mercoledì 18 marzo 2026

FOR CLUB AND COUNTRY

 


La gigantografia è appesa come un quadro sui mattoni in malta di calce, sopra ad un'agenzia di Taxi in  Shankill Road, lo chiamano "For Club And Country" e vi è immortalata la squadra del Linfield che nella stagione 1961/62 vinse tutti e sette titoli in palio nell' Ulster del calcio, una sorta di stele di Rosetta per farti comprendere subito il gergo dei più forti, o dei più bulli, che rimanda alla stessa esegesi del più famoso "You are Now Entering Loyalist Sandy Row" vale a dire il vecchio murales paramilitare sostituito molti anni fa da un ritratto di Guglielmo III d’Orange, il vincitore della Battaglia del Boyne. Siamo a poche decine di metri dal “The Meadow” risacca brumosa di SouthBelfast dove nel marzo del 1886 undici uomini in mutandoni bianchi giocarono una partita di calcio battendo per 6-5 il Distillery in tempi in cui l’Irish League non era ancora stata fondata. Un tale, Bob McClurg, operaio della filanda di proprietà della Spinning Company, insieme ad altri colleghi di lavoro senza darci troppo peso aveva appena creato il Linfield Football Club: una cantilena da nodo in gola: Belfast, Sandy Row, Windsor Park, Linfield. Non illudetevi troppo sugli accordi del Venerdì Santo. Qui, il sangue ribolle. Come tazze da tè lasciate troppo in infusione. Qui, a differenza dei Rangers a Glasgow vige sempre la regola (non scritta) di non tesserare giocatori cattolici o comunque non protestanti. Una regola rispettata negli anni in maniera ferrea se si escludono alcuni atleti ingaggiati durante il periodo dei “Troubles” senza nemmeno troppa convinzione. A trovarla, l’unica eccezione di rilievo arrivò quando Dessie Gorman nel 1992 lasciò lo Shelbourne spinto da quel vento soffiato dal caso Mo Johnstone che aveva aperto crepe nel settarismo britannico. Ma credetemi: la favoletta che il pallone unisce, da queste parti non attacca, neppure sui muri, anzi soprattutto sui muri, se sotto il manifesto “Love Football, Hate Bigotry” (ama il calcio odia la mentalità ristretta) non un secolo fa scrissero “Boruc Rip”, epitaffio funebre destinato al portiere polacco nel periodo in cui militava al Celtic. Boruc lo chiamavano “The Holy Goalie”, per via di quella maglietta sbattuta in faccia ai tifosi dei Gers dopo che il suo Celtic aveva vinto un solito tiratissimo Old Firm per 3-2. Nella t-shirt c'era il volto del Pontefice Karol Wojtyla e la scritta "Dio benedica il Papa". Provocazione, insulto, no, non doveva e non deve accadere. E poi ci sarebbe la famosa telefonata che arrivò alla sede di Belfast della BBC, in Ormeau Avenue, nel tardo pomeriggio del 21 agosto 2002: "Qui è il Loyalist Volunteer Force, se Neil Lennon stasera entrerà in campo, sarà seriamente colpito". Eppure, si trattava di una semplice partita contro Cipro. Per Neil sarebbe stata la prima da capitano dell’Irlanda del Nord: “Non importava che la mia famiglia non avesse nulla a che fare con gruppi estremisti, - disse il giocatore- contava solo che fossi cattolico, e per giunta giocassi nel Celtic Glasgow”. Della minaccia fu informato da due poliziotti: tutti sapevamo che quel lemma (colpire seriamente) significava che c’erano buone possibilità di rimetterci la pelle. Così Lennon si ritrovò diretto verso casa, dentro la macchina di suo padre, che ha conservato come impudica reliquia i biglietti, inutilizzati, di quella partita. Lennon diventò successivamente allenatore del Celtic ma quella notte dovette chiudere anticipatamente la carriera internazionale: costretto a rinunciare dall’odio di una parte del proprio popolo, di fede e politica avversa, che già l’aveva fischiato di brutto qualche mese prima contro la Norvegia. Negli anni ‘80 successe un episodio analogo al difensore Anton Rogan. Insomma certe cose sono migliorate, non risolte. Lecito sperare, impossibile crederci. Semmai il pallone può far fraternizzare quando è ovale, se da oltre cent’anni la Nazionale di rugby rappresenta con entusiasmo l’intera isola, oppure quella sfera la deve prendere a calci quel geniaccio malinconico di George Best, protestante, ma tiepidamente favorevole all’Irlanda unita, che con i suoi dribbling mise tutti d’accordo. Il Linfield resta comunque la faccia sportiva della Belfast più lealista. Vincente, se i numeri hanno qualche riscontro. Quando nacque la Lega, nel 1890, ne divenne parte integrante e si aggiudicò subito i tre campionati d'apertura, perdendo solo due partite su ben quaranta giocate. All'epoca il campo di casa era quello di Ulsterville Avenue ma una crisi economica a metà dell'ultima decade del secolo costrinse i "Blues" a spostarsi da lì e muoversi in giro per la città senza riuscire a stabilirsi in un luogo fisso. Nel 1895 venne preso in affitto il campo di Balmoral Road solo la situazione non migliorò in maniera netta perché i lavori di adattamento dell'impianto dovettero essere pagati con una parte del compenso previsto per i giocatori e ovviamente il club dovette adattarsi per qualche stagione. Almeno fino al 1904, quando sarà acquistato il terreno dell'attuale Windsor Park. L'esordio nel nuovo impianto avverrà contro i concittadini del Glentoran, il 2 settembre 1905, in un momento già delicato, dove la rivalità più accesa restava quella con il Belfast Celtic. (nè parleremo, aihmè). Il Linfield in patria (quale? la loro, chiaro) è una litania di vittorie lunga come il sermone di un pastore protestante. Uno dei maggiori artefici ha un nome e un cognome ben preciso: Roy Coyle, un’ala dai capelli lunghi e biondicci dalla scorza dura, nativo proprio di Belfast, che aveva esordito nel 1966 con il Ballymena United arrivando sulla panchina del Linfield nel ruolo di player/manager nel 1975 restandoci fino al 1990. Diverrà l'allenatore più vincente con 31 trofei messi in vetrina. Insieme a lui David Jeffrey che dal 1997 in poi di successi ne ha collezionati altrettanti. E c’è pure chi gli ha conosciuti entrambi. Si tratta di Noel Bailie, 25 stagioni di grinta al servizio del Linfield. Un record straordinario costellato di 1013 presenze sotto la guida di quattro diversi allenatori (dai citati Roy Coyle e David Jeffrey, passando per Eric Bowyer e Travor Anderson). Quando appese le scarpe al chiodo, a 40 anni suonati, la società decise di ritirare la maglia numero 11. Il cielo del Linfield non ha mai potuto risplendere in campo europeo dove l’atavica debolezza delle squadre irlandesi (in generale) ha lasciato spazio solo a saltuarie imprese. Ad esempio, nel 1967 il Linfield Football & Athletic Club (perché le cose vanno chiamate con il loro nome completo) arrivò ai quarti di finale della Coppa dei Campioni. In quell'occasione la “famous blu shirt” superò i primi due turni prima di arrendersi ai bulgari del CSKA Sofia, pareggiando 2-2 a Belfast (reti di Hamilton e Shields) e cedendo 1-0 in trasferta. Sono gli anni di Phil Scott, abile interno dall' ottima visione di gioco, e Sammy Pavis esile rossiccio appassionato di biliardo, soprannominato “Sammy Save Us”. A cavallo fra settanta e ottanta non era difficile ascoltare il coro “there is only one Billy Muray”, in omaggio all’istrionico attaccante specchio del periodo e flagello dei terzini avversari. Oppure perché no, Peter Rafferty detto “Bald Eagle” 332 partite e 42 centri. In tempi più recenti ecco Glenn “Spike” Ferguson ingaggiato dal Glenavon nel 1998 per 55000 sterline, uno dei migliori affari mai portati a termine dalla dirigenza del Linfield. Una pioggia di reti, fitte come i dissidi di Belfast. Tuttavia, parlare di diverbi è un eufemismo. Il culmine fu toccato in occasione del Boxing Day del 1948 disputatosi a Windsor Park tra il Linfield e il Belfast Celtic. Un finale drammatico nel quale l'attaccante del Belfast Celtic, Jimmy Jones ne uscì con una gamba rotta. L'anno successivo la federazione prese una decisione radicale e controversa: il Belfast Celtic doveva sparire da tutte le competizioni nordirlandesi. Nel 1997 il match contro il Coleraine dovette essere sospeso dopo che un tifoso (tifoso?) scagliò due bottiglie sul terreno di gioco a seguito dell'espulsione di due giocatori del Linfield. Vietata nel 2005 la trasferta dei sostenitori dei blues contro il Glenavon a causa delle minacce di agguati ricevute da quei simpaticoni di Lurgan. Ordine eseguito seppure la risposta indiretta sarà uno sputo, una birra e uno sguaiato God Save the Queen. Identità, alla fine. Perché il muro non è mica fisico. È psicologico, sociale; ti insegna a detestare gli altri da quando non sai ancora parlare, ti dice che cosa puoi fare e cosa no, dove puoi andare e dove non mettere piede se vuoi vivere. “Audaces fortuna iuvat” dice il motto latino del Linfield. Take Courage...

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