martedì 4 maggio 2021

A RIGHT BUNCH OF DICKS




Vi ricordate il libro di Rodge Glass, quello che voleva la “testa” di Ryan Giggs? C’era una frase topica, diceva che nel calcio finisce male per tutti, con l’unica differenza di quanto tempo impiega ciascuno di noi ad arrivare a una sorta di giudizio, e, in quel caso, decidere se si vuole aspettare la cassazione o trasformarlo in un nuovo inizio. “Our kid” dicono a Manchester, fratello mio, qui piove sempre, allora possiamo fare due cose: o giocare a calcio nel fango oppure metterci a suonare e in entrambi i casi ci si sporca perché pure le note hanno imbrattato i muri rossicci e riempirono le fabbriche che incominciavano a svuotarsi e quegli enormi spazi dalle grandi finestre, un tempo pullulanti di lavoratori, diventarono terra di nessuno, completamente deserti e decandenti ma hanno accolto la cosiddetta "MadChester", una sorta di grande madre esoterica, perché è vero, i mancunians sono apparentemente un pò svitati, si calano qualche buffa pasticca colorata di troppo, ma cazzo, questa era una delle poche maniere per estrarre ancora linfa da una foglia morta. E’ soltanto un nugolo di delinquenti titolavano i giornali conservatori (non solo). Allora meglio quella massima che dice "avremo libertà di stampa solo quando ci saremo liberati dalla stampa...". Ma dico, per la miseria, erano giovani, qualche guarnizione eccentrica di troppo, i capelli lunghi, un pacchetto stropicciato di Benson nel taschino della giacca acquistata in un negozio di second hand, magari con quella merda di sussidio e quindi, ricapitolando, se non sputi un pochino sulle buone maniere non avrai mai vent'anni neanche se te lo dice il sudaticcio e scocciato impiegato dell'ufficio anagrafe quando rinnovi i documenti. Insomma, gira che ti rigira questi alla fine si sono presi la scena, i palchi, un notevole conto in banca da dilapidare in statue bizantine e narghilè d'argento, ed è affare assai complicato provare a metterli in una fila ordinata, non ci stanno, allora abbozziamo, anche perché non gradirebbero una cronologia da Pentateuco: New Order, Joy Divison, Stone Roses, Inspiral Carpets. Ah, a proprosito di Stone Roses, occhio al loro omonimo album dove, mettiamola così, è una specie di concept su Gesù Cristo, che inizia con “I Wanna Be Adored” e termina con “I Am the Resurrection”, roba che non poteva avere che una sorte idealistica, rivoluzionaria e fortunata nel tempo per gli eventi a venire nel pallone dello Ship Canal. In ogni caso, tutta roba scartabellata da anni di "working class heroe's", autentico spirito guida di questa città così fortemente votata a una delle squadre di calcio più titolate al mondo che ha partorito l'icona, seppure tragica, dei Busby Babes, passando attraverso i sopravvissuti all'incidente di Monaco come Bobby Charlton o le stesso allenatore Busby, poi naturalmente doveva per forza arrivare un tipo messianico, insondabile anche alla chiara luce dell'alcool, il quinto beatle, al secolo George Best, o l'irregolare Dennis Law, passando dallo scalpicciare di Norman Witheside, sino ad arrivare a Bryan Robson e colui che ha scritto mezzo libro dello United ossia Alex Ferguson e la sua florida nidiata che inseguiva il peschereccio di Eric Cantona (ovunque proteggici). Il Manchester United già, la squadra della "Lancashire and Yorkshire Railway" (gli ex gialloverdi del Newton Heath) quella che giocava le sue partite contro gli altri dipartimenti delle compagnie ferroviarie. Oh, ora succede che nel 2005 si romperà qualcosa, la linea guida, il filo conduttore, l'elastico delle mutandine. L'acquisizione del club da parte dell'americano Malcom Glazer sarà la cuspide su cui non sedersi più, nonostante l'estetica di quei sessantamila seggiolini rosso fuoco di Old Trafford, in quei pomeriggi umidi d’autunno quando i cori si mischiano con i vapori e il cielo staglia colori cangianti sopra le incipienti brughiere. Già, la Premier aveva sniffato fin troppo denaro, le partite spostate con breve preavviso per la TV con nessuna considerazione per quei tifosi che avevano organizzato, che so, una trasferta a Southampton o un fine settimana a Brighton. Molte persone sono state costrette ad allontanarsi a causa dei costi crescenti, altre hanno scoperto sgomente che lo stadio era divenuto un contenitore senz'anima totalmente privo di atmosfera. Un sacco di ragioni per cui il football non si palesava più seducente, costringendoli alla solitudine, incappucciati come tanti monaci nell’ora solenne della Compieta. Un malcontento totalmente ignorato dalla proprietà. Qualcuno disse che poteva bastare, era abbastanza, addio vecchio caro Man Utd, non ti scorderemo ma vogliamo fondare un club diverso, nel registro e nell'etimo, un club nostro, un club con uno statuto spalmato su setti punti, antitesi dei peccati capitali del calcio moderno: 1. Il Consiglio sarà eletto democraticamente dai suoi membri. 2. Le decisioni sono decise sulla base di un membro uguale un voto. 3. Il club deve sviluppare forti legami con la comunità locale sforzandosi di essere accessibile a tutti, senza discriminare nessuno. 4. Il club si adopera per rendere i prezzi di ammissione il più convenienti possibile, per un collegio elettorale più ampio possibile. 5. Il club incoraggia la partecipazione giovanile e locale sostenendola quando possibile. 6. Il Consiglio si adopera, ove possibile, per evitare una "commercializzazione" della squadra. 7. Il club rimarrà un'organizzazione senza scopo di lucro. Eccola la squadra dei ribelli, eccolo il FC United of Manchester, data di nascita 12 maggio 2005, un giovedì. Finalmente si sarebbe potuto tornare a dire “abbiamo vinto” oppure “abbiamo perso” poiché è in quel pronome personale che si nasconde il nuovo diavolo rosso, senza più le corna e il forcone ma con solamente il veliero che taglia le acque limacciose dello Ship Canal. Perché i tifosi dell'FC United possono dire davvero “noi” dal momento che possiedono interamente il club. E attenzione, anche gli stessi giocatori sono soci e naturalmente possono, anzi devono, sentirsi parte integrante della squadra, della comunità. “A Right Bunch of Dicks”, gli sbeffeggiarono coloro che non avevano accolto con favore la diaspora. Ma cosa volete, imperturbabili, su questa offesa ci hanno giocato, di più l'hanno fatta diventare un motto, un battuta per identificarsi e identificare in tono goliardico, alla stregua di quando cantavano “He sells asparagus” celebrando il passato del manager Karl Marginson, garzone in un negozio di frutta e verdura. L’abbonamento è una figata: “Paga quanto puoi permetterti con il tuo portafoglio”, vediamo dove sistemarti. Tradotto in soldoni al massimo si arriva al prezzo artificioso di 150 sterline per 21 partite casalinghe. Reazione donchisciottesca, cheguevariana, al potere stordente della Premier League che si è dimenticata in fretta di quando il pallone era lo sport del popolo, quando gruppi di amici di qualunque estrazione o classe sociale potevano farsi una pinta il sabato della partita e stare insieme, quando, soprattutto, una famiglia intera poteva permettersi di andare allo stadio. Broadhurst Park è stato il paradigma di 10 anni di raccolta fondi, un sogno, archetipo rettangolare, una scatolina calorosa dai tettucci bassi incastonata a “next station Moston”, Lightbowne Road, ultimo anello della Greater Manchester, dove nessuno dimentica il passato, ma grazie al cielo, da più di vent'anni anni esiste un club che ti consola se ti senti tradito nei tuoi valori. "I'm on the top of the world”, "Sono in cima al mondo", cantavano i tifosi, mutuando i Carpenters, guardando dall'alto in basso la loro creazione durante una partita a Rochdale, e l'unica spiegazione che possiamo trovare è l'amore che li accompagna, perché vincere con il Rochdale forse è molto meglio che battere il Real Madrid. Lama nella coscienza, bolle, isteria, delirio, anarchia e perfino una bandiera della ex DDR.

 


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