L’inglese era arrivato. Il vento
sapeva di mare e di acciaio, porto, fabbriche e cielo basso. Malmö non ha
mai voluto essere protagonista. Eppure, in un anno senza profezie, fu lei a
guardare il mondo in faccia. L’inglese del Cheshire sali i gradini fino al
secondo piano del Malmö Stadion, un ovale di cemento costruito per i Mondiali del
1958, appese il cappotto scamosciato recuperato nei mercatini di Portobello
Road e si sedette al tavolo di fronte alle finestre che davano sulle tribune
color del piombo intorno al campo da gioco deserto. I capelli biondastri
scarmigliati gli coprirono un attimo per gravità gli occhi chiari e Robert Douglas
Houghton, detto Bob, trentuno anni ancora da compiere infilò bene la punta del compasso
su Solbacken (il centro indicativo della città) e tracciò una circonferenza
avente raggio 50 km. La filosofia di Bob Houghton apparì subito molto semplice.
Coniugare football e appartenenza in una sorta di aggancio imitativo (magari,
perché no, altrettanto qualitativo ed emotivo) con il Celtic del 1967.
Tuttavia, se si ha in testa la situazione geografica di Malmö si evince che
almeno la metà di quel cerchio imbarcava acqua, quindi le possibilità di
pescare calciatori e non salmoni mostrava evidenti difficoltà logistiche.
Invece, in barba ai detrattori del quoziente identitario, il 30 maggio 1979 gli
undici titolari usciti dal tunnel degli spogliatoi di Monaco di Baviera erano tutti originari della
Scania, la contea di Malmö. Un autentico record di concentrazione indigena che
per tre volte era riuscito a conquistare il cosiddetto Allsvenskan. A trovare
Bob Houghton fu un certo Börje Lantz, fidatissimo agente uscito dal taschino
del presidente del club, Eric Persson. Ora, come sia potuto accadere che Lantz
sia andato a recuperare questo tizio in Sudafrica per fargli allenare il
Malmö non è un mistero della fede bensì, pare, una sommatoria di consigli avuti
sia da Allen Wade, sia dal grande Bobby Robson. Insomma, per farla breve, Lantz
si precipitò a Johannesburg promettendo a Houghton di pagargli un biglietto
aereo per l’Inghilterra a condizione che si fosse fermato un po’ ad allenare il
Malmö. E Bob accettò, previo dono di compendio scolastico da disegno per
tracciare il confine della sua utopia. Dall’estremo difensore Jan Möller ai tre
Andersson, Roland Magnus e Tommy, il capitano Ingemar Erlandsson, bandiera del
club biancazzurro a cui avrebbe dedicato l’intera carriera, Anders Ljungberg,
detto “Puskás”, in attacco Tore Cervin e Tommy Hansson, entrambi di
Möllevången, quartiere operaio, alle loro spalle un diciannovenne,
Robert Prytz, centrocampista di Kirseberg, ultimo sobborgo a nord di Malmö. Guerrieri
disciplinati, nessuna stella. Quello fu il Malmö
Fotbollförening, gli Himmelsblått che finirono nelle copertine dei giornali alla pari degli ABBA. Per molti
giocatori, l'incontro con Houghton non fu cordiale. "Maledetto
inglese inesperto" fu il giudizio lapidario di Krister Kristensson,
non proprio l'ultimo arrivato. Il tecnico sconvolse abitudini e metodi
d'allenamento di una squadra che veniva da un periodo positivo di ottimi
risultati in campo nazionale e non riteneva quindi di dover cambiare le
proprie abitudini. Invece dopo le prime resistenze, lo spogliatoio, comprese
la sua linea apologetica. Roy Andersson disse che ebbe lìimpressione di iniziare a
giocare a pallone una seconda volta, e Staffan Tapper parlò di una speciale
dimensione di calcio. Identità, organizzazione, pressing, potenza fisica e
tecnica individuale messi al servizio del collettivo che deve apparire agli
avversari come privo di punti deboli, dove tutti aiutano gli altri, dove ogni
giocatore ha il sostegno e il supporto dei compagni nei momenti difficili, in
una sorta di tributo al dogma socialdemocratico. Tradotto: essenzialità. Niente
fronzoli, solo sistema, ecco Bob Houghton il profeta silenzioso della
propria rivoluzione. Il Malmö entrò nella Coppa dei Campioni da detentore del titolo svedese. Superò il
Monaco, poi la Dinamo Kiev. Ma fu contro i polacchi del Wisla Cracovia, nei
quarti di finale, che la favola prese corpo. Una doppia sfida caratterizzata
dalla tripletta di Anders Ljungberg. Nella semifinale con l’Austria Vienna
bastarono due partite tirate, spigolose, decise da episodi, da una tenuta
mentale da veterani e per la prima e ultima volta una squadra nordica, figlia
del ghiaccio e della suggestione, giunse in finale. A
dirla tutta (nessuno sui senta offeso se per un attimo provo a sfatare il mito
del Forest) quella finale di Coppa dei Campioni fu persa
soprattutto a causa di un grave infortunio, quello di Bo Larsson, forse il
miglior calciatore svedese di sempre che aveva esordito a 18 anni nel 1962.
“Bosse” ebbe un infortunio in semifinale ad un ginocchio e si accasciò
malconcio a terra accompagnato fuori dallo staff medico. Senza la sua stella, e
anche senza Staffan Tapper, costretto ad uscire verso la fine della prima
frazione per i postumi dolorosi di un dito rotto alla vigilia, il Malmö e il
suo calcio fatto in casa, diligente e privo di stravaganze, fu punito da un
guizzo di Trevor Francis, ma ahimè quanti rimpianti. Quella
sconfitta, però, non fu l’ultima parola. Il Nottingham Forest, come molte
squadre europee dell’epoca, decise di rinunciare alla Coppa Intercontinentale.
Troppi impegni, troppi rischi, troppo lontano. A rappresentare l’Europa fu
dunque proprio il Malmö, l’outsider che non si era arresa. Avversario l’Olimpia
di Asunción, Paraguay. Una squadra affamata, fisica, esperta, costruita per il
duello. Il 18 novembre 1979 si giocò l’andata, a Malmö. I paraguayani si
adattarono meglio al clima ostile. Evaristo Isasi trafisse la difesa svedese.
Finì 1-0 per l’Olimpia. Una sconfitta in casa che sapeva di presagio. Il
ritorno si disputò a Asunción il 2 marzo 1980. Un viaggio lunghissimo,
dall’Artico ai Tropici. Nel catino del Defensores del Chaco, davanti a un
pubblico rovente, il Malmö provò l’impresa. Al 39’ Solalinde segnò per
l’Olimpia, ma Erlandsson pareggiò subito dopo. Serviva un altro goal. Invece
arrivò Michelagnoli, al 71’, a spegnere ogni speranza. Il Malmö tornò a casa,
ancora una volta a mani vuote, ma certamente non senza onore. C'e un libro di Mikael Bergstrand, scrittore svedese, in cui il personaggio principale come spesso capita, è una proiezione letteraria dell'autore, un alter ego con connotati e attitudini molto simili. Si intitola “La seconda vita del signor Borg” edito in Italia da Piemme nel 2013; il protagonista è un cinquantaduenne che nell’ultimo periodo non se la passa troppo bene: divorziato suo malgrado, sovrappeso, snobbato dai figli e vessato da un capo parecchio più giovane di lui che gli ripete in maniera ossessiva di non essere al passo con i tempi. Il nostro Göran ha l’abitudine di andare in ufficio indossando un dolcevita nero sotto una giacca di velluto piuttosto consunta oltre a portarsi dietro un passato da batterista abbastanza modesto. Qualche gioia gliela regala il calcio, eppure sarà proprio da lì che gli arriverà la stoccata decisiva, esattamente il giorno in cui viene licenziato in tronco per l’assidua frequentazione del blog dedicato alla sua squadra. Una pagina chiamata Himmelriket (Il Paradiso) Malmö FF. E siccome per il suo superiore il Malmö FF non risultava fra i clienti dell’azienda, l’ormai biondo cenere Göran Borg sarà accompagnato all'uscita, ma prima di sbracarsi sul divano a mangiare gelato e guardare vagonate di partite aspettando una chiamata dall’ufficio di collocamento, salta fuori Erik, il suo migliore amico, ex fricchettone riciclatosi come accompagnatore turistico che gli propone un viaggio in India dove, vi assicuro, vivrà la più eccitante avventura che gli sia mai capitata. A questo punto stop allo spoiler e casomai se vi interessa leggetevi il libro.
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