giovedì 23 aprile 2026
ON THE WATERFRONT
lunedì 13 aprile 2026
FRIED OLIVES
martedì 7 aprile 2026
FORD OF THE OX
Oxford. Dove trasudano ancora vecchie essenze. Dove in mille anni di storia è passato di tutto: rinnegati, inventori, geni, ciarlatani, benefattori, truffatori e rampolli dell'alta società. Perfino quattro re inglesi e otto stranieri, quarantasette vincitori di premi Nobel, venticinque ministri, ottantasei arcivescovi e diciotto cardinali. Può bastare. Mattew Arnold, poeta e critico letterario, la descrisse come “città dalle sognanti guglie”. A Oxford il Tamigi si restringe diventa il guado del bue. A dire il vero il football non è mai stato molto in alto nelle priorità locali. Il calcio è stato costretto quasi a un “apartheid” sportivo, misurato da un ambiente abbastanza indifferente e di moderate aspettative più o meno quello che nel 1893 si respirava a Headington, pugno di case a qualche chilometro dal centro. E qui che sbuca il Reverendo John Scott-Tucker, canonica di S. Andrew, pietra sbozzata e sgrossata a colpi di scalpello. Insieme al medico Robert Hitchings decidono di fondare l'Headington football club, embrione di prossimità di ciò che sarà l'Oxford United. Vengono soprannominati “the boys from over the hill” e nel 1925 acquistano il Manor Ground in London Road. Con slancio in avanti nel tempo, eccolo: tetto in ferro, la Beech Road stand, settore riservato ai tifosi di casa, di fianco la Osler Road, tre gradinate separate per gli ingrugniti ospiti, poi la Cuckoo Lane, l’unica tribuna scoperta costruita in diagonale, una sorta di triangolo retto ma attenzione non era l'unica particolarità, il terreno da gioco presentava infatti una piccola pendenza verso London Road, naturalmente alla fine tutti vengono a saperlo e allora al lancio della monetina da 10 pence chi vinceva (in genere) sceglieva sempre il campo anziché la palla per sfruttare gambe più fresche. Oh, lo stadio fra i soliti rimpianti verrà abbandonato e demolito nel 2001. Crisi e debiti avevano investito l’Oxford United in apertura degli anni '80. Il contenzioso con la Barclays Bank venne sedato grazie all'imprenditore Robert Maxwell che sborsò 128.000 sterline, il 6 gennaio 1982, per sanare le problematiche di questo club in difficoltà, sia chiaro può anche darsi che non l’abbia fatto per interesse personale. Ma anche nel momento più nobile, è difficile separare la filantropia del mecenate dal suo egoismo capriccioso. E ancor di più nel caso di Maxwell. In effetti, a molti, l'acquisto ricordava altre sue simili imprese nel campo dell’editoria. Tuttavia, dopo il sospiro di sollievo arrivò puntuale il delirio del potente. Maxwell propose la fusione con i vicini del Reading per fondare un sodalizio fra il ridicolo e il farsesco dal nome Thames Valley Royals. Massiccia levata di scudi e il progetto fortunatamente si arenò. Un annetto prima alla guida degli U’s era arrivata la faccia rubizza di tale Michael James Smith. Quest'ultimo aveva due vantaggi impensabili per gli altri allenatori. Innanzitutto, non era costretto a vendere nessuno: poteva trattenere i giocatori che più gli piacevano. Secondo, per averli, questi giocatori, poteva offrire i contratti che sembravano più adeguati. Il resto lo fecero una gestione oculata e i giocatori in cui lui credeva In poco meno di due anni porta la squadra in Prima Divisone con un doppio carpiato inaspettato. Per tutte le pinte, a Oxford nonostante tutto, sapevano bene che esisteva anche la First Division, diciamo l’avevano visto in Tv ma sembrava lontana dalle loro settimanali esperienze calcistiche quanto quelle tribù primitive che si vedevano periodicamente nei documentari del National Geograpich. Eccoli lì invece quei volti che popolavano migliaia di raccolte di figurine, dal vivo in carne ed ossa, nello scorbutico anfratto del Manor Ground: Ian Rush, Gary Lineker, Mark Hughes, Glen Hoodle. Eppure, Maxwell si dimstrò un taccagno e con Jim Smith non fu trovato l'accordo per il rinnovo del contratto. “The bald eagle” dovrà accasarsi al QPR e al Manor Ground il nuovo manager sarà Maurice Evans, faccia sorniona con alle spalle una breve esperienza nei settori giovanili. E qui il destino compie uno di quegli incroci che difficilmente si possono ipotizzare all'inizio della stagione o quantomeno ci si augura che non accada perchè poi i rimpianti sono peggio dei rimorsi. Per farla breve i due non solo si dovranno affrontare nel primo campionato inglese dopo i fatti dell'Heysel ma anche in una storica finale di Coppa di Lega, che la federazione per ragioni di sponsorizzazione riempì di latte: la Milk Cup. Quell' Oxford dalle tenere maglie gialle stava svezzando Ray Houghton e John Aldridge. Houghton nativo di Glasgow per via del padre irlandese sceglierà la nazionale di Dublino, occhi vispi e fisico robusto, non molto alto di statura, tatticamente un centrocampista dalle spiccate doti offensive arrivato a Oxford dopo tre ottime stagioni passate al Fulham. Aldridge invece è uno “scouser” fatto e finito con Liverpool nel sangue, il baffetto curato da ufficiale di artiglieria fiutava il goal come pochi in quel periodo, e con i gallesi del Newport County (da cui giunse per 78000 sterline) aveva persino raggiunto i quarti della Coppa delle Coppe. Il 20 aprile del 1986 in un tiepido pomeriggio di sole si aprirono le porte di Wembley per la partita. Oxford United contro Queen's Park Rangers, arsenico e vecchi merletti. Novantamila biglietti venduti, un successo con alcune digressioni da aprire solo non adesso, non qui. I tifosi Hoops stipati nella “tube” hanno la sensazione di esserci solo loro. Quattro anni prima l'avevano dovuta condividere con quelli degli spurs per la finale di FA Cup e a dire la verità si stava un po' “stretti”. Adesso si sentivano il trofeo in tasca, in fondo chi cazzo erano mai questi di Oxford? Non avevano il cosiddetto pedigree, non potevano impensierirli. Però sulla Wembley Way sfilò una imprevista marea gialla: “Siamo i ragazzi di Didcot, siamo quelli di Bicester, Siamo di Watlington, di Witney...”. Gli altoparlanti elargirono i pezzi della stagione d'oro per la musica pop e synth-pop anglosassone: "Don't Leave Me This Way" dei Communards (il singolo più venduto nel Regno Unito), "West End Girls" dei Pet Shop Boys, e "Papa Don't Preach" di Madonna. Vocabolario estetico variegato, Doc Martens, t-shirt colorate, qualche mezzo dandy dal taglio di capelli così perfetto che sembrava uscito dalla pubblicità della brillantina Brylcreem, tutti rivestiti da coccarde e sciarpe del proprio club, quasi a imbellettare di grazia perduta il ciondolare di punk, casual's, e altra umanità. L'Oxford segnerà a cinque minuti dal termine del primo tempo quando il pallone, bianchissimo, rilanciato da Paul Barron, portiere del QPR, innescò una rapida manovra degli U’s che mise in condizione il numero dieci Trevor Hebberd di eludere la guardia di Alan McDonald e insaccare rasoterra sul primo palo. Sette giri di orologio nella ripresa e toccherà a Ray Houghton mettere il sigillo a un contropiede: 2-0. Braccia al cielo, Houghton corse subito alla ricerca di qualcuno o qualcosa da abbracciare, il primo che troverà fu il terzino John Trewick, dopodichè a poco a poco il resto del mucchio festante, con la consapevolezza di avercela quasi fatta. Un tiro in corsa di Aldridge verrà ribattuto a stento da Barron finendo nei piedi dell'accorrente Jeremy Charles, barba incolta, volto da taglialegna, si sistema e quel pallone con su scritto “push” si sistemerà oltre la linea di porta accarezzando le grandi reti di Wembley: 3-0. Sarà il capitano Malcom Shotton a guidare i suoi sui quei benedetti 39 scalini per ricevere la coppa, strinse mani, sorrise, abbracciò il presidente (privo della nottola di Minerva...) mostrando quella bellissima divisa con la testa del bue. Quelli di Oxford si erano laureati.
giovedì 2 aprile 2026
THE GALWAY DAY
Galway è una schiera di tante
piccole casette una in fila all’altra, ognuna di un colore diverso, quasi
riverse sull'acqua, strette, affiancate sui moli, che di giorno si riflettono
sul mare e alla sera sussurrano parole in gaelico agli scogli dormienti di note
e coralli. Galway è un ladro gabbiano, ruba i tuoi occhi annodati al cielo
mentre immerge il becco in bicchierini di Baileys e al Terryland accendono i
riflettori su seggiolini tinteggiati in cremisi. Galway è la rettangolare Eyre
Square dall'odore di salmone al forno e merluzzo con le patate. Galway è
Charlie Byrne's, un accogliente libreria indipendente dove sbuca il cappello di
Joyce, il bastone di Wilde, gli occhiali di Yeats, il corpetto di Stoker e la parrucca
di Jonathan Swift, e dove, in ogni caso, arriva subito a darvi una mano Vinny
Browne, il libraio. Galway è il monumento alla memoria: una pietra incisa da
aulica dicitura e regalata dalla città di Genova a quella irlandese perché con
discrete credenziali si ritiene che Cristoforo Colombo osservando l’orizzonte
da questa baia abbia per la prima volta pensato a una terra al di là
dell’Atlantico. Galway è il 12 maggio del 1991, quando la cittadina si trasferì
al Lansdowne Road di Dublino. Quel giorno piovve, una pioggerellina fine con le
nubi che pattinavano veloci regalando scorci di sole avvicendati da nuova
pioggia leggera, di quelle che nemmeno te ne accorgi eppure ti ritrovi
completamente zuppo. Sul terreno dello stadio dublinese risultava complicato
infiocchettare giocate degne di questo nome se mai ci fosse stato qualcuno
abile a farlo. E allora Tommy Keane decise in una frazione di secondo. Il
piccolo, funambolico, povero Tommy Keane. Decise di avvalersi della testa per
controllare meglio la sfera. Di quel campo non si fidava e aveva ragione.
Accarezzò il pallone con la fronte correndo sulla fascia, vanamente inseguito
dal ringhiante e confuso terzino dei Rovers, poi se lo sistemò sul collo del
piede destro affinché il cross risultasse potente come la corrente del fiume
Corrib che da Claddagh sbocca sull'oceano. Tommy con la coda dell’occhio aveva
scorto Johnny. Il capitano Johnny Glynn. Anzi, il capo clan Johnny Glynn,
perché quelli di Galway sono i “Tribesman” in virtù del fatto che in epoca
medievale il borgo era amministrato in maniera elitaria da 13 famiglie
conosciute con l'appellativo di "Tribes of Galway" e da qui il
nickname della squadra fondata nel 1937. Glynn centravanti monolitico, nativo
di Cork, si fece trovare pronto all’appuntamento, insaccando bruscamente la
palla in rete, poi saltò i cartelloni pubblicitari che invitavano a comprarsi
una Opel, a farsi una pinta di Harp e infine si arrampicò esultante verso la
stand dove erano raccolti i suoi tifosi. Quel Galway United allenato
dall’allegro Joey Malone, cantante mancato per un soffio, aveva vinto la sua
prima, solitaria, Coppa d’Irlanda battendo lo Shamrock Rovers. An-álainn.
COSE DA TORO
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