martedì 30 dicembre 2025

SVIZZERO? NO, NOVI

 


Serie D, Girone A stagione 1977/78, una domenica grigia di dicembre. Su Novi Ligure era piovuto per tutta la notte fino allo sfinimento ma il terreno del vecchio stadio comunale di Via Giovanni Crispi, a pochi passi dalla Stazione Ferroviaria, aveva scolato, drenato e asciugato tutta l’acqua possibile al punto che la partita fra Novese e Ivrea fu giocata in un pantano memorabile incorniciato da una selva di pubblico intabarrato in pesanti impermeabili, guarnito di ombrelli e fiducioso negli ampi sprazzi di sereno generati da una brezza tiepida e secca. La Novese dei ragazzi di Giancarlo Danova, detto la Pantera, ex calciatore del Milan di Rivera, e che proprio i rossoneri guidati da Nils Liedholm riuscì a portare qui per un’amichevole di quelle che al tempo portavano allegria e parecchi soldini. Danova, benvoluto da tutti a Novi, plasmò una squadra che seppe raggiungere le zone alte della classifica, candidandosi anche per il ripescaggio in C2 in un girone dove con Savona, Imperia, Aurora Desio, Arona, Aosta e tante altre formazioni di spicco, i biancocelesti furono sempre protagonisti. Contro l’Ivrea finirà 2-1 per i padroni di casa al termine di una vittoriosa battaglia nel fango, reti di Giorgio Berlucchi e Claudio Cerruti. Nella foto la formazione scorre così: Corsello, Della Casa, Schiesaro, Cerruti, Ventura, Merlano. Accosciati da sinistra: Girardengo, Forlani, Berlucchi, Severino, Fancellu. Un nome attira di più l’attenzione e badate bene non è Gian Piero Ventura ma quello del portiere, Costante Girardengo, il figlio di Ettore ma soprattutto il nipote del suo omonimo nonno, il grande ciclista che il colorito gergo dei tifosi ribattezzò subito “Gira” o il più sagace e caustico ”Omino di Novi” che aveva esordito come gregario al Giro del 1913 con la squadra della “Maino” accettando di correre senza stipendio. Eppure, in breve Girardengo fu sinonimo di campione. Forte sul passo, tenace in salita, fortissimo tn volata. Un asso, che guerreggiò con il più giovane Binda. Girardengo: uno di quei corridori che segnano un'epoca, spentosi lentamente nella stanza 715 dell'ospedale di Alessandria, guarda caso proprio in quel 1978, quando la squadra della sua cittadina, e di suo nipote, tentavano di ritornare nel calcio professionistico a oltre cinquant’anni di distanza da uno scudetto vinto nell’anno della secessione scaturita dal cosiddetto progetto “Pozzo”. Lo scudetto del 1922 al di là delle vicissitudini federative resta luce che brilla nella storia della Novese. D’altro canto, la prima fabbrica italiana di lampade elettriche sorse in questa località al ritmo di venticinquemila al giorno. Novi Ligure intraprendente, fu acciaieria, ferriera e cotonificio, una fabbrica di forme da scarpe tra le più vecchie del Regno e industria dolciaria, una delle quali antichissima che al termine di un passaggio di proprietà nel 1985 si concentrò con ottimi risultati sul puro cioccolato (vi ricordate vero la pubblicità: “svizzero? No Novi”). Insomma, città laboriosa e vibrante incastrata fra le ubertose vallate dello Scrivia, del Lemne e dell'Orba, con gli sbocchi aperti verso il Piemonte e la Lombardia, questa terra premiata con il suffisso "Ligure" per antica appartenenza genovese, dal regio decreto dell'11 gennaio 1863 in seguito al suo passaggio burocratico al Piemonte. La Novese è fermento di gioventù uscito dalle trincee della Grande Guerra, fondata ufficialmente nel 1919 su impulso di alcuni giovani: Natale Beretta, Agostino Montessoro e Armando Parodi, calciatori del già attivo Novi Football Club, con un’assemblea che decretò la costituzione della Unione Sportiva Novese svoltasi venerdì 31 marzo 1919 nei locali di Corso Regina Margherita, civico 39 (divenuta prima sede della società). Tre anni, 1 mese e 28 giorni. Tanto trascorse da quel giorno al 28 maggio 1922. Tanto è bastato alla Novese per vincere uno scudetto riconosciuto dalla FIGC. La prima partita di finale contro la Sampierdarenese terminò 0-0, così come l'incontro di ritorno che si disputò a Novi sul campo di Piazza d'Armi. Lo spareggio risolutivo ebbe luogo a Cremona, e la Novese, si impose per 2-1: Stritzel, Vercelli, Grippi; Bonato, Bertucci, Toselli; Gambarotta, Neri, Santamaria, Cevenini III, Asti. La festa consisterà in una cena in un Albergo di Novi. Dopodiché, la settimana successiva, la Novese si distinse in una tournée in Belgio e Francia senza perdere un match. Mario Ferretti, presidente biancoceleste e vicepresidente Figc e Fifa, fu l’artefice di quella bella cavalcata. La Novese del 1977/78 andò invece vicinissima agli spareggi per la serie C cedendo il posto alla Sanremese solo per la differenza reti. Fu un epilogo amaro, alla pari di quello dell’anno seguente quando poco dopo l’intitolazione dello Stadio a Costante Girardengo morì a Novi anche Sante Pollastro, il celebre ladro degli anni Venti, amico di gioventù del campione, entrambi originari di Novi Ligure. Senza per forza dover mutuare De Gregori si trattò veramente di un legame nato ai tempi delle strade bianche e sterrate, intrise di sudore e fatica, passioni e sentimenti. Ricordi fra luci e ombre, arsenico e merletti, così come quella Novese, precocemente vincente ma anche altrettanto prematuramente fermata da una crisi societaria quattro anni dopo il trionfo, con un’ultima partita contrassegnata da una furiosa scazzottata contro lo Spezia. Ripartirà la Novese, nel secondo dopoguerra, tuttavia sempre dentro a un perimetro di calcio minore. Nonostante ciò, fare calcio e un po' come fare poesia, non vuol dire confessarsi, né rovesciare il proprio “io” sul campo perché non esiste partita in cui non si realizzi una comunione tra ciò che si sognava da bambini e il vertice massimo del gioco, se non si compie la fusione tra il significante e il significato. E allora anche la finale della Coppa più ambita, in tutta la sua nudità, può divenire un mondo piccolo, da dilettanti o semplici amatori.

sabato 20 dicembre 2025

IGOR NETTO, IL CAPITANO



Gocce di pioggia sulla brina del mattino. Il treno si ferma sferragliando nella stazione, linea Vladivostok – Mosca, al finestrino c'è un uomo che guarda fuori in silenzio mentre ovattato dal vagone filtra il rumore della festa sulla banchina, dove la folla grida in segno di esultanza; in lontananza gli pare di rivedere suo padre Alexander che fece da scorta a Lenin, con l’uniforme dei Latviešu strēlnieki (Fucilieri Lettoni) in marcia verso Mosca per trasferirvi l’esecutivo del governo sovietico dalla vecchia San Pietroburgo. L’uomo al vetro si chiama Igor’ Netto, gli hanno appena comunicato che suo padre è morto e lui, per non rovinare la gioia ai suoi compagni dopo il successo alle Olimpiadi di calcio del 1956, resta seduto senza parlare. Che cosa strana conoscere la morte in una stazione sperduta della Russia, proprio come Tolstoj che si spense nella minuscola Astapovo mentre la moglie rimaneva fuori, seduta, in attesa di (non) essere ricevuta. Facciamo un passo indietro. Su Igor' conciliamo, ma su Netto occorre soffermarsi, poiché può essere tutto tranne un cognome russo, e infatti, Igor’ Aleksandrovič Netto nacque a Mosca nel 1930 (quando il grande poeta Majakovskij decise di togliersi la vita deluso dagli esiti della rivoluzione) da una famiglia di origini italiane immigrata addirittura, stando ai documenti, già dalla fine del ‘700. Sangue marchigiano espatriato nella Russia zarista, per partecipare alla modernizzazione di un impero che Caterina II detta La Grande volle plasmare sul modello europeo. Ora, la storia di Netto andrebbe raccontata in questo modo: se al posto che affermarsi in un calcio dimenticato (quello dell’Urss fra i ‘50 e i ’60), fosse stato (certamente) un top player dei nostri anni-social, Igor Netto oggi sarebbe riconosciuto come uno dei massimi profeti del tiki taka. L’ideale interprete del passaggio ragionato; perno imprescindibile di qualsiasi squadra moderna che proponga manovre elaborate a partire dalla difesa. Le stesse che, siamo sinceri, divertono ma anche no. Invece questo mancino dal piede raffinato, dalla lettura di gioco avanti una pagina, non si impose in un calcio mediatico e sovraesposto come quello odierno. Giocò, in modo sublime, fra spalti modernisti di cemento socialista con spettatori in pastrani graduati e tanti colbacchi; poche volte oltre i confini della Grande Madre Russia. Alto e biondo, baricentro largo e basso, il collo di porcellana leggermente allungato, al punto da essere soprannominato "l’oca", ma in realtà non lo era affatto. Aveva avi italiani Igor Netto. Cresciuto bambino negli anni ’30 fra le strade di Mosca, la città dalle quaranta fortezze, mentre Stalin con le sue purghe decapitava la “intelligencija” (politica, militare e culturale) del paese, Igor sviluppò due passioni. In virtù di un fisico elastico e reattivo: una per il calcio; una per l’hockey su ghiaccio. Sceglierà il primo. Compiuti i vent’anni i dirigenti dello Spartak Mosca, la squadra del sindacato operaio, lo blinderanno per sempre. Il club non vinceva un campionato da due lustri. Con lui ci riuscirà ben cinque volte (1952, ‘53, ‘56, ‘58, ‘62). In campo, nell'immenso stadio Lenin, (dal ‘56 casa dello Spartak) si imporrà, prima in mediana arretrata, poi alla mezzala (dove diventerà rifinitore preciso e mobile). Infine, col passare degli anni, di nuovo arretrato: come libero virtuoso dietro alla difesa partecipando alla costruzione e alle verticalizzazioni non solo alla rottura. Poche chiacchere, in campo comandava lui. E arriverà una chiamata a incoronarlo. Quella griffata CCCP (acronimo cirillico di Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) della Nazionale. A coprirgli le spalle, con la maglia rosso-soviet, ci sarà Lev Yashin, forse il più grande portiere d'ogni tempo, e davanti il centravanti della Torpedo Mosca Valentin Ivanov. Alla prima partita internazionale le doti di Netto brillano: corre, striglia, dispone, detta ritmi come la banda degli Ottoni dell’Armata Rossa. Alle Olimpiadi di Helsinki la giovane URSS è squadra fortissima, ma dovrà inchinarsi alla Jugoslavia ai calci di rigore. Due anni dopo Igor diventò capitano. Ai Cinque Cerchi di Melbourne nel 1956 l’Urss abbatte ogni avversario (compresa, dopo lo strappo del Maresciallo Tito, la nemica Jugoslavia, 1-0 in finale). Lì gioca da regista arretrato, imponendo una tela di passaggi, odiava il lancio lungo a scavalcare la mediana. Apostrofava i compagni che ne azzardavano uno: “Passa il pallone a uno vicino, non al pubblico!”, gli urlava. Aveva un carattere duro Igor', da autentico generale falce e martello: al rientro (e torniamo in incipit) via nave da Melbourne con la medaglia d’oro al collo, trovò Vladivostok in visibilio per i suoi eroi; la Nazionale prese la Transiberiana. In ogni città feste, autografi e vodka a taniche. Lui partecipava e abbozzava. Fingeva: da giorni sa che suo padre era morto. Tacque. Nessuna voglia di rovinare la festa ai compagni. E poi in fondo quella è l’Unione Sovietica del disgelo che, richiamandosi a un romanzo di Il’ja Grigor’evič Ėrenburg, cercava di liberarsi dalla sensazione di vuoto del dopo Stalin i cui quadretti torneranno nelle adunate a metà degli anni Sessanta con Leonid Brežnev; e proprio nel 1960 l’Urss diventerà campione d’Europa, tuttavia pareva ci fosse meno entusiasmo in patria, la gente stava provando a sentirsi meno infelice. Parliamoci chiaro, quell’uomo raffinato portava cicatrici nascoste nell'anima. Dal 1948 il fratello maggiore, accusato di spionaggio, si era fatto sei anni in Siberia. Igor fu obbligato a ignorarne l’esistenza. Nel 1958, un infortunio al ginocchio lo costringerà a una sola gara del Mondiale svedese. Incredibilmente sarà quella giusta in un certo senso. Giocò (perdendo) affrontando Pelé e quell’immenso Brasile (2-0). Due anni dopo però quell’URSS è una macchina perfetta e come detto si impose nel primo Europeo. Talento, maturità ed equilibrio. Avversario in finale? Toh, la solita Jugoslavia, battuta 2-1 ai supplementari. Igor Netto alzò la coppa, maglia numero 6 sulla schiena e fascia al braccio. Al giorno d’oggi il termine “fair play” è stato privato della sua vera virtù. Pensiamo solo a calciare la palla fuori dal campo quando un giocatore è infortunato con gli spettatori che premiano con applausi superficiali senza alcun significato reale, un gesto vuoto. In realtà non è sempre stato così, ci riferiamo ad un residuo di un’epoca più semplice in cui il denaro e la vincita non erano tutto. Quattro anni dopo ai Mondiali del Cile, sul risultato di 1-1, l’Uruguay preme e l’URSS corre in contropiede. Cislenko tira fuori, la palla entra da dietro: la rete della porta aveva un buco ma l’arbitro non vide. Igor – occhi a fessura – gli si avvicinò spiegandogli che la palla non era entrata, c’era un foro. Poi chiamerà i suoi a raccolta (mancavano 20’): "Questa la vinciamo lo stesso". I sovietici effettivamente la spuntano e la sua classe (di uomo) diventerà famosa. “Non eravamo abituati agli espedienti”, ricorderà in seguito nella sua autobiografia. E fortunatamente per Netto l’Unione Sovietica non ebbe bisogno di espedienti per vincere la partita, dato che il leggendario attaccante della Torpedo Valentin Ivanov segnò il gol della vittoria all’89° minuto. “Dovevamo vincere senza fare affidamento sull’errore dell’arbitro. Finalmente ho provato un senso di sollievo”, - ha sempre detto Netto nel ricordare qulla partita. Lo vuole il Real Madrid, il regime – manco a dirlo – bloccò tutto. E Netto resterà in patria: arretra e gioca per altri anni (368 presenze in totale). Vola all’estero solo in maglia CCCP appendendola allo spogliatoio nel 1965 una stagione prima di chiudere definitivamente la carriera. Ma il ritiro dalle attività sportive si presenterà come una sciagura, un bicchiere di vodka lasciato ad evaporare, perché sull’imbrunire del 1966 venne colto da una forma di depressione al punto da spingerlo sull’orlo del suicidio. Per fortuna, la palingenesi: si ricordò chi era. E allora ripartirà facendo l’allenatore: giovanili dello Spartak, andrà anche all'estero. Anzi fu il primo allenatore dell’URSS ad emigrare: Cipro (Omonia Nicosia), successivamente va a dirigere la Nazionale iraniana; in Grecia allenerà il Panionios e in Azerbaijan il Baku. Infine, ritornò all’inizio del cerchio, ossia ai ragazzi dello Spartak Mosca. Nel frattempo, qualcosa non va: è l’alba tragica di un Alzheimer precoce. Lascerà il calcio nel 1990, e morirà nella sua Mosca nel 1999. Milioni di persone ti hanno amato, c’è scritto sulla sua lapide al cimitero di Vagankovo, milioni di persone lo avrebbero apprezzato anche oggi, per il suo contributo a taluni sistemi valoriali, sia pure dentro la complessità della sua epoca, in un’epistemologia tra le più affascinanti.


martedì 2 dicembre 2025

MIO FRATELLO E' FIGLIO UNICO

 




Nella Taranto specchiata fra il Mar Piccolo e il Mar Grande come una donna antica e fiera ci sono tute da lavoro e maglie rossoblù appese ad asciugare ai fili dei balconi, e ci sono nomi scritti sull’acqua: Petrovic, Giovannone, Cimenti, Panizzi, Dradi, Nardello, Gori, Fanti, Jacovone, Selvaggi, Caputi. È la formazione del Taranto più forte di sempre, quello che lottò per la Serie A. Le acciaierie cominciavano a fumare appena il sole si alzava e l’odore del ferro si mescolava con quello della salsedine, come se la città non volesse mai decidere da che parte stare: mare o fabbrica, sogno o sacrificio. Ma erano anni preziosi, in cui Taranto aveva scelto e in fondo mica potevi contestargli niente: stava tutta dalla parte del sogno. Erano gli anni di Erasmo Iacovone. Chi non ha visto giocare Iacovone, lo può solo immaginare o frugare qualche immagine in estratti di repertorio. Chi c’era, invece, se lo porta ancora addosso similmente a un colpo di vento improvviso, uno di quelli che alzano la polvere nei vicoli della città vecchia. Lo stadio comunale, che poi avrebbe preso il suo nome, vibrava ogni volta che la squadra giocava in casa, toccato nelle sue corde più intime. Iacovone era un centravanti vero, un nove con la faccia da ragazzo serio e il piede destro  comandato da un dio minore del calcio. Non era solo un bomber: Iacovone era l’eroe gentile di una città ferita, ma mai rassegnata. Il Taranto a metà anni Settanta non era solo una squadra di provincia in Serie B: era una comunità di marinai, operai, studenti e disoccupati che la domenica saliva I gradoni dello stadio come se entrasse in una Basilica. D’altra parte, Taranto è un pò la canzone di Rino Gaetano, incisa giusto in quegli anni, "Mio fratello è figlio unico", o figlia unica coniugatela, declinatela, come volete anche se non avete mai viaggiato in seconda classe sul rapido Taranto-Ancona, perchè il dato oggettivo è che, tra le città italiane più grandi, questa è quella a non aver mai avuto una squadra nella massima serie. Eppure, a veder bene, il pallone a Taranto, con il suo delfino avvinto al tridente di Nettuno, ha sempre rappresentato un angolo di felicità, il riscatto sociale oltre l’industria, il ludo scenico di gente innamorata del calcio che dal calcio non ha mai avuto niente, come un amore non corrisposto. E in campo  c’era lui, Erasmo, a fare miracoli laici. Arrivò dal Mantova nel 1976 e non arriverà in treno (ma con Rino Gaetano condividerà un tragico destino), acquistato dal Presidente Massimo Fico per 400 milioni e diverse lire in più, tanto da essere ribattezzato mister mezzo miliardo. Iacovone, alto solo 1,74, che però saltava più di tutti se c’era da colpirla di testa. Nessuno s’aspettava granché, tuttavia bastarono poche domeniche per capire: era uno di quei calciatori che non segnavano soltanto delle reti ma lasciano un segno indelebile. Volava in area, colpiva di testa come un pugile, rincorreva palloni morti alla stregua di promesse da mantenere. E segnava, sempre, o quasi sempre. Quel Taranto era allenato da Gianni Seghedoni, giocava un calcio si direbbe operaio (aggettivo abusato, lo capisco), muscolare, ma Iacovone metteva la luce anche a quelli del turno di notte. In città si diceva che se ne sarebbe andato presto, forse al Torino, forse alla Lazio. La Serie A lo cercava. Ma lui sembrava non avere fretta: “Qui sto bene. Qui mi vogliono bene”, diceva con quel sorriso timido da figlioccio del Sud, lui, nato a Capracotta, tra le montagne molisane. Poi arrivò il 6 febbraio del 1978 quando il Taranto si stava impegnando egregiamente in un campionato magico e maledetto come tutte le cose in questo pezzo di terra, in cui avrebbe iniziato potuto coltivare sogni di gloria provando a respirare l’aria rarefatta della Serie A. Nel pomeriggio allo stadio Salinella, un casotto di cemento appena fuori centro imballato di oltre ventimila persone, c’era stata Taranto Cremonese, 0-0 per la cronaca, perché il portiere ospite pareva in stato di grazia. Ma non era un perfetto sconosciuto. L’ultimo uomo che, domenica 5 febbraio 1978, spense i sogni calcistici (e non solo) del Taranto, era un signor portiere: Alberto Ginulfi, per anni il secondo della Roma, prima di diventare colui che riuscì a parare un rigore a Pelé, durante una amichevole dei giallorossi contro il Santos. Ma nella domenica della quale ci stiamo occupando difendeva la porta della Cremonese. Sì, va detto, Ginulfi in quell’occasione aveva avuto anche una discreta dose di fortuna: due volte la palla era andata a sbattere sul palo. E addio goal. Addio tutto. La sera, dopo una cena con alcuni suoi compagni di squadra, la sua Citroën Dyane rossa fu violentemente speronata da un’Alfa 2000 GT con a bordo Marcello Friuli, un delinquente di quartiere, di quelli della malavita di manovalanza, furti su commissione, taccheggio, bische clandestine, che procedeva velocemente a fari spenti inseguito dalla polizia perché aveva appena violato un posto di blocco dopo aver rubato quella vettura. Nel violento impatto Iacovone fu sbalzato fuori dal parabrezza e morì, non aveva ancora 26 anni, era sposato da meno di un anno e la moglie Paola era incinta di sette mesi. Taranto si fermò. Letteralmente. Le fabbriche rallentarono, le scuole chiusero prima, i pescatori non uscirono in mare. Si riempì la cattedrale, si svuotò il cuore della città. E da allora, il suo nome non è mai sparito. Lo stadio è diventato lo “Iacovone”, ma il vero monumento è quello che ogni domenica si ricompone nelle chiacchiere dei vecchi al bar, nei cori degli ultras, negli occhi di chi racconta per la centesima volta “io c’ero, l’ho visto segnare”. Taranto oggi ha conosciuto la polvere della Serie D, le vertigini del ritorno e le amarezze dei nuovi fallimenti. Ma quando sogna, sogna ancora con il suo numero 9. Lo vedono tutti, in fondo al campo, mentre saltella per scaldarsi prima delle partite con quei suoi baffoni, oppure mentre si gira su sé stesso e lascia partire un destro che taglia l’aria. È solo un ricordo. Ma in questa città fra due mari, i ricordi sanno essere più veri della realtà. Figuriamoci per Taranto, che in A non c’era mai stata, né ci andò mai.

lunedì 1 dicembre 2025

L'AVELLINO DELLA SCOSSA

 


"E mai chinammo il capo ai colpi della sorte, rincorrendo la vita superammo la notte"

Avellino, 23 novembre 1980.

Ottava giornata di andata. Al Partenio l'Avellino incontra l'Ascoli, diretta rivale nel tentativo di evitare la B. I lupi vincono 4-2, doppietta di Ugolotti e goal di Juary, con annesso balletto intorno alla bandierina. Quella sera stessa, il capitano, Salvatore Di Somma, vagava per le strade tra le abitazioni colpite dalla violenza del terremoto in mezzo alle urla e alle sirene. In Piazza Libertà, qualcuno lo riconobbe: "Salvatore, un disastro... eppure avevamo anche vinto". Si dice il calcio rappresenti storie di persone e comunità ed allora ci sono eventi intrecciati diventati chiave di lettura sociale come la salvezza dell'Avellino nella stagione 1980-81, la squadra dall'inconfondibile maglietta verde allenata da Luis Vinicio, detto "o lione". In porta Stefano Tacconi, in campo Di Somma, Beniamino Vignola, il funambolico Juary e un giovanissimo Andrea Carnevale. L'Avellino (partito con cinque punti di penalizzazione avuti in eredità del Totonero) dopo quel 23 novembre giocò alcune partite casalinghe al San Paolo, mentre il Partenio veniva usato come campo per sfollati. Fu in quei giorni che la squadra diventerà simbolo di rinascita, di riscossa, non solo di Avellino ma dell'intera Irpinia martoriata dal dolore. Con immutata passione i tifosi seguirono le gesta di quei ragazzi. L'impresa riuscì all'ultima giornata, grazie a un meraviglioso goal di Massimo Venturini all'Olimpico dove l'Avellino colse un 1-1 contro la Roma. Sarà il punto decisivo per evitare la retrocessione e il punto intorno al quale le macerie saranno raccolte, lasciando il posto alla speranza.

AZZURRO "SANGIO"

  Tu non chiedere se fosse  vero, potrei acconsentire.  Il 13 novembre 2005 dentro un San Paolo stipato da oltre 60000 persone, il Napoli al...