Un frammento di pace prima della guerra. Nel 1976, in un clima di collaborazione tra Argentina e Regno Unito, un gruppo di lavoratori argentini giocò una storica partita di calcio nelle isole contese. Alle Isole Malvinas – o Falkland, secondo la denominazione britannica – la scintilla della palla di cuoio, rotolerà verso la fine dell’Ottocento, portata dagli equipaggi inglesi che facevano scalo nell’Atlantico del Sud. Per gli isolani, come per tanti porti del Commonwealth, quella sfera divenne presto una consuetudine, un modo per misurarsi, per occupare il tempo incastrato fra giornate lunghissime o brevissime e soprattutto per riconoscersi come comunità. Il primo club ufficiale in quegli scogli quasi dimenticati da Dio ma non dai governi, nacque nel 1916: lo Stanley FC. Tuttavia, vuoi la distanza, il clima costantemente avverso e la scarsità di abitanti rispetto ai pinguini e alle oche degli stagni di acqua dolce, rese sempre molto complicato organizzare incontri seppure modesti. L’etichetta, quantomeno accettabile, di campionato arriverà poco dopo il termine del secondo conflitto mondiale, durante una animata riunione col sottofondo gorgogliante di acqua lasciata in infusione insieme a zucchero, scorze di limone, rum, un buon punch insomma, condito a piacere da frutta tagliata a pezzi. Era il marzo del 1947 e fu così istituita la Falkland Islands Football League (FIFL), un piccolo organismo federativo che cercò, con le risorse minime di cui disponeva, di mantenere viva una tradizione che univa militari britannici, civili, a varia umanità di passaggio. L’incontro più famoso avvenne nel 1963 quando lo Stanley di Don Clarke e Tom Perry (nella foto) guidarono la squadra locale fino alla storica sfida contro lo yacht reale “Britannia” davanti al Duca di Edimburgo. L’etichetta, quantomeno accettabile, di campionato arriverà nell’immediato secondo dopoguerra dopo aver lasciato in infusione zucchero, scorze di limone, rum, un punch insomma, condito a piacere da frutta tagliata a pezzi. Insomma, il pallone come passione stava prendendo piede pure in questo arcipelago distante da Londra in linea d’aria circa tredicimila miglia, dentro un territorio che ancora oggi non raggiunge, e difficilmente potrebbe farcela date le condizioni logistiche, le 3.500 anime. Diciamo che il calcio sopravvisse alla stregua di un rituale intimo, più che come uno spettacolo vero e proprio. Ma nel 1976, in un momento in cui i rapporti tra Argentina e Regno Unito erano sorprendentemente cordiali, si verificò un episodio unico: la prima e unica gara giocata tra una squadra argentina e una locale nelle isole stesse. Il lemma si ricaverà attraverso un piccolo torneo delimitato da un perimetro facilmente steccabile in recinto rettangolare: quattro squadre, lo Stanley FC, il Royal Marine Detachment (ossia il contingente della Marina britannica di stanza nelle isole), la Construction Johnstones (impresa inglese che stava costruendo l’aeroporto di Mount Pleasant) e gli Argentinos de YPF (acronimo della compagnia petrolifera di Buenos Aires). Questi ultimi, in seguito a un accordo bilaterale furono incaricati di costruire serbatoi di carburante a Port Stanley (oppure Puerto Argentino, come volete voi). Gli operai argentini arrivarono in un ambiente isolato, gelido e monotono, dove routine militare e civile si confondevano in una tenace depressione abbastanza tediosa. Alcuni direbbero che la loro presenza latina porterà cacofonia, altri direbbero allegria, miscelando le due cose abbiamo una certa consapevolezza che portò sicuramente una ventata di novità: nei pochi locali, pub (off course) si comincerà a parlare il cosiddetto “lunfardo”, uno spagnolo più brillante foneticamente rispetto al castigliano d’origine, e ci si scambiava pacchetti di sigarette tanto per dare un tiro di fumo dal sapore diverso rispetto alle solite Winston o Pall Mall. A quel punto si organizzarono delle partite di calcio. Non ci furono mai telecamere né cronisti, pochissime fotografie, scarsi i registri ufficiali. Eppure immaginiamo fu davvero qualcosa di epico. In quella coppa del 1976 la finale sarà disputata proprio dal vecchio Stanley FC contro gli operai argentini dell YPF. E vinsero questi ultimi per 2-1, rammenta Patrick Watts in un’intervista del 2007 al “Diario Deportivo Olé”. Watts è rimasta una figura storica di quel calcio nascosto dal mondo e non solo. Patrick Watts infatti non sarà soltanto il bomber e il capitano della selezione locale detta “Warrahs” – 100 presenze, 76 gol, oltre cinque anni da allenatore – ma era la voce più nota di “Radio Stanley”. Il suo destino si intreccerà fatalmente con la storia nel modo più cruento: la notte del 2 aprile 1982, mentre le truppe argentine sbarcavano a sorpresa sulle isole, lui era di turno nella peculiare emittente radiofonica delle Falkland. Da Londra gli fu ordinato seccamente di restare in onda tutta la notte per informare la popolazione. Non c’era nessuna televisione e i telefoni sembravano quelli di un negozio di antiquariato, si girava ancora la manovella e poi occorreva parlare con la solita operatrice, impegnata a rifarsi le unghie, quasi sempre scocciata. Durante i lunghi 74 giorni del conflitto, Watts lavorò sotto stretto controllo dell'esercito argentino, affiancato da quattro civili, soltanto uno dei quali parlava inglese: “Era un bravo ragazzo, un antimilitarista e ci capivamo bene: decidevamo insieme cosa dire e cosa no. Se io non lo dicevo in inglese, lui non lo diceva in spagnolo. Diversa fu invece la relazione con l’ingegnere del suono: “Un uomo difficile, un amico di Videla, che gli ripeteva: Adesso abbiamo la fortuna di essere governati dai colonnelli così terremo lontani i comunisti. Il fatto era che alle Falklands non c’erano mai stati comunisti e nessuno probabilmente aveva neanche mai letto Marx”. Oggi, a distanza di più di mezzo secolo, quella finale dimenticata del 21 dicembre 1976 resta un taglio nell'anima a forma di sorriso, reperto simbolico di un’epoca in cui la politica non aveva ancora contaminato tutto. Per un giorno, sull’erba gelata di Port Stanley, argentini e inglesi si affrontarono non come nemici, ma come calciatori, inseguendo la stessa palla, con l'identico semplice sogno di tutti i ragazzi della stessa età che il mondo dimentica: giocare, invece di combattere stupidamente per un pezzo di terra.

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