ti accorgi subito che qui i Rovers non sono affatto inventario clinico dove si annida il riflesso da specchiera del lucido comò  della Premier League. Il Tranmere Rovers è schiuma di vapore che non vacilla nella foschia del calcio patinato, qui ai “Superwhites” ci tengono davvero e ne hanno tutte le ragioni. Ah, una curiosità, se casomai vi domandate il perché di Tranmere il motivo è legato a un “Drakkar” vichingo approdato su queste rive un po' prima dell’anno mille e infatti il nome pare derivi dall'antica lingua norrena, Trani-melr che significa "banco di sabbia dell'airone”. Alcuni anni fa a tale Paul Curtis, artista non nuovo alla creazione di murales memorabili nella zona del Merseyside, venne dato il permesso di realizzare un’opera sul lato di una casa nei pressi dello stadio, il proprietario un arzillo vecchietto di novant’anni non ebbe nessuna insofferenza nel vedersi colorare la sua parete esterna, anzi al termine del lavoro dichiarò al “Liverpool Echo”: "È incredibile cosa si possa fare con un po' di vernice!". Sul murales sono raffigurati due dei giocatori più iconici e rappresentativi nella storia del club: Ian Muir il miglior marcatore di tutti i tempi con 142 gol in 314 presenze che inizialmente faticò a imporsi mentre la squadra stava lottando per non retrocedere in Quarta Divisione. Tuttavia, la sua fortuna cambiò sotto la guida di John King, che lo affiancò all’altro attaccante Jim Steel. Movimenti intelligenti, equilibrio e precisione sotto porta lo resero alla fine punto di riferimento nella rinascita del Tranmere. Insieme a lui spicca la figura di Ray Mathias, assoluto detentore del record di presenze con i Rovers, avendo disputato 637 partite di campionato tra il 1964 e il 1984. Vent’anni di fedeltà a un'unica squadra, un esempio di costanza e impegno giocando principalmente come terzino. Andrebbe fatta una digressione sulla nascita del calcio a Birkenhead poiché nel 1884 il Tranmere Rovers vede la luce come Belmont Football Club, per poco a dire il vero, pochissimo, nel 1885 il battesimo ufficiale porterà il nome definitivo attuale, timbrato e messo in archivio anagrafe. L’epoca d’oro incominciò con l’arrivo alla presidenza di un uomo d’affari locale, Peter Johnson, figlio di un macellaio che si inventò la Park Foods, una ditta fornitrice di cesti natalizi. L'allenatore John King sarà straordinario nella ascesa della squadra dal fondo della Quarta serie fino all'orlo della massima lega calcistica inglese e ad un certo punto la vecchia tribuna su Borough Road sembrava destinata a essere ingrandita nel sogno di derby stordenti di pubblico. Ma la Premier restò ragionamento irto di spine e il Tranmere, dopo King, ebbe un breve interregno con John Steel nell’attesa di un altro John (Aldridge) e acquisti di nome come Pat Nevin e Gary Stevens. John Aldrdige, detto Aldo, è un purissimo “scouser”, uno zufolo col passo soffice del postino che un giorno, un giorno maledetto, ebbe una maldestra reazione sbagliata. Nello stadio obitorio di Hillsborough, dopo che il campo verrà ripulito dallo strazio dei lenzuoli atti a lenire nella pietas la crudeltà della morte, si diputò una partita ancora più surreale e straziante di quella giocata quattro anni prima a Bruxelles perchè arrivò in fretta la certezza delle dimensioni del dramma. Liverpool- Nottingham Forest, semifinale di FA Cup del 1989, fu afflizione su torme di sopravvissuti alla strage. Brian Laws difensore del Forest commise un errore, un’autorete, e Aldridge gli scompiglierà i capelli, come a volerlo prendere in giro, comportamento probabilmente privo di burla, un buffetto, un dispetto lieve, solo non adatto in quel frangente, anzi sbagliato, punibile. Il Liverpool in estate convocò "Aldo" nei suoi uffici dicendogli che lo avevano ceduto e lui incredulo rispose: “No, non può essere vero, state scherzando?”. Affatto, quel gesto non piacque, inutili le sue lamentele, il suo giustificarsi sul fatto che se non fosse stato in campo certamente quel 15 aprile sarebbe stato con gli altri tifosi sulla  maledetta Leppings Lane e chissà se sarebbe stato ancora vivo. Alla fine, suo malgrado, accetterà e se ne andrà in Spagna alla Real Sociedad, venendo a scoprire che il Liverpool aveva addirittura pagato i baschi per mandarlo via ad ogni costo. Pensare che alla sua ultima partita con i Reds (in un clamoroso 9-0 ad Anfield al Crystal Palace) aveva lanciato maglia e scarpini fra le migliaia di mani della Kop protese a rendergli omaggio. E allora a San Sebastian ogni giorno correva sulle colline della terra di “Euskadi” tenace come un chiodo e raramente si infortunava, diventando anche laggiù un idolo della “Erreala”. Talmente amato da far nascere la tradizione della bistecca per ogni suo goal segnato. Una gustosa abitudine avviata da un macellaio di Andoain, il quale per ogni rete del bomber irlandese gli regalava una succulenta fetta di carne. Quella bistecca per l’ex Reds resta una divertente testimonianza di un calcio dai sapori antichi, in cui il legame tra squadra e tifosi passava anche per gesti semplici e genuini come quello di quel macellaio. E i due anni di Aldridge alla Real Sociedad fruttarono al bomber inglese ben 40 succulente bistecche. Avrebbe potuto incrementare il bottino, visto il contratto triennale, ma la famiglia non si ambientò sufficientemente nei Paesi Baschi, troppa nostalgia per la baia di Liverpool e il moto di sentimento lo riporterà a due passi da casa, a Birkenhead nell’ambizioso Tranmere Rovers. “Aldo” non era il classico attaccante che faceva impazzire il pubblico con giocate spettacolari. Non aveva il passo bruciante dell’ala, né la tecnica sopraffina del numero 10. Il suo stile essenziale nascondeva però un fiuto del goal fuori dal comune e un’abilità nel gioco aereo che pochi bomber potevano vantare in quel periodo. Mancava forse di fantasia nel muoversi sul fronte offensivo, ma quando si trattava di finalizzare l’azione, la porta diventava un magnete per i suoi precisi colpi di testa. Un centravanti carismatico, concreto, che badava al sodo e che con pragmaticità ed opportunismo. Aldridge con i suoi baffetti da ufficiale che detiene inoltre  il record di presenze in nazionale per un giocatore del Tranmere: 30 con la Repubblica d'Irlanda durante la sua permanenza nel club. Resta ampiamente considerato la più grande personalità nella storia del Tranmere, che chissà mai se un giorno rivedremo su palcoscenici di pizzo più nobile come quel pomeriggio del 27 febbraio del 2000, quando proprio Aldridge guidò il club a Wembley per la sesta volta in quattro anni, per una storica finale di Coppa di Lega contro il Leicester City. Un capriccio mica di poco conto, oltre alla preziosa argenteria domestica, un eventuale vittoria poteva significare iscrivere la squadra in Coppa Uefa e per tutte i merluzzi di Seaforth Rocks, sarebbe stato sussurro romantico di virtù, singolare brezza di mare sul continente. La rete del biondo David Kelly, capitano per un giorno, non basterà, il Tranmere Rovers perse 2-1 nella partita più importante mai disputata da questo club, e il registro ciarliero, di elogi e piccoli quadretti d’autore, venne chiuso come si chiude un cofanetto di ricordi, fra ubriachezza e malinconia.



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