Piovve quella notte, la pioggia demente di una primavera
malata; le nubi incombevano basse, alternate da repentini cali di nebbia umida,
atta a stendere un sudario caliginoso su Torino che si risvegliò come percossa
da un incubo, lattea, spettrale, una mestizia che nemmeno il suono del campanello
della bicicletta di un aitante panettiere riuscì a rallegrare e ridestare.
C’era qualcosa in quell’alba livida, impregnata di foschia, una sorta di insofferenza, un
patire senza motivo apparente, la condizione patologica della persona depressa nell’attesa spossata di un ansiolitico, pena uno stato perenne di tremore e
senso di smarrimento. Laura Virgili, figlia unica di una famiglia operaia del
quartiere Lingotto, dormì malissimo, svegliandosi con un rammarico e
un’ansia che non riuscì a scacciare nemmeno raddoppiando la dose di biscotti al cioccolato da sciogliere nel caffè in quel mattino scuro battuto da pungenti gocce di pioggia. Il granata della bandiera del Toro, e il clamore dei tifosi nel
giorno della partita, invadevano la sua stanza arredata con sacrificio, un modesto alloggio che per lei solo pochi anni addietro aveva significato emancipazione e distacco dai rituali di un’educazione ossessiva. Fu all’incrocio con Piazza D’Armi, guardandosi nello
specchietto a scatto tenuto nella borsetta, che si rese conto per la prima
volta che tutto sommato non le dispiaceva il rossetto in disordine, mentre da
un negozio le parole di una canzone invitavano un uomo a stringere una donna, a
baciarla, evitando di parlarle nel tepore dei corpi. Nel 1949, passeggiando in
Borgo Filadelfia, fra i rumori dei treni in entrata e in uscita dal nodo
ferroviario, Laura si fermava a vedere gli allenamenti allo stadio della sua
squadra preferita, laddove in mezzo al cerchio dei giocatori si disponeva un certo
Erno Erbstein, allenatore ungherese di origini ebraiche, che schierava i
suoi ragazzi in un semicerchio nitido, esatto, come se a far da invisibile
tratto di compasso fosse stata una matita calata dalla cuspide altissima della
Mole Antonelliana. Colpì Laura la precisione degli esercizi, la sincronia fluida dei
movimenti, sebbene fosse chiaro che si stessero allenando non c’era
preparatore atletico a guidarli nelle estensioni e nelle acrobazie con cui
suscitavano l’ammirazione dei passanti, stupiti, quanto lo sarebbero
stati a osservare un funambolo del circo o uno stormo di incantevoli
fenicotteri. Da dietro gli occhi sottili, la mente di Laura era fissa sul comune automatismo, da cui scaturiva la gestualità seriale e quasi danzante degli
esercizi in atto. Laura, in quei momenti, non avrebbe saputo dire con
esattezza se il suo entusiasmo per quel Torino invincibile fosse stata la triste predisposizione di un inverno pigro di amori, ma ricordò benissimo
che quando incrociò lo sguardo di uno degli uomini in tuta le si aprì
una limpidezza sconfinata. Osservava rapita ogni gesto, ogni braccio precipitato sulle caviglie e poi appresso la schiena. Si rivide dentro la sua
camera, ebbe un pensiero che la fece arrossire, ripensò alla scarsità di
mobilie, alla sveglia, allo spartano tavolinetto in legno, a quel mazzo di
fiori appassiti che non rammentava più da quanto tempo aveva dimenticato di annaffiare e
poi chissà qual'era il motivo perduto che le imponeva di conservarli ancora... Si vide "risolta" al solo pensiero di passeggiare sottobraccio e magari sposarsi con
uno di quei ragazzi del Toro, aspirando ai ritmi di una serenità coniugale, immaginò il suo matrimonio, una nuova intimità, una casa spaziosa, addirittura
fantasticò sui buchi delle serrature, sulle fessure sotto le porte, sul risveglio finalmente discreto, continuando a osservare quelle movenze, stavolta concepite sulla frequenza delle acclamazioni della partita vera, ma riecco il balenare del desiderio, i lanci del riso, i sorrisi, il viva gli sposi, i brindisi, le bucce annerite sul piatto dopo una
cena a lume di candela. Fantasticò subito su Rigamonti tuttavia siccome i rotocalchi dicevano fosse
un impenitente donnaiolo ripiegò su Ezio Loik dalla faccia dolce eppur
dannata da attore americano. Studiò qualunque dettaglio, degno di
un’immaginazione maniacale eppure composta, e comprese la paranoia non
supina al suo iperbolico capriccio. A questo pensò Laura, impiegata allo stabilimento
Fiat del Lingotto, all’efferatezza dei sogni, in cui tutto è piegato ai nostri
desideri, e in fondo quei pensieri le dettero un gusto di rappresaglia sportiva
verso la Juventus, la squadra dei padroni. Era un giorno di riposo per lei, quel 4 maggio del 1949, prese
un Tram diretto verso Corso Vittorio Emanuele, detergendo con un fazzoletto la condensa
sui finestrini affinché l’opulenza della città austera non offuscasse in lei il ricordo degli atleti. Suo malgrado, quella mattina, continuò a
percepire ciò che mai avrebbe voluto intuire: le parve di guardarsi
dentro, e sentì crollare un ordine interiore, in un solo istante, ne fu certa,
era successo qualcosa di terribile, una sventura assoluta,
invisibile, senza rumore. Laura Virgili si mise a
piangere apparentemente senza motivo. Anche Ettore Gianzi aveva dormito poco e male quella notte e non se ne
capacitava. In genere il sonno era di una quelle cose che, nonostante la vita
gli avesse regalato un dispiacere terribile, non gli procurava fastidi e
riusciva sempre a riposare piuttosto bene. Si alzò, guardò distrattamente il
calendario e si mise davanti alla specchiera,
le rughe cominciavano a solcargli la faccia leggermente incanutita
dall’incedere degli anni, quasi cinquanta pensò. Per i tempi cominciava ad essere una certa età, e come scriveva Ernesto Sabato una certa età è sempre un età incerta. In verità quello che
il vetro rifletteva e disturbava Ettore, addetto al Filadelfia da ben prima della
guerra, era un guizzo di tristezza che ormai si era accasato tra le tempie incise in quel volto da ex
appartenente al reparto genieri dell’esercito italiano, quel povero esercito
sbandato uscito dall’ambiguo armistizio dell’8 settembre, insinuando uno sgradevole
contrasto con l’allegria che sapeva di saper elargire non appena si aggirava
soddisfatto nei corridoi e sul prato dello stadio, la cui erba tagliava una
volta alla settimana, oppure a seconda della stagione. Bisognava farlo con cura perché su quell’erba giocava la
squadra più forte del mondo e di questo ne era consapevole. Ogni sera lucidava
e controllava il tagliaerba, un modello leggero in alluminio prodotto dalla
ditta Briggs & Stratton, preparando la dose di miscela corretta per il
giorno seguente, cosicché lo trovasse già pronto nella stanzetta dei
magazzinieri accanto agli spogliatoi dei giocatori, sotto un fiammante gagliardetto
granata, appeso a un chiodo, con la scritta campioni d’Italia 1947/48. Sulla sedia impagliata, accanto al letto, teneva al pari di una
reliquia, la maglia regalategli da Franco Ossola, mentre sul comodino, sotto una abatjour vagamente dozzinale, gravava obliqua
sul perno della cornice la foto di Irma, sua moglie, scomparsa a causa delle
ferite riportate da un bomba caduta in città durante i giorni fatti di sirene
stridule e di corse senza fiato verso i rifugi imposti dal secondo conflitto bellico.
Dalla finestra vedeva una piccola parte di Corso Regina Margherita e si accorse
che piovigginava, allora decise di infilarsi la giacca impermeabile. Il Corso, smorzato dalla bruma, si mostrava poco trafficato.
Afferrò la bici legata con il fil di ferro alle apposite rastrelliere, e dopo
aver percorso un centinaio di metri entrò dal panettiere all’angolo con Corso
Oddone per prendere il suo “Gavasot” quotidiano. Quando entrò si accorse dello
strano silenzio, le ultime voci si spensero, e Ettore, non capacitandosi del
motivo, nascose immediatamente un accenno di sorriso che ritenne inopportuno. In molti
sapevano del suo lavoro, lo guardavano fisso in faccia come se si attendessero
una risposta, un qualcosa a cui aggrapparsi contro l’inutilità della speranza. Fu solo in quel preciso istante che Ettore Gianzi percepì il
gracchiare della radio, il pianto sommesso di alcuni clienti e la faccia rigida di Renato, il fornaio baffuto al quale giusto una settimana
prima aveva regalato una foto autografata del capitano Valentino Mazzola, che
ora se ne stava sospesa sopra agli scomparti del pane e pareva guardare tutti
da un punto indefinito dell’universo. Renato non proferì parola, restando con i
gomiti appoggiati al bancone in un aria mesta di disagio. Verso mezzogiorno un tenue raggio di sole squarciò le nubi. Fu un attimo
soltanto, una schiarita improvvisa, poi il cielo si richiuse sopra la città. E il tempo cominciò a scorrere lento, uniforme, fra lo scrosciare
della pioggia che era ripresa a cadere con insistenza. Torino sembrava avvolta
da un'ombra di malinconia. Quasi un presagio. Trascorse un'ora vuota, forse si avvertì un brivido inesprimibile, una sensazione di attesa, di
angoscia. Ma non era ancora accaduto nulla, nulla pareva dovesse accadere. La
pioggia s'infittiva a poco a poco sulle strade, risuonava sulle pietre, con forza sempre maggiore. E la notizia tremenda piombò all'improvviso,
tra la gente che percorreva i portici lungo le vie affollate del centro. Giunse
come un clamore di tuono, si diffuse rapidissima. Qualcuno la ripeteva balbettando: "L'apparecchio
del Torino è caduto a Superga, contro la Basilica". Una frase sconnessa, piena
di enorme stupore. Non vi era altro. Non si sapeva da quale parte giungesse,
chi l'avesse portata in mezzo alla gente. Non si sapeva nulla, non si capiva
nulla. Solo quella frase, alcune parole, un nome. E nessuno credeva. Vi fu
come una ribellione, aspra, violenta dell'animo. La gente si fermava in piccoli crocchi,
parlava sottovoce, si muoveva in preda allo sgomento. Si chiedevano notizie più precise, si interrogavano i vicini, tutti
ripetevano la stessa cosa, allo stesso modo. La saracinesca del bar
Vittoria in via Roma si chiuse lentamente e senza rumore, si spensero le luci
nell'interno. Era il bar di cui Ossola e Gabetto erano proprietari. Dunque, era
vero. Tutta la città seppe, allora, in un attimo. Fu come se un peso immane
l'avesse schiacciata. Poi la tensione si sciolse, insieme alla consapevolezza di quella sciagura troppo grande, di quel fatto “impossibile”.
La gente riprese a camminare sotto i portici, con il capo basso, senza mèta.
Molti si diressero verso la sede della Stampa. Fermarono tutti quelli che
uscivano, chiedendo notizie, cercando l'ultima conferma. Era buio ormai, un'ora era
trascorsa, e la vita cittadina continuava ad essere come paralizzata. Nelle
vie, nei locali, sui tram, nelle case si parlava dei diciotto ragazzi del Torino: Mazzola, Gabetto, Loik, Bacigalupo un nome dopo l'altro, uniti
insieme, per sempre, nello strazio di quelle voci. Torino piangeva su quei diciotto atleti rimasti privi di vita, sotto
la pioggia, abbracciati in un tragico viluppo. Piangeva su diciotto vite umane
stroncate nel modo più crudele, piangeva sul disastro che aveva annullato, in
un sol colpo, una lunga e luminosissima tradizione che non aveva eguali in
Italia, e pochi riscontri trovava nel mondo. Associazioni, personalità,
cittadini di ogni categoria sociale hanno vollero immediatamente esprimere il
loro cordoglio alle famiglie dei giocatori, dei giornalisti e dei piloti
scomparsi. Il Comune indisse il lutto. Quanto
grande fosse l'amore che circondava questi atleti, lo si vide poche ore dopo la sciagura. Centinaia, migliaia di persone accorsero, come
attratte da un richiamo, alla basilica di Superga, sfilarono mute e commosse
dinanzi al luogo in cui l'aereo era precipitato, sostarono a lungo sotto la
pioggia, i vicini si guardavano negli occhi, quasi a cercarvi il brillio di una
lacrima, e una luce impossibile conforto. Vittorio Pozzo, insieme ai pompieri e
alle forze dell’ordine, stava riconoscendo i cadaveri. Non era giusto. Dopo gli
stenti del dopoguerra, il Grande Torino dai volti puliti, la meglio gioventù di
un paese ancora in cerca di identità, ragazzi timidi dai volti tesi, gli zigomi
spigolosi e i capelli imbrillantinati all’indietro, più anziani dei loro vent’anni,
che dissimulavano timidezza, sorridendo con imbarazzo alle cineprese. Il Grande
Torino di ritorno dal Portogallo per un amichevole era collassato a bordo di un
aereo sulla Basilica di Superga, nascosto dal fumo maledetto delle macerie e da
quella foschia grigia, opprimente. Lassù, in qualche modo, sono rimasti per
sempre, insieme ai sogni di Laura e al secondo dolore di Ettore, oltre ai
ricordi di un’intera generazione. Tutto si dissolve recitando la litania di quella formazione: Bagicalupo, Ballarin, Maroso, Greizar, Castellano, Loik,
Mazzola, Menti, Gabetto, Ossola, e in lontananza sembra che la tromba del capostazione Oreste
Bormida suoni ancora la carica. fra gli angoli ossuti e screpolati di ciò che resta del vecchio
Filadelfia.

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