giovedì 23 aprile 2026

ON THE WATERFRONT

 


Dovrebbero fare tutti come fecero loro. Dovrebbero fare tutti  “outing”, intendo. Oggi, balordamente, si usa dire così. Quando agli Half Man Half Biscuit, rock band inglese formatasi nel 1984 a Birkenhead, fu chiesto di partecipare a “The Tube” un programma in diretta del venerdì sera che avrebbe permesso loro di mostrare il proprio talento musicale a milioni di telespettatori, i “biscuiteers” declinarono cortesemente l'invito, semplicemente perché in quell’orario il Tranmere Rovers giocava le sue partite per evitare sovrapposizioni con gli ingombranti vicini di Everton e Liverpool. Ora, se sentite dire che mischiando il blu dell’Everton e il rosso del Liverpool otterrete il marrone della Mersey non credetegli. O meglio, non completamente, perché per ottenere la tinta esatta delle acque del Canale che costeggia la città dei Beatles occorre anche un bel secchio di bianco gettato dal lato opposto, diciamo sulla sinistra. Birkenhead e il suo Tranmere Rovers guardano in faccia dal 1884 i loro due famosi dirimpettai potendo vantare nei confronti di quelli di Anfield anche una genesi più antica. Insomma, i “SuperWhites” non sono lì ad aspettare Godot; da Prenton Park sono passati Johnny Campbell, Tommy Eglington, Ron Yeats e John Aldridge. Hanno attraversato anni formidabili sfiorando addirittura la promozione in Premier League e, nel 2000 (mica 100 anni fa...), i Rovers del leone rampante di “Oxton” che ruggisce fra la stella di "Bebington" e la "quercia" di Tranmere, erano a Wembley a giocarsi la finale della Coppa di Lega contro il Leicester City. Poi il calcio nel Metropolitan Borough of Wirral è scivolato fuori dalle prime pagine. D’altra parte, a essere sinceri, Birkenhead è sciabordio dei flutti intorno ai docks del molo, griglia di strade battute dalla  pioggia leggera che arriva del Canale, Birkenhead sono cicatrici di un contesto portuale dove il mare si agita in un oscuro riposo, aria salmastra e voli di gabbiano, alghe di sconforto su scogli ricoperti da una crosta sottile di sale, barche che ondeggiano ed enormi traghetti della Stena Line che, volendo, lentamente ti portano a Belfast. Per la cronaca nera Birkenhead è stata, anzi rimane, la cittadina del mostro, quello che nel 1986 uccise, dopo sevizie, Diane Sindall una giovane fioraia. Un mistero irrisolto, un delitto non firmato, che dura ormai da decenni e ha dato origine al più lungo caso di ingiustizia nella storia della Gran Bretagna, per il quale fu arrestato e condannato un residente locale, Peter Sullivan, la cui sentenza di colpevolezza è stata annullata solo dopo 38 anni grazie alla prova del DNA. Torniamo in topic. Prenton Park è la casa del Tranmere, ti aspetteresti barbagli di silenzio, tautologie della noia e invece ti accorgi subito che qui i Rovers non sono affatto inventario clinico dove si annida il riflesso da specchiera del lucido comò  della Premier League. Il Tranmere Rovers è schiuma di vapore che non vacilla nella foschia del calcio patinato, qui ai “Superwhites” ci tengono davvero e ne hanno tutte le ragioni. Ah, una curiosità, se casomai vi domandate il perché di Tranmere il motivo è legato a un “Drakkar” vichingo approdato su queste rive un po' prima dell’anno mille e infatti il nome pare derivi dall'antica lingua norrena, Trani-melr che significa "banco di sabbia dell'airone”. Alcuni anni fa a tale Paul Curtis, artista non nuovo alla creazione di murales memorabili nella zona del Merseyside, venne dato il permesso di realizzare un’opera sul lato di una casa nei pressi dello stadio, il proprietario un arzillo vecchietto di novant’anni non ebbe nessuna insofferenza nel vedersi colorare la sua parete esterna, anzi al termine del lavoro dichiarò al “Liverpool Echo”: "È incredibile cosa si possa fare con un po' di vernice!". Sul murales sono raffigurati due dei giocatori più iconici e rappresentativi nella storia del club: Ian Muir il miglior marcatore di tutti i tempi con 142 gol in 314 presenze che inizialmente faticò a imporsi mentre la squadra stava lottando per non retrocedere in Quarta Divisione. Tuttavia, la sua fortuna cambiò sotto la guida di John King, che lo affiancò all’altro attaccante Jim Steel. Movimenti intelligenti, equilibrio e precisione sotto porta lo resero alla fine punto di riferimento nella rinascita del Tranmere. Insieme a lui spicca la figura di Ray Mathias, assoluto detentore del record di presenze con i Rovers, avendo disputato 637 partite di campionato tra il 1964 e il 1984. Vent’anni di fedeltà a un'unica squadra, un esempio di costanza e impegno giocando principalmente come terzino. Andrebbe fatta una digressione sulla nascita del calcio a Birkenhead poiché nel 1884 il Tranmere Rovers vede la luce come Belmont Football Club, per poco a dire il vero, pochissimo, nel 1885 il battesimo ufficiale porterà il nome definitivo attuale, timbrato e messo in archivio anagrafe. L’epoca d’oro incominciò con l’arrivo alla presidenza di un uomo d’affari locale, Peter Johnson, figlio di un macellaio che si inventò la Park Foods, una ditta fornitrice di cesti natalizi. L'allenatore John King sarà straordinario nella ascesa della squadra dal fondo della Quarta serie fino all'orlo della massima lega calcistica inglese e ad un certo punto la vecchia tribuna su Borough Road sembrava destinata a essere ingrandita nel sogno di derby stordenti di pubblico. Ma la Premier restò ragionamento irto di spine e il Tranmere, dopo King, ebbe un breve interregno con John Steel nell’attesa di un altro John (Aldridge) e acquisti di nome come Pat Nevin e Gary Stevens. John Aldrdige, detto Aldo, è un purissimo “scouser”, uno zufolo col passo soffice del postino che un giorno, un giorno maledetto, ebbe una maldestra reazione sbagliata. Nello stadio obitorio di Hillsborough, dopo che il campo verrà ripulito dallo strazio dei lenzuoli atti a lenire nella pietas la crudeltà della morte, si disputò una partita ancora più surreale e straziante di quella giocata quattro anni prima a Bruxelles, perchè in questo caso la certezza delle dimensioni del dramma arrivò subito. Liverpool- Nottingham Forest, semifinale di FA Cup del 1989, fu afflizione su torme di sopravvissuti alla strage. Brian Laws,  difensore del Forest commise un errore, un’autorete, e Aldridge gli scompiglierà i capelli, come a volerlo prendere in giro, un comportamento probabilmente privo di burla, un banale buffetto, un dispetto lieve, solo non adatto in quel frangente, anzi sbagliato, punibile. Il Liverpool in estate convocò "Aldo" nei suoi uffici dicendogli che lo avevano ceduto e lui incredulo rispose: “No, non può essere vero, state scherzando?”. Affatto, quel gesto non piacque, inutili le sue lamentele, il suo giustificarsi sul fatto che se non fosse stato in campo certamente quel 15 aprile sarebbe stato con gli altri tifosi sulla maledetta Leppings Lane e chissà se sarebbe stato ancora vivo. Alla fine, suo malgrado, accetterà e se ne andrà in Spagna alla Real Sociedad, venendo a scoprire che il Liverpool aveva addirittura pagato i baschi per mandarlo via ad ogni costo. Pensare che nella sua ultima partita con i Reds (in un clamoroso 9-0 inflitto ad Anfield al Crystal Palace) aveva lanciato maglia e scarpini fra le migliaia di mani della Kop protese a rendergli omaggio. E allora a San Sebastian ogni giorno correva sulle colline della terra di “Euskadi” tenace come un chiodo e raramente si infortunava, diventando anche laggiù un idolo della “Erreala”. Talmente amato da far nascere la tradizione della bistecca per ogni suo goal segnato. Una gustosa abitudine avviata da un macellaio di Andoain, il quale per ogni rete del bomber irlandese gli regalava una succulenta fetta di carne. Quella bistecca per l’ex Reds resta una divertente testimonianza di un calcio dai sapori popolari e autentici, in cui il legame tra squadra e tifosi passava anche per gestualità semplici e genuine come quella di quel macellaio. E i due anni di Aldridge alla Real Sociedad fruttarono al bomber inglese ben 40 succulente bistecche. Avrebbe potuto incrementare il bottino, visto il contratto triennale, ma la famiglia non si ambientò sufficientemente nei Paesi Baschi, troppa nostalgia per la baia di Liverpool e il moto di sentimento lo riporterà a due passi da casa, a Birkenhead nell’ambizioso Tranmere Rovers. “Aldo” non era il classico attaccante che faceva impazzire il pubblico con giocate spettacolari. Non aveva il passo bruciante dell’ala, né la tecnica sopraffina del numero 10. Il suo stile essenziale nascondeva però un fiuto del goal fuori dal comune e un’abilità nel gioco aereo che pochi bomber potevano vantare in quel periodo. Mancava forse di fantasia nel muoversi sul fronte offensivo, ma quando si trattava di finalizzare l’azione, la porta diventava un magnete per i suoi precisi colpi di testa. Un centravanti carismatico, concreto, che badava al sodo con pragmaticità ed opportunismo. Aldridge con i suoi baffetti da ufficiale detiene inoltre  il record di presenze in nazionale per un giocatore del Tranmere: 30 con la Repubblica d'Irlanda durante la sua permanenza nel club. Resta ampiamente considerato la più grande personalità nella storia del Tranmere, che chissà mai se un giorno rivedremo su palcoscenici di pizzo più nobile come accadde quel pomeriggio del 27 febbraio del 2000, quando proprio Aldridge guidò il club a Wembley per la sesta volta in quattro anni, stavolta per una storica finale di Coppa di Lega contro il Leicester City. Un capriccio mica di poco conto, oltre alla preziosa argenteria domestica, un eventuale vittoria poteva significare iscrivere la squadra in Coppa Uefa e per tutte i merluzzi di Seaforth Rocks, sarebbe stato sussurro romantico, singolare brezza di mare spinta sul continente. La rete del biondo David Kelly, capitano per un giorno, non basterà, il Tranmere Rovers perse 2-1 nella partita più importante mai disputata da questo club, e il registro ciarliero, di elogi e piccoli quadretti d’autore, venne chiuso come si chiude un cofanetto di ricordi, fra ubriachezza e malinconia.



lunedì 13 aprile 2026

FRIED OLIVES


Toh, c’era pure Oliver Bierhoff nell’Ascoli quel giorno dentro uno stadio di Wembley che aveva ancora la pista per le corse dei cani e quella enorme copertura ovale sembrava dover inghiottire l’ombra; già il tempio dava segni d’abbandono come una vetusta intestazione postale monarchica tutta stropicciata, irrecuperabile o inservibile, nel borbottio, nel raschio e nel suono di fanfare. Sotto di una rete l’Ascoli si mosse alla ricerca del pareggio, impaziente, e la palla giunse proprio nei piedi dell’asciutto attaccante tedesco, il cui arrocco nel soffocante cimento dei centrali del Notts County, troverà modo di concedere spazio al compagno di reparto, il capelluto Walter Mirabelli che siccome non aveva ancora trovato una rete in campionato pensò bene di infilare, in un ammicco di eccentricità, il pallone alle spalle di Steve Cherry, un ragazzino di Nottingham, mettendo così a referto la sua prima segnatura stagionale nello stadio sicuramente più importante in cui avesse mai giocato. Ascoli incastonata tra i monti, i sentieri, gli eremi, eppure il mare lo senti, lo avverti, non è mica troppo lontano, Ascoli  della “domenica ascolana”, quella dei versi del poeta fiorentino Mario Luzi, sposato con una marchigiana, maestro dell'ermetismo che condensò le sue impressioni della città nella suddetta composizione. Ascoli con le sue olive fritte, con il suo tartufo nero, le sue torri e lo scampanio di Sant’Emidio. L'Ascoli di Tonino Carino collegato per novantesimo minuto e l'Ascoli della finale del cosiddetto torneo Anglo-Italiano datato 1994/95 quello riservato alle squadre cadette, quando i bianconeri erano allenati da Alberto Bigon, raggiunse l’atto conclusivo della manifestazione e fu accompagnata all’ingresso in campo dall’ex attaccante gallese John Charles, il “gigante buono”, indossando una ammiccante divisa rossa griffata “Admiral” fra le più iconiche mai usate nella storia di un club, nato nel novembre 1898 per volontà di dodici giovani ascolani che fondarono la compagine in Via delle Canterine intitolandola inizialmente alla memoria di un colonnello garibaldino. Era nato, in embrione, il “Picchio Ascoli Calcio 1898” dal nome dell’uccello consacrato al Dio Marte che si posò sulle insegne dei Sabini in cerca di una terra da edificare e coltivare. Il fatto che l’Ascoli vestisse Admiral fu episodio piuttosto insolito poiché la ditta aveva dichiarato bancarotta da diverso tempo nonostante la popolarità di un marchio che aveva assolutamente influenzato il design di molte squadre e raccolto il culto sempre cauto degli sportivi. Tuttavia, come spesso accade, il successo portò con sé sfide sempre più grandi che non sempre il management riuscì a reggere. I costi di produzione iniziarono a superare i ricavi delle vendite in molti casi, e gradualmente i club iniziarono a cercare offerte più vantaggiose presso marchi concorrenti e la Admiral si trovò a competere con giganti dell’industria sportiva che potevano offrire contratti più lucrativi e una distribuzione globale. L’azienda, che aveva basato il suo successo sull’innovazione e sul coraggio di osare, si trovò improvvisamente in difficoltà nel tenere il passo con la rapida evoluzione del mercato. Il colpo di grazia arrivò quando alla fine del 1982 metà del “portfolio” della Admiral passò all’Adidas mentre l’altra metà si spostò verso Umbro. Però “Quel giorno a Wembley”, grazie a un imprenditore olandese che tentò di riabilitare l’azienda nel mondo del calcio (andrà molto meglio con il cricket) l’Ascoli indossò questa maglia griffata Admiral, ricercatissima, ormai praticamente introvabile. Era il 19 marzo, una domenica uggiosa di nuvole, la Festa del Papà, un Papà che ad Ascoli purtroppo se ne era andato giusto pochi mesi prima di quella partita così carica di prestigio: Costantino Rozzi. Rozzi non era un patron, ma un patriarca. La sua gestione era familiare, carnale, fatta di abbracci e battute in dialetto, di telefonate a mezzanotte e di un senso dell’appartenenza che oggi, nel calcio-azienda, si è dissolto. Un presidente che piangeva e rideva con i suoi giocatori, che li chiamava “figli”, la bussola di tutta una cittadina. Il portento comincerà nel 1974, quando l’Ascoli approdò in Serie A per la prima volta. In panchina Carlo Mazzone, romano verace, uomo di pancia e passione, e per questo sussidio empatico, uno come Rozzi non poteva non considerarlo una sorta di fratello. In campo ci sono nomi come Gianfranco Bellotto e Adelio Moro, più avanti un giovanissimo Giuseppe Iachini. La squadra, costruita con pochi soldi ma con idee chiare e spirito operaio, si salvò conquistando il cuore di tutti. La stagione 1979-’80 l’Ascoli chiuse al quarto posto, il miglior risultato della sua storia sfiorando la partecipazione alla Coppa UEFA. Un’impresa quasi mistica, con Rozzi a bordo campo, in cappotto e calzini rossi, e ad ogni partita interna il Del Duca diventava un piccolo teatro popolare, con quella fierezza tutta d’intestazione picena che sembrava voler spingere la palla oltre la linea, casomai non fossero bastate le gambe dei giocatori, Insomma da Mazzone a Boškov, passando per Renna, Gibì Fabbri e Sonetti, fino a allenatori come Ilario Castagner e giocatori di rango come Dirceu, Bierhoff, Casagrande e Bruno Giordano nella seconda parte della sua presidenza. Durante la fase eliminatoria del torneo Anglo- Italiano di cui si conserva un programma molto ben curato, l’Ascoli aveva superato il Wolverhampton e il Tranmere fuori casa mentre ad Ascoli si era imposto sullo Swindon Town e aveva pareggiato con il Notts County che poi affronterà nella finale. Nella semifinale del lato italiano i bianconeri fecero fuori invece l’Ancona nel doppio derby andata-ritorno. I dorici dopo la vittoria al Del Duca (0-1) erano quasi convinti di essere in finale, ma nel ritorno l’Ascoli ribaltò il punteggio (1-2) grazie a una doppietta di  Beppe Incocciati e all’epoca le reti in trasferta valevano doppio. A Wembley la rete del momentaneo pareggio del “Picchio” contro il Notts County, destinato alla retrocessione in terza serie e allenato dalla coppia Wayne Jones-Steve Nicol, fu segnata (ironia della sorte) da Walter da Mirabelli, attaccante come accennato mai a bersaglio in campionato, e infatti subito dopo cominciò guarda caso una leggera pioggia mista a neve tanto da dover accendere in anticipo i riflettori, e il Notts County che nel simbolo ha una Gazza e gli stessi colori dell’Ascoli (oserei dire per errore di spedizione anche quelli della Juventus o meglio viceversa) ebbe la meglio grazie  a una punizione di Devon White allo scadere del primo tempo, sulla quale forse il buon Marco Bizzarri poteva fare di meglio e sulla faccia di Bigon, seduto nelle larghe panchine dello stadio londinese, apparve un leggero ghigno da veggente laico. Si dimetterà sul volo di ritorno.  

                                       


martedì 7 aprile 2026

FORD OF THE OX

 


Oxford. Dove trasudano ancora vecchie essenze. Dove in mille anni di storia è passato di tutto: rinnegati, inventori, geni, ciarlatani, benefattori, truffatori e rampolli dell'alta società. Perfino quattro re inglesi e otto stranieri, quarantasette vincitori di premi Nobel, venticinque ministri, ottantasei arcivescovi e diciotto cardinali. Può bastare. Mattew Arnold, poeta e critico letterario, la descrisse come “città dalle sognanti guglie”. A Oxford il Tamigi si restringe diventa il guado del bue. A dire il vero il football non è mai stato molto in alto nelle priorità locali. Il calcio è stato costretto quasi a un “apartheid” sportivo, misurato da un ambiente abbastanza indifferente e di moderate aspettative più o meno quello che nel 1893 si respirava a Headington, pugno di case a qualche chilometro dal centro. E qui che sbuca il Reverendo John Scott-Tucker, canonica di S. Andrew, pietra sbozzata e sgrossata a colpi di scalpello. Insieme al medico Robert Hitchings decidono di fondare l'Headington football club, embrione di prossimità di ciò che sarà l'Oxford United. Vengono soprannominati “the boys from over the hill” e nel 1925 acquistano il Manor Ground in London Road. Con slancio in avanti nel tempo, eccolo: tetto in ferro, la Beech Road stand, settore riservato ai tifosi di casa, di fianco la Osler Road, tre gradinate separate per gli ingrugniti ospiti, poi la Cuckoo Lane, l’unica tribuna scoperta costruita in diagonale, una sorta di triangolo retto ma attenzione non era l'unica particolarità, il terreno da gioco presentava infatti una piccola pendenza verso London Road, naturalmente alla fine tutti vengono a saperlo e allora al lancio della monetina da 10 pence chi vinceva (in genere) sceglieva sempre il campo anziché la palla per sfruttare gambe più fresche. Oh, lo stadio fra i soliti rimpianti verrà abbandonato e demolito nel 2001. Crisi e debiti avevano investito l’Oxford United in apertura degli anni '80. Il contenzioso con la Barclays Bank venne sedato grazie all'imprenditore Robert Maxwell che sborsò 128.000 sterline, il 6 gennaio 1982, per sanare le problematiche di questo club in difficoltà, sia chiaro può anche darsi che non l’abbia fatto per interesse personale. Ma anche nel momento più nobile, è difficile separare la filantropia del mecenate dal suo egoismo capriccioso. E ancor di più nel caso di Maxwell. In effetti, a molti, l'acquisto ricordava altre sue simili imprese nel campo dell’editoriaTuttavia, dopo il sospiro di sollievo arrivò puntuale il delirio del potente. Maxwell propose la fusione con i vicini del Reading per fondare un sodalizio fra il ridicolo e il farsesco dal nome Thames Valley Royals. Massiccia levata di scudi e il progetto fortunatamente si arenò. Un annetto prima alla guida degli U’s era arrivata la faccia rubizza di tale Michael James Smith. Quest'ultimo aveva due vantaggi impensabili per gli altri allenatori. Innanzitutto, non era costretto a vendere nessuno: poteva trattenere i giocatori che più gli piacevano. Secondo, per averli, questi giocatori, poteva offrire i contratti che sembravano più adeguati. Il resto lo fecero una gestione oculata e i giocatori in cui lui credeva In poco meno di due anni porta la squadra in Prima Divisone con un doppio carpiato inaspettato. Per tutte le pinte, a Oxford nonostante tutto, sapevano bene che esisteva anche la First Division, diciamo l’avevano visto in Tv ma sembrava lontana dalle loro settimanali esperienze calcistiche quanto quelle tribù primitive che si vedevano periodicamente nei documentari del National Geograpich. Eccoli lì invece quei volti che popolavano migliaia di raccolte di figurine, dal vivo in carne ed ossa, nello scorbutico anfratto del Manor Ground: Ian Rush, Gary Lineker, Mark Hughes, Glen Hoodle. Eppure, Maxwell si dimstrò un taccagno e con Jim Smith non fu trovato l'accordo per il rinnovo del contratto. “The bald eagle” dovrà accasarsi al QPR e al Manor Ground il nuovo manager sarà Maurice Evans, faccia sorniona con alle spalle una breve esperienza nei settori giovanili. E qui il destino compie uno di quegli incroci che difficilmente si possono ipotizzare all'inizio della stagione o quantomeno ci si augura che non accada perchè poi i rimpianti sono peggio dei rimorsi. Per farla breve i due non solo si dovranno affrontare nel primo campionato inglese dopo i fatti dell'Heysel ma anche in una storica finale di Coppa di Lega, che la federazione per ragioni di sponsorizzazione riempì di latte: la Milk Cup. Quell' Oxford dalle tenere maglie gialle stava svezzando Ray Houghton e John Aldridge. Houghton nativo di Glasgow per via del padre irlandese sceglierà la nazionale di Dublino, occhi vispi e fisico robusto, non molto alto di statura, tatticamente un centrocampista dalle spiccate doti offensive arrivato a Oxford dopo tre ottime stagioni passate al Fulham. Aldridge invece è uno “scouser” fatto e finito con Liverpool nel sangue, il baffetto curato da ufficiale di artiglieria fiutava il goal come pochi in quel periodo, e con i gallesi del Newport County (da cui giunse per 78000 sterline) aveva persino raggiunto i quarti della Coppa delle Coppe. Il 20 aprile del 1986 in un tiepido pomeriggio di sole si aprirono le porte di Wembley per la partita. Oxford United contro Queen's Park Rangers, arsenico e vecchi merletti. Novantamila biglietti venduti, un successo con alcune digressioni da  aprire solo non adesso, non qui. I tifosi Hoops stipati nella “tube” hanno la sensazione di esserci solo loro. Quattro anni prima l'avevano dovuta condividere con quelli degli spurs per la finale di FA Cup e a dire la verità si stava un po' “stretti”. Adesso si sentivano il trofeo in tasca, in fondo chi cazzo erano mai questi di Oxford? Non avevano il cosiddetto pedigree, non potevano impensierirli. Però sulla Wembley Way sfilò una imprevista marea gialla: “Siamo i ragazzi di Didcot, siamo quelli di Bicester, Siamo di Watlington, di Witney...”. Gli altoparlanti elargirono i pezzi della stagione d'oro per la musica pop e synth-pop anglosassone: "Don't Leave Me This Way" dei Communards (il singolo più venduto nel Regno Unito), "West End Girls" dei Pet Shop Boys, e "Papa Don't Preach" di Madonna. Vocabolario estetico variegato, Doc Martens, t-shirt colorate, qualche mezzo dandy dal taglio di capelli così perfetto che sembrava uscito dalla pubblicità della brillantina Brylcreemtutti rivestiti da coccarde e sciarpe del proprio club, quasi a imbellettare di grazia perduta il ciondolare di punk, casual's, e altra umanità. L'Oxford segnerà a cinque minuti dal termine del primo tempo quando il pallone, bianchissimo, rilanciato da Paul Barron, portiere del QPR, innescò una rapida manovra degli U’s che mise in condizione il numero dieci Trevor Hebberd di eludere la guardia di Alan McDonald e insaccare rasoterra sul primo palo. Sette giri di orologio nella ripresa e toccherà a Ray Houghton mettere il sigillo a un contropiede: 2-0. Braccia al cielo, Houghton corse subito alla ricerca di qualcuno o qualcosa da abbracciare, il primo che troverà fu il terzino John Trewick, dopodichè a poco a poco il resto del mucchio festante, con la consapevolezza di avercela quasi fatta. Un tiro in corsa di Aldridge verrà ribattuto a stento da Barron finendo nei piedi dell'accorrente Jeremy Charles, barba incolta, volto da taglialegna, si sistema e quel pallone con su scritto “push” si sistemerà oltre la linea di porta accarezzando le grandi reti di Wembley: 3-0. Sarà il capitano Malcom Shotton a guidare i suoi sui quei benedetti 39 scalini per ricevere la coppa, strinse mani, sorrise, abbracciò il presidente (privo della nottola di Minerva...) mostrando quella bellissima divisa con la testa del bue. Quelli di Oxford si erano laureati.

giovedì 2 aprile 2026

THE GALWAY DAY

 


Galway è una schiera di tante piccole casette una in fila all’altra, ognuna di un colore diverso, quasi riverse sull'acqua, strette, affiancate sui moli, che di giorno si riflettono sul mare e alla sera sussurrano parole in gaelico agli scogli dormienti di note e coralli. Galway è un ladro gabbiano, ruba i tuoi occhi annodati al cielo mentre immerge il becco in bicchierini di Baileys e al Terryland accendono i riflettori su seggiolini tinteggiati in cremisi. Galway è la rettangolare Eyre Square dall'odore di salmone al forno e merluzzo con le patate. Galway è Charlie Byrne's, un accogliente libreria indipendente dove sbuca il cappello di Joyce, il bastone di Wilde, gli occhiali di Yeats, il corpetto di Stoker e la parrucca di Jonathan Swift, e dove, in ogni caso, arriva subito a darvi una mano Vinny Browne, il libraio. Galway è il monumento alla memoria: una pietra incisa da aulica dicitura e regalata dalla città di Genova a quella irlandese perché con discrete credenziali si ritiene che Cristoforo Colombo osservando l’orizzonte da questa baia abbia per la prima volta pensato a una terra al di là dell’Atlantico. Galway è il 12 maggio del 1991, quando la cittadina si trasferì al Lansdowne Road di Dublino. Quel giorno piovve, una pioggerellina fine con le nubi che pattinavano veloci regalando scorci di sole avvicendati da nuova pioggia leggera, di quelle che nemmeno te ne accorgi eppure ti ritrovi completamente zuppo. Sul terreno dello stadio dublinese risultava complicato infiocchettare giocate degne di questo nome se mai ci fosse stato qualcuno abile a farlo. E allora Tommy Keane decise in una frazione di secondo. Il piccolo, funambolico, povero Tommy Keane. Decise di avvalersi della testa per controllare meglio la sfera. Di quel campo non si fidava e aveva ragione. Accarezzò il pallone con la fronte correndo sulla fascia, vanamente inseguito dal ringhiante e confuso terzino dei Rovers, poi se lo sistemò sul collo del piede destro affinché il cross risultasse potente come la corrente del fiume Corrib che da Claddagh sbocca sull'oceano. Tommy con la coda dell’occhio aveva scorto Johnny. Il capitano Johnny Glynn. Anzi, il capo clan Johnny Glynn, perché quelli di Galway sono i “Tribesman” in virtù del fatto che in epoca medievale il borgo era amministrato in maniera elitaria da 13 famiglie conosciute con l'appellativo di "Tribes of Galway" e da qui il nickname della squadra fondata nel 1937. Glynn centravanti monolitico, nativo di Cork, si fece trovare pronto all’appuntamento, insaccando bruscamente la palla in rete, poi saltò i cartelloni pubblicitari che invitavano a comprarsi una Opel, a farsi una pinta di Harp e infine si arrampicò esultante verso la stand dove erano raccolti i suoi tifosi. Quel Galway United allenato dall’allegro Joey Malone, cantante mancato per un soffio, aveva vinto la sua prima, solitaria, Coppa d’Irlanda battendo lo Shamrock Rovers. An-álainn.

COSE DA TORO

  Roberto era un ragazzino, mentre la macchina del padre lo portava da Venaria al campo Filadelfia, e come tutti aveva i ragazzini del mondo...