giovedì 29 gennaio 2026

AZZURRO "SANGIO"

 


Tu non chiedere se fosse vero, potrei acconsentire. Il 13 novembre 2005 dentro un San Paolo stipato da oltre 60000 persone, il Napoli allenato da Edy Reja si garantì un pezzo importante di promozione battendo la Sangiovannese seconda in classifica per 4-1, giunta a Fuorigrotta da inaspettata protagonista del campionato di Serie C1 girone B e che, in quel catino enorme mai visto, febbricitante e pomposo, con una punizione calciata proprio da uno scugnizzo esemplare come "Ciccio" Baiano si era anche permessa spudoratamente di pareggiare la rete d'apertura siglata dal "Pampa" Sosa nello stravagante incontro al vertice. Al di là del risultato sicuramente fu la più bella ed entusiasmante trasferta nella storia della “Sangio” che a fine torneo si prenderà persino il lusso di agguantare i play off’s e venire eliminata solamente per la peggiore posizione di classifica dal Frosinone al termine di due tiratissimi 0-0. Non ti accorgi di essere uscito da Montevarchi che già sei entrato a San Giovanni Valdarno, la linea di confine è labilissima, praticamente impercettibile, si muove con secolare leggerezza in questa luce tipicamente toscana che rende tutto più autentico, tra la terra rossa e il cielo variabile; San Giovanni cipiglio di verbo radicato nel quotidiano, nelle sfumature di accento, San Giovanni avamposto della cosiddetta "terra nuova” citata dal Vasari, stretta nella centralissima piazza Masaccio con l’austero Palazzo di Arnolfo a fissare chi ci transita davanti con la sua antica aneddotica di guerra, ripresa nello studio dell’avvocato Alfredo Merlini nel 1927 quando la Sangiovannese del calcio nascerà come Unione Sportiva adottando a simbolo il "Marzocco", vale a dire il leone simbolo dell’esercito fiorentino che con la zampa sinistra regge uno scudo su cui è riprodotto un giglio dorato su sfondo bianco. San Giovanni che il sabato si riversava a ballare al “Fitzcarraldo” (tempio della House Music) e la mattina prendeva il caffè al Bar di Viale Diaz. Bisogna percorrere tutto l’abitato per giungere davanti all’ingresso della tribuna dello stadio intitolato a Virgilio Fedini, detto lo zio Virgilio, o I ‘Fedini, un uomo dal sorriso perenne, sempre disponibile per la sua “Sangio”, sempre pronto a dare un aiuto ai ragazzi in maglia azzurra, lui specchio di giovinezze lontane testimone di tanti eccellenti giocatori che hanno calcato questo rettangolo di gioco fra l’imbellettato e il malconcio come un retrobottega di provincia addossato allo scorrere di un Arno ancora mingherlino e dove, dietro alle basse gradinate, sbucano i boschi del Pratomagno; possiamo metterli pure in ordine i vari protagonisti, magari partendo da Piero Rossi autore della rete del momentaneo pari a Chianciano, nella sfida decisiva per la promozione del 1958 vinta poi con un goal di Donato Berini, i fratelli Spartaco e Fausto Landini, il primo otto anni nella grande Inter, il secondo ancora molto amato a Bologna, Giovanni Kostner elegante, tecnico, mai un pallone buttato via in un tempo in cui si chiedeva al difensore di rompere il gioco e poco più, la bella maglia azzurra fasciata sul corpo atletico e la classe cristallina di un ragazzo sbocciato precoce alla vecchia scuola del “Galli” e che poi aveva preso il volo passando alla Fiorentina. Indimenticato come Nello Menciassi centrocampista di rottura da 288 presenze (record imbattuto) e fascia da capitano ereditata giusto da Kostner, uno che a “Sangio” trovò anche l’amore sposando Sandra, la commessa della pasticceria Papi in Corso Italia, e ancora Marco Vastini il genio di Incisa, il gigante Antonio Bonaldi da Celano, la frizzante ala Pilade Gil De Ponti, Daniele Carnasciali terzino visto e preso a 17 anni dall’Atalanta, il bomber Francesco “Ciccio" Baiano”, epica consumata eppure pronto a una rinnovata, spudorata fragranza, e infatti il suo spartito non cambiò nemmeno in C2: quasi novanta presenze, più di trenta sigilli. Aggiungerei l’inossidabile Gael Genevier qui passato per una stagione ma lui resterà in campo fino alla bella età di 42 anni. E poi ci sono le “Sangio” speciali, quelle di metà anni Settanta allenate da Francesco Petagna con Ivo Giorgi Presidente e quella del 2003/04 dove in panchina era arrivato lui, Maurizio Sarri e per gli azzurri significò serie C1 che per una cittadina di 15000 persone è campionato degnissimo. Gli aneddoti con Sarri si fanno largo più dei risultati: si vestiva sempre di nero e non voleva mai la divisa societaria, non entrava mai in campo prima che la partita fosse incominciata e, anche per andare in panchina, faceva il giro largo non oltrepassando mai la linea. In fondo è rimasto quello di allora, quello che voleva sempre una camera d’albergo con il numero 3 finale e non si tagliava le unghie dei piedi finché le cose andavano bene. Insomma, il Sarri scaramantico, scrupoloso e maniacale forse in queste categorie più visibile del Sarri dei dogmatismi. La promozione in C1 arriverà dopo una piazza d’onore dietro a un Grosseto apparso fin da subito imprendibile. Nella finale di ritorno il Gualdo Tadino si arrenderà al Fedini per 3-1, festa e passaggio di consegne fra Maurizio Sarri e Piero Braglia per un'altra cavalcata piena di piacevoli sospiri inattesi. Oggi in un orizzonte dubbioso di giorni, percorrendo il piccolo corridoio centrale dello stadio di San Giovanni saltano all’occhio le tabelle con gli obiettivi stagionali dei singoli giocatori, frutto dei test e dei confronti tra staff e allenatore, ma lui, mutuando Francesco Guccini in "Eskimo", lo faceva già vent’anni fa.



lunedì 26 gennaio 2026

UN GIORNO A SAN SIRO

 


Dicono che da queste parti al mattino presto per sei mesi all’anno, la terra è come se respirasse. Dai campi scuri e dalle impercettibili rogge si alzano vapori che spesso diventano nebbie e allora si azzerano le distanze e si silenziano i rumori. Altre volte sono solo un velo che si dissolve presto, evaporando come l’aroma di una caffettiera in controluce. E dissolvendosi aprono la vista al paesaggio del Lodigiano. Ma quanti possiamo dire di averlo visto davvero, il paesaggio del Lodigiano? Forse l’abbiamo attraversato di fretta con il Frecciarossa, ridestandosi dalla tastiera del cellulare quando si scavalla il Po e le rotaie sul ponte fanno più rumore, oppure in autostrada, lungo l’A1, con il nome dell’uscita di Casalpusterlengo che rimane impresso come fosse uno scherzo della toponomastica, un anagramma dell’arrivo per chi risale da Sud. Ma sono attraversamenti distratti, le risposte vaghe, i ricordi sanno di nebbia. Eppure, vagando nel Basso Lodigiano si incontrano campi come tavoli da biliardo, alberi come scacchiere, righe diritte come diritti appaiono gli schemi ortogonali di certi pioppeti piantati nelle aree di golena, lungo i fiumi, intorno ai campi seminati a mais che in estate diventano labirinti verdi e in cui è facile perdersi fra Cascine e Casali alla stregua di uno spasso infantile. Ecco Sant’Angelo in Lodigiano, pittoresco borgo dominato dal Castello Visconteo, è qui in mezzo, vicino allo scorrere del Lambro, dove si parla un dialetto curioso detto “il barasino” pare nato dall'incontro tra i locali e gli immigrati dalle regioni attigue, in special modo Veneto e Liguria, che portarono modi di dire e cognomi, creando una forte identità linguistica. Ma veniamo alla fotografia. Cosa ci fa il Sant’Angelo Calcio a San Siro? Ebbene capitò per una gara importante, si diceva una volta “di cartello”, contro il Monza, in uno dei tanti scontri col vicinato, approfittando dello stop della Serie A provocato dal serio impegno della nazionale italiana in Olanda valido per le qualificazioni all’europeo in cui esordirà Giancarlo Antognoni ma gli azzurri vennero battuti con una certa facilità per 3-1. La società del Sant’Angelo, vista l’opportunità, chiese e ottenne dalla federazione di giocare la partita nel grande stadio milanese dove confluirono, stando alle cronache dei giornali coevi, circa 30000 persone, un numero impressionante per la Serie C. Era il 17 novembre del 1974, una giornata uggiosa, fosca, e i rossoneri del Sant’Angelo immortalati nella foto scesero in campo con una formazione composta da alcuni nomi di spicco. Altri ne verranno nelle stagioni a seguire: Pozzi, il libero Mascheroni, Cappelletti, Reali, il capitano Aldo Acerbi, Ferruccio Mazzola, (fratello di Sandro e figlio di Valentino) Desiderio Marchesi, “Bobo” Gori, Enzo Scaini, Evert Skoglund (il figlio di Lennart ex Inter) e Fabiano Speggiorin. Finirà 0-0. Tutto era nato nel 1907 quando vide la luce una società che prese il nome di Unione Sportiva Santangiolina anche se i “barasini” si iscrissero alla F.I.G.C. solo nel 1928 disputando i primi campionati a livello regionale dilettantistico seguiti da periodi d’inattività. Nel 1971  iniziarono gli anni d'oro, una decina sostanzialmente, grazie alle idee e ai fondi di un presidente illustre, Carlo Chiesa. Uomo di inesorabile impegno e con il criterio della valorizzazione delle persone (suo tratto caratteristico), che in soli tre anni portò la squadra dalla “promozione” alla serie C attraverso risultati entusiasmanti. Va detto e sottolineato che non trascurò mai le altre sue passioni, quella di giornalista sportivo, cercando di rilanciare il celebre “Calcio Illustrato”, dove lui scriveva pezzi efficaci ed era molto bravo, firmandosi Ciro Hasel, ossia il suo nome anagrammato. Va ricordato però che la sua predilezione sportiva maggiore era e rimase l’ippica tanto che creò la rivista “Galoppo”, sostenne il ritorno del trotto montato ottenendo successi in Italia e all’estero con la sua scuderia denominata National (giubba bianca tracolla arancione). Nel 1965 dedicò alla moglie la sua seconda scuderia arrivando ad avere ben 13 cavalli da corsa.  Esiste una fotografia, in cui Cesar Menotti, allenatore dell’Argentina campione del mondo nel 1978, festeggiava assieme ai giocatori del Sant’Angelo alla discoteca Black River di via Cogozzo. Era il 1981. Allo stadio di Via Fratelli Cortese in quegli anni si vedeva ogni tanto anche Mike Buongiorno, e non era certo un patinato Studio Rai, bensì un rettangolo da gioco ai margini dell’abitato, contornato da un paio di scarne tribune di cemento. Tuttavia, il Sant’Angelo si rese popolare, e calamitava attenzioni. Gli uomini del presidente come il direttore sportivo Alberto Ballarin e dirigenti tra i quali Piero Altrocchi e Domenico Guarnieri, misero a punto un programma per ben figurare e mantenere la categoria. Insomma, nella stagione di Serie D 1973-’74, il Sant’Angelo sbucò a sorpresa in Serie C con in panchina Guerrino Rossi  poi sostituito da Cesare Campagnoli, serie abbandonata e ripresa almeno fino al 1984 quando retrocessero nel campionato Interregionale scomparendo per sempre dalle scene professionistiche. Una bella storia per Sant'Angelo Lodigiano comune italiano di 1.400 abitanti della provincia di Lodi, (ah, il derby con Il Fanfulla di Lodi…)  situato a circa 30 chilometri a sud-est di Milano. C’era in quegli anni Settanta di strobo, baffoni, e pantaloni a campana, una canzoncina locale: “I Santangiulén cun tanta passiòn, / han trai ‘n pé ‘na squadra che giöga a ‘l balòn / e la fa stravède in tüti i cantòn”. Conclusione: la felicità per chi sostiene o gioca in una squadra non vale di più se la provi in Serie A piuttosto che in Eccellenza o in Terza Categoria. È questa la vera magia del pallone se a Sant’Angelo Lodigiano qualcuno ha letto queste parole, è facile che si sia trovato il volto scavato da un timido sorriso.

venerdì 16 gennaio 2026

AND IT'S BARNSLEY




“Ho iniziato a guardare il Barnsley nel 1988, quando avevo 8 anni, ai tempi di Alan Clarke e dell'iconica divisa sponsorizzata dall’ industria dolciaria Lyon Cakes. Oakwell in quel periodo era uno stadio molto diverso da oggi, senza posti a sedere e quindi per riuscire a vedere qualcosa oltre il muro della folla dovevo salire su una cassa di birra che mio padre comprava per ogni partita, finché non fui abbastanza grande da poterla vedere senza questo tipo di aiuto”

William Evans. 

Barnsley è Inghilterra purissima, (attualmente in via di estinzione) cittadina eclissata del South Yorkshire indurita dalle tramontane di inverni che giurano sempre di essere più freddi dei precedenti, inerpicata da lunghe teorie di casette coi pennacchi di fumo su per amene colline verdi dove il tempo scorre col puntiglio di un conducente in ritardo e nei legnosi pub sono le freccette a sancire chi dovrà pagare il giro di “Timothy”, ossia la Pale Ale di riferimento dai sentori di luppolo e agrumi abbracciati al malto. Negli anni '80 e '90 Barnsley incassò, come fosse un pugile messo all’angolo, ogni colpo inferto dalle conseguenze della controversa chiusura dell'industria carbonifera nazionale lasciando dietro di sé povertà, miseri sussidi di disoccupazione e flebili speranze. Per molti abitanti di Barnsley, la promozione ai vertici del calcio inglese nel 1997 fu probabilmente il primo evento a rinfondere orgoglio nella zona. Tutto era cominciato nel 1887 quando il reverendo Tiverton Preedy, nella visione di pasque infantili, fondò un gruppo sportivo inizialmente conosciuto con il nome di Barnsley St. Peter's, nato per offrire opportunità ricreative e promuovere lo spirito di comunità, in un'area all'epoca dedita quasi totalmente alla palla ovale. Si diceva che il Barnsley, ogni volta che voleva un nuovo giocatore, si recasse in una miniera di carbone del distretto e gridasse verso il pozzo. Forse fu per questo che vennero chiamati anche "Colliers", e lo stemma del club è un inno alla classe operaia: un minatore con la lampada appesa al collo, che regge un piccone, e dall'altro lato un soffiatore di vetro che regge una canna da soffio. Esordio al Queens Ground, in Old Mill Lane, poi finalmente arriverà Oakwell, perimetro di muri stretti, tornelli ferrosi e tettucci rossi coricato in Groove Street, in cui si festeggerà la vittoria di una memorabile FA Cup nel 1912, fra cicatrici, lampi al magnesio, voluminosi cerotti e rammendi di aghi sapienti. L’anno di grazia fu, lo abbiamo detto, il 1996/97, quando sulla panchina c’era Danny Wilson: "Me la sono cavata bene per essere un ragazzino di Wigan", è la frase di chiusura, meravigliosamente modesta, della sua autobiografia intitolata, "I Get Knocked Down, But I Get Up Again", tratta dal successo di “Tubthumping” della rock band "Chumbawamba", le cui radici spirituali si arrotolano con la pigrizia di una serpe nella bruma dello Yorkshire. La squadra venne rinforzata in maniera adeguata, all’esperienza del capitano Neil Redfearn furono aggiunti Paul Wilkinson e Neil Thompson così come Matty Appleby sbocciato nelle giovanili del Newcastle e poi mandato a farsi le ossa a Darlington. A questi si aggiunsero la scommessa del giovane serbo Jovo Bosančić e Clint Marcelle, autentica spina d’agave, nativo di Trinidad e Tobago, reclutato dai misteriosi portoghesi del Felgueiras dove pareva fosse andato a lenire l’uggia della vita. Quei Reds erano dati per retrocessi da qualunque addetto ai lavori, un corteo d’usignoli stregati e salaci sulle qualità del gruppo e questo increspò le fronti, provocando un cruccio, una goccia di risentimento ostinato, senza nome, nella fessura, viceversa, di un abbraccio di primavera felice. E Marcelle ebbe un impatto immediato, aiutando il Barnsley a ottenere cinque vittorie consecutive, eguagliando il suo miglior inizio di sempre stabilendosi in testa alla classifica con 15 punti. "Sentivamo l'odore della Premier League", -dissero, "e ci siamo concentrati per arrivarci". In autunno però la forma fisica calò, ma l'ingaggio dell'attaccante John Hendrie riaccese la fiamma. Hendrie scozzesino sulfureo dai capelli dritti venuto al mondo a Lennoxtown, bivacco di nuvole e cardo; promessa buttata nella spazzatura da Bobby Gould al Coventry che ebbe la forza e il carattere di rimettersi in gioco. A Barnsley giunse al crepuscolo della carriera, aveva 33 anni quando indosserà la casacca rossa del Barnsley e in molti ebbero il sospetto o l’impressione che fosse lì per rimediare l'ultimo stipendio. Hendrie sarà autore del goal della vittoria contro lo Sheffield United a Bramall Lane a fine dicembre e assicurò ai Reds la vetta della classifica prima di Natale nell'ultima partita del 1996, mettendo a segno una doppietta contro il Manchester City a Oakwell davanti a 17.000 tifosi, ponendosi obolo di soccorso per tutti coloro che avevano ormai iniziato a non credere nell’impresa. Il Bolton, onestamente fuori portata, era ormai scappato e ci furono dei momenti di tensione nella parte finale della stagione. Le sconfitte contro Birmingham City e Portsmouth, un pareggio al Selhurst Park con il Crystal Palace e la seria minaccia degli inseguitori del Wolverhampton Wanderers significavano che il momento di determinare il secondo posto, valido per la promozione in Premier, forse sarebbe andato per le lunghe. Beh, quasi. In fondo il 26 aprile 1997 tutto ciò che il Barnsley doveva fare era battere in casa i rivali locali del Bradford City, non ancora salvi, sotto una pioggerellina incessante. "Clint Marcelle, punta alla gloria e la ottiene!". Furono queste le parole di John Helm, commentatore per BBC Radio 5 Live, quel pomeriggio, otto parole perfette. La promozione in Premier League del Barnsley fu esattamente questo: Gloria. Non una questione di ricompense economiche o coppe da mettere in vetrina. Il Barnsley era stato il club in cui Danny Blanchflower si era fatto un nome nel calcio inglese e in quella stagione i reds avevano praticamente espresso l'essenza di una sua celebre citazione: "Il gioco è questione di gloria, di stile, di scendere in campo e battere gli altri, non di aspettare che il pubblico perisca di noia". Quarantacinque giornate di campionato su quarantasei per aspettare soltanto quella partita contro il Bradford City alle 14 orario di Westminster. Chi non trovò il biglietto d’ingresso si dovette accontentare di tv e radio. Pelle d'oca. Ovunque. Il programma sportivo di Radio 5 BBC fu praticamente un tripudio di auguri per il Barnsley. La resistenza del Bradford fu piegata al minuto ventuno da un colpo di testa di Paul Wilkinson che sciolse molte tensioni portando in vantaggio il Barnsley. Secondo tempo insopportabilmente teso ma tutto si distese quando Clint Marcelle praticamente in chiusura di match infilò la porta difesa dal portiere del Bradford Aidan Davison. Ventimila persone, tutte con riflessioni molto personali e individuali, molti con gli occhi pieni di lacrime, invasero il campo, un'ondata di emozioni represse che andavano ben oltre il calcio. Il successo del Barnsley, al di là della rivincita sui pronostici rappresentava molto più di una semplice vittoria, significava l’abbordaggio alla Premier League da parte di una ciurma proveniente da una città un pochino malmessa e abbastanza malfamata che a sorpresa si intrufolava nel glamour della Premier League. L’ora che seguì il fischio di chiusura fu un continuo abbraccio dei tifosi ai ragazzi allenati da Danny Wilson, mentre intanto lo schermo del Ticket Office metteva in onda la pagina della parte alta della classifica della Nationwide Division One, riportando in verde Bolton 98 e Barnsley 80, seguite, in un bianco smunto, da Wolverhampton 76, Ipswich 74 Sheffield U 73 Crystal P 71 che si sarebbero dovute accontentare dei play off.





 

lunedì 12 gennaio 2026

BORGHESI MA NON TROPPO



Valtiberina, pochi passi dal confine con Umbria e Marche, prima valle disegnata dal Tevere, incastrata nel centro dell’Italia, della cui bellezza se ne era accorto anche Giosuè Carducci, ospite di una famiglia nei pressi del Casentino della Verna, e ben a conoscenza di quella menzione dantesca nel canto undicesimo del paradiso: “il crudo sasso intra Tevero e Arno” dove Francesco da Cristo prese l’ultimo sigillo che le sue membra due anni portarno”. Sansepolcro è qui, un borgo che custodisce arti fatte di pazienza, grazia e memoria, fra le sue strade eleganti e raccolte: la città di Piero della Francesca e del Merletto a fuselli, capolavoro di creatività femminile che da oltre un secolo continua a incantare attraverso la trama dei suoi fili. E poi, ci mancherebbe, l’industria alimentare “Buitoni” avviata nel 1827 ad opera di Giovanni Battista Buitoni e della moglie Giulia che impegnò il suo unico cimelio, una collana di corallo arancione, così da riuscire a comprare alcune macchine rudimentali ed aprire un modesto negozio di pasta di grano duro in via Firenzuola divenuta nel tempo fra le più richieste nel mondo. Ecco, alla Buitoni non poteva che essere intitolato lo stadio della società locale nata nel 1921 con il nome di US Sansepolcro maglia bianconera inizialmente inquartata come una tavola in marmo da scacchi. Il “Dopolavoro Buitoni” il campo dei “Borghesi” (così vengono appellati gli abitanti della cittadina dall’etimo latino di Borgo popolarmente più accettato del colto "Biturgensi") nel quartiere Triglione, rettangolo di mattoni e pietra decorati da una Torre di Maratona, di dimensioni piuttosto piccole ma proporzionate al resto dell'edificato, simbolo dello stadio inaugurato il 15 ottobre 1933, con una manifestazione ginnica seguita dalla partita giocata contro gli eterni rivali del Città di Castello, e terminata 3 a 2 per gli ospiti. Il calcio ha avuto una pariglia di lusso: Giorgio Bonfante e Olinto Magara, il primo lo chiamavano il Best dei poveri, capelluto, la barba incolta, estroso e irrequieto al punto giusto, nella sua compiaciuta disinvoltura di quando nei primi tempi casalinghi, in particolare nei periodi più caldi, si metteva sotto la tribuna, perché era una zona del campo ombreggiata, eppure al di là di talune scorie colorite, ricamava calcio su quei campi indiavolati di sole o stagnanti di pioggia. Olinto Magara era il centravanti, corpulento, i capelli da bravo ragazzo del collegio, taciturno rispetto agli altri, quasi fuori luogo, e invece quando gli davi la palla, timidezza e immobilità apparente scomparivano trasformandosi in velocità e potenza. Dalle cronache coeve possiamo estrarre: “Ci fu un lungo lancio, la palla recuperata a centrocampo, testa di Bonfante, aggancio di Magara che di sinistro batte al volo il portiere biancorosso del “Castello” nel sentitissimo nel derby”. Trafiletto riferito alla partita della stagione 1978/79 vinta in trasferta all’allora Comunale di Città di Castello poi intitolato nel 2001 per tributo a Corrado Bernicchi ex centrocampista di Bologna e Sampdoria. Pochi secondi, un’azione rapida, pungente, velocità incredibile, tre passaggi e goal. Le due squadre in quella stagione si giocarono un avvincente testa e testa in Serie D ed entrambe furono promosse in C, massimo risultato sportivo mai ottenuto a Sansepolcro. Il Sansepocro allenato da Silvano Grassi: portieri Colavetta e Ciolfi; difensori: Chiasserini, Mearini, Landi, Tricca, Giulianini, Balducci; centrocampisti: Facchin, Bonfante, Bruscaglia, Becci, Testerini, Rossi, Berghi, Catalani C. attaccanti: Magara, Tellini, Barculli. Presidente Marino Cesari, direttore sportivo Efrem Dotti.  Anni di piombo, ma anni più semplici, più casarecci, anni di colonne sonore, anni senza strette clausure dietetiche e allora dopo ogni vittoria e furono ben 18 tutti a mangiare da Beppino al ristorante di “Molotov”. “Quando la palla di Magara gonfiò quella rete, fu una cosa incredibile. Non me lo scorderò mai” -dice Bonfante accennando un timido sorriso nostalgico riferito alla suddetta partita. Nella Sansepolcro del pallone fra le tribune incassate del “Buitoni” Giorgio Bonfante arrivò nella stagione 1976-77 e mise a segno sei reti, nell’anno di un altro grande attaccante bianconero ossia Marchini ma già nel 1977-78 fu lui il miglior marcatore del Sansepolcro dietro all’amico Olinto Magara e assieme il 4 marzo 1979 a Città di Castello, riportarono al successo il Sansepolcro contro i tifernati, in terra umbra dopo ben ventun anni ponendo le basi per l’agognata promozione. C’era stata una altra grande partita nella storia del Sansepolcro nel 1975 quella contro la Pistoiese in match sempre di serie D valido per le prime posizioni della classifica. Allo stadio Buitoni (non era mai accaduto, né succederà in seguito) viene costruita una piccola tribuna scoperta in tubi Innocenti sul lato dell’ingresso; in pratica, una sorta di curva nella quale prenderanno posto molti tifosi di casa lamentatosi della scarsità di biglietti. Insomma, sugli spalti a occhio non c’è un posto libero. Con il passare dei minuti, Fernando Chiasserini, il capitano con oltre 500 presenze, nativo di Santa Fiora, e compagni si scrollarono di dosso ogni riverenza e quando il primo tempo era oramai all’ultimo giro di orologio sbloccarono il risultato con la rete che poi sarà decisiva: sugli sviluppi di un calcio di punizione, la palla giunse a Dorino Filippi, che controllò con il petto e, quasi ancora con le spalle alla porta, girerà in semirovesciata, disegnando una parabola perfetta, scuotendo l’angolino alla sinistra di De Min, il portiere degli arancioni, il cui tuffo si rivelò inutile. Non cambiò le sorti di quel campionato la vittoria del Sansepolcro, la Pistoiese comincerà da quell'anno la cavalcata che la porterà addirittura in serie A ma vuoi mettere la soddisfazione?

sabato 10 gennaio 2026

BLUEBIRDS FLYING HIGH

 


The Right Rum For Todays Taste. Il rum giusto per i gusti di oggi. Questo il sottotitolo della grande scritta pubblicitaria a caratteri cubitali che campeggiava sulla Broad Road Stand del Ninian Park acquisita dal Rum etichettato Captain Morgan. D’altro canto, uno che aveva solcato i setti mari mica poteva essere astemio e di distillati alcolici se ne intendeva al pari di bauli traboccanti gioielli e monete d’oro. In quel 1971 a Cardiff girava roba buona oltreché sulle cartine anche sui vinili, il gruppo locale Budgie incise il suo primo album fra odore acre di zolfo e vaghe tracce caprine. Sul lato A la seconda canzone durava esattamente un minuto e si intitolava “Everything in my heart” dissepolta dalla voce lisergica di Tony Bourge, la quale, se vogliamo, rende con assoluta perizia la strana faccenda del Cardiff City che seppure al tempo rannicchiato addirittura nella terza divisone degli accoglienti vicini ai quali in fondo poco importava delle loro mutazioni consonantiche. Ancora inscritto per lustro da guarentigia alla coppa nazionale gallese l’anno precedente l’aveva conquistata e stava procedendo spedito in Coppa delle Coppe. La sera del 10 marzo al vecchio Ninian Park, rettangolo di gioco opaco e opprimente, foresteria di Convento sfumata di compiaciuta disinvoltura, addossato fra i binari della ferrovia e un nugolo di casette a schiera dai tetti aguzzi, i tornelli impazzirono insieme alla capienza suggerita e il Real Madrid vestito di un rosso fiammante, ebbe la netta sensazione di non capirci molto, stordito dal frastuono cimrico. Sotto i riflettori intenti a fendere impalpabili strati di caligine, un ragazzino ligneo dagli occhi sgranati, come un tamburino incappellato intento a battere il passo davanti a una cadenzata fila di soldati armati di moschetto, convocato in fretta e furia di nome Nigel Ress, s’involò sulla fascia, trotterellando di sbieco, irridendo un po’ la sorte, un po’ un paio di sgherri spagnoli, e il suo traversone cadde sulla superba testona di Brian Clarke pronto a insaccare la rete della vittoria. Il manager Jimmy Scoular, tipo pensoso con lo sguardo colmo di strana immobilità dichiarò ai giornalisti la sua deferenza rispetto a quello che poteva succedere nell’opulenza del Santiago Bernabeu, qualche ettaro di terra dove la legge del più forte in genere la fa da padrone. E infatti quella vittoria non basterà al ritorno, tuttavia la mattina seguente sul tavolo della cucina i tifosi dei Bluebirds, insieme a telline, laverbread e pancetta, troveranno sulla prima pagina del “South Wales Echo” anche un sotterfugio da bassa plebe, la loro valle di rose, tutto ciò che avrebbero voluto leggere: “Qualunque cosa accadrà a Madrid, nessuno potrà dimenticare l’impresa dei nostri giocatori”Sicuramente era un Cardiff City molto operaio, Brian Clarke il centravanti appariva un pezzo d’uomo tutto ingrugnato, biondo, con quella certa disinvoltura da finto uomo di mondo, originario di Bristol, amava però così tanto la capitale gallese che, quando venne a giocare per il club decise di farne la sua casa per la vita. Clark era un prodotto del suo tempo e la gente può fare tutte le ipotesi che vuole su quanto sarebbe stato capace nel gioco moderno, ma perbacco come ci piacerebbe rivederlo ancora in campo quel ragazzo che giocava duro sia pure lealmente, che non si tuffava colpito da una spintarella né ha mai cercato di imbrogliare l'arbitro alla prima occasione. Poi in quel Cardiff c’era il capitano Dan Murray, figurina incantevole, occhi vivissimi, uno che in mezzo al campo indossava la stola e cominciava a benedire. Infine, nota per Ian Gibson. Ecco se caso mai cercate un giocatore con un minimo di classe lui poteva esserlo, grazie a un controllo di palla eccelso con entrambi i piedi; Gibson arrivato per 35ooo sterline dal Coventry, i capelli paglierini tolti a un manichino di boutique, i lineamenti ossuti, il naso adunco, ghiotto di zuppa di cavolo, dopo il ritiro dal mondo del pallone aveva vissuto nel grigio Teesside, conurbazione del Nord Est dell'Inghilterra, fra odore di sgombero e acciaierie, lavorando su una piattaforma petrolifera sul del Mare del Nord e facendo inoltre da osservatore di qualche giovane promessa per il Cardiff.

venerdì 2 gennaio 2026

L'ANNO IN CUI SFIDAMMO IL MONDO

 



L’inglese era arrivato. Il vento sapeva di mare e di acciaio, porto, fabbriche e cielo basso. Malmö non ha mai voluto essere protagonista. Eppure, in un anno senza profezie, fu lei a guardare il mondo in faccia. L’inglese del Cheshire sali i gradini fino al secondo piano del Malmö Stadion, un ovale di cemento costruito per i Mondiali del 1958, appese il cappotto scamosciato recuperato nei mercatini di Portobello Road e si sedette al tavolo di fronte alle finestre che davano sulle tribune color del piombo intorno al campo da gioco deserto. I capelli biondastri scarmigliati gli coprirono un attimo per gravità gli occhi chiari e Robert Douglas Houghton, detto Bob, trentuno anni ancora da compiere infilò bene la punta del compasso su Solbacken (il centro indicativo della città) e tracciò una circonferenza avente raggio 50 km. La filosofia di Bob Houghton apparì subito molto semplice. Coniugare football e appartenenza in una sorta di aggancio imitativo (magari, perché no, altrettanto qualitativo ed emotivo) con il Celtic del 1967. Tuttavia, se si ha in testa la situazione geografica di Malmö si evince che almeno la metà di quel cerchio imbarcava acqua, quindi le possibilità di pescare calciatori e non salmoni mostrava evidenti difficoltà logistiche. Invece, in barba ai detrattori del quoziente identitario, il 30 maggio 1979 gli undici titolari usciti dal tunnel degli spogliatoi di Monaco di Baviera erano tutti originari della Scania, la contea di Malmö. Un autentico record di concentrazione indigena che per tre volte era riuscito a conquistare il cosiddetto Allsvenskan. A trovare Bob Houghton fu un certo Börje Lantz, fidatissimo agente uscito dal taschino del presidente del club, Eric Persson. Ora, come sia potuto accadere che Lantz sia andato a recuperare questo tizio in Sudafrica per fargli allenare il Malmö non è un mistero della fede bensì, pare, una sommatoria di consigli avuti sia da Allen Wade, sia dal grande Bobby Robson. Insomma, per farla breve, Lantz si precipitò a Johannesburg promettendo a Houghton di pagargli un biglietto aereo per l’Inghilterra a condizione che si fosse fermato un po’ ad allenare il Malmö. E Bob accettò, previo dono di compendio scolastico da disegno per tracciare il confine della sua utopia. Dall’estremo difensore Jan Möller ai tre Andersson, Roland Magnus e Tommy, il capitano Ingemar Erlandsson, bandiera del club biancazzurro a cui avrebbe dedicato l’intera carriera, Anders Ljungberg, detto “Puskás”, in attacco Tore Cervin e Tommy Hansson, entrambi di Möllevången, quartiere operaio, alle loro spalle un diciannovenne, Robert Prytz, centrocampista di Kirseberg, ultimo sobborgo a nord di Malmö. Guerrieri disciplinati, nessuna stella. Quello fu il Malmö Fotbollförening, gli Himmelsblått che finirono nelle copertine dei giornali alla pari degli ABBA. Per molti giocatori, l'incontro con Houghton non fu cordiale. "Maledetto inglese inesperto" fu il giudizio lapidario di Krister Kristensson, non proprio l'ultimo arrivato. Il tecnico sconvolse abitudini e metodi d'allenamento di una squadra che veniva da un periodo positivo di ottimi risultati in campo nazionale e non riteneva quindi di dover cambiare le proprie abitudini. Invece dopo le prime resistenze, lo spogliatoio, comprese la sua linea apologetica. Roy Andersson disse che ebbe lìimpressione di iniziare a giocare a pallone una seconda volta, e Staffan Tapper parlò di una speciale dimensione di calcio. Identità, organizzazione, pressing, potenza fisica e tecnica individuale messi al servizio del collettivo che deve apparire agli avversari come privo di punti deboli, dove tutti aiutano gli altri, dove ogni giocatore ha il sostegno e il supporto dei compagni nei momenti difficili, in una sorta di tributo al dogma socialdemocratico. Tradotto: essenzialità. Niente fronzoli, solo sistema, ecco Bob Houghton il profeta silenzioso della propria rivoluzione. Il Malmö entrò nella Coppa dei Campioni da detentore del titolo svedese. Superò il Monaco, poi la Dinamo Kiev. Ma fu contro i polacchi del Wisla Cracovia, nei quarti di finale, che la favola prese corpo. Una doppia sfida caratterizzata dalla tripletta di Anders Ljungberg. Nella semifinale con l’Austria Vienna bastarono due partite tirate, spigolose, decise da episodi, da una tenuta mentale da veterani e per la prima e ultima volta una squadra nordica, figlia del ghiaccio e della suggestione, giunse in finale. A dirla tutta (nessuno sui senta offeso se per un attimo provo a sfatare il mito del Forest) quella finale di Coppa dei Campioni fu persa soprattutto a causa di un grave infortunio, quello di Bo Larsson, forse il miglior calciatore svedese di sempre che aveva esordito a 18 anni nel 1962. “Bosse” ebbe un infortunio in semifinale ad un ginocchio e si accasciò malconcio a terra accompagnato fuori dallo staff medico. Senza la sua stella, e anche senza Staffan Tapper, costretto ad uscire verso la fine della prima frazione per i postumi dolorosi di un dito rotto alla vigilia, il Malmö e il suo calcio fatto in casa, diligente e privo di stravaganze, fu punito da un guizzo di Trevor Francis, ma ahimè quanti rimpianti. Quella sconfitta, però, non fu l’ultima parola. Il Nottingham Forest, come molte squadre europee dell’epoca, decise di rinunciare alla Coppa Intercontinentale. Troppi impegni, troppi rischi, troppo lontano. A rappresentare l’Europa fu dunque proprio il Malmö, l’outsider che non si era arresa. Avversario l’Olimpia di Asunción, Paraguay. Una squadra affamata, fisica, esperta, costruita per il duello. Il 18 novembre 1979 si giocò l’andata, a Malmö. I paraguayani si adattarono meglio al clima ostile. Evaristo Isasi trafisse la difesa svedese. Finì 1-0 per l’Olimpia. Una sconfitta in casa che sapeva di presagio. Il ritorno si disputò a Asunción il 2 marzo 1980. Un viaggio lunghissimo, dall’Artico ai Tropici. Nel catino del Defensores del Chaco, davanti a un pubblico rovente, il Malmö provò l’impresa. Al 39’ Solalinde segnò per l’Olimpia, ma Erlandsson pareggiò subito dopo. Serviva un altro goal. Invece arrivò Michelagnoli, al 71’, a spegnere ogni speranza. Il Malmö tornò a casa, ancora una volta a mani vuote, ma certamente non senza onore. C'e un libro di Mikael Bergstrand, scrittore svedese, in cui il personaggio principale come spesso capita, è una proiezione letteraria dell'autore, un alter ego con connotati e attitudini molto simili. Si intitola “La seconda vita del signor Borg” edito in Italia da Piemme nel 2013; il protagonista è un cinquantaduenne che nell’ultimo periodo non se la passa troppo bene: divorziato suo malgrado, sovrappeso, snobbato dai figli e vessato da un capo parecchio più giovane di lui che gli ripete in maniera ossessiva di non essere al passo con i tempi. Il nostro Göran ha l’abitudine di andare in ufficio indossando un dolcevita nero sotto una giacca di velluto piuttosto consunta oltre a portarsi dietro un passato da batterista abbastanza modesto. Qualche gioia gliela regala il calcio, eppure sarà proprio da lì che gli arriverà la stoccata decisiva, esattamente il giorno in cui viene licenziato in tronco per l’assidua frequentazione del blog dedicato alla sua squadra. Una pagina chiamata Himmelriket (Il Paradiso) Malmö FF. E siccome per il suo superiore il Malmö FF non risultava fra i clienti dell’azienda, l’ormai biondo cenere Göran Borg sarà accompagnato all'uscita, ma prima di sbracarsi sul divano a mangiare gelato e guardare vagonate di partite aspettando una chiamata dall’ufficio di collocamento, salta fuori Erik, il suo migliore amico, ex fricchettone riciclatosi come accompagnatore turistico che gli propone un viaggio in India dove, vi assicuro, vivrà la più eccitante avventura che gli sia mai capitata. A questo punto stop allo spoiler e casomai se vi interessa leggetevi il libro.

AZZURRO "SANGIO"

  Tu non chiedere se fosse  vero, potrei acconsentire.  Il 13 novembre 2005 dentro un San Paolo stipato da oltre 60000 persone, il Napoli al...