On Fire? Non tanto, le emozioni dell'europeo del 2016 legato al coro su Will Grigg sembrano lontane un secolo mica dieci anni. Comunque, occorre parlare di Mondiale vista l'attualità. Ci rimasero decisamente male a Belfast leggendo un tweet della FIFA dove, dopo la vittoria in trasferta in Lituania della nazionale nordirlandese nel 2021, si augurava buona fortuna ai verdi lealisti nel loro esordio a un campionato del Mondo. Si trattò ovviamente di errore, nemmeno piccolo a essere sinceri, considerato che l’Irlanda del Nord, dal giorno della sua affiliazione e distinzione datata 1953, di Mondiali né aveva disputati già tre il primo dei quali guidati dal capitano Danny Banchflower eliminando proprio gli azzurri dopo un paio di partite. Può darsi che il compulsivo digitatore non abbia avuto troppa voglia di “almanaccare” e abbia maldestramente scritto la suddetta castroneria. Billy Bingham, detto “Bingy”, 94 primavere, pare sia andato su tutte le furie nella casa di riposo in cui vive da qualche anno, perché lui, i "bambini" nordirlandesi a un mondiale ce li aveva accompagnati eccome da allenatore per due volte consecutive, nel 1982 e nel 1986. Ora, Billy, che nei suoi giorni migliori vantava una effimera somiglianza con il personaggio cinematografico di Bilbo del Signore degli Anelli, aveva metodi del tutto particolari per preparare i suoi giocatori basandosi su parametri abbastanza singolari. Un giorno, venuto a sapere che all’Università di Brighton c’era un maratoneta etiope impose alla squadra, momentaneamente in ritiro nel sud dell’Inghilterra, una gara di resistenza con il corridore e alla fine l’unico a non farsi staccare senza sfigurare fu Gerry Armstrong, seppure sfinito. Dopo la faticaccia però tutti insieme al pub a cantare quella canzonetta di Neil Diamond che stava prendendo piede fra i tifosi: "Sweet Caroline". Billy Bingham è nato a Belfast, colori plumbei, muri sanguigni, vecchia propaggine dell’antica regione affacciata sulla foce del Lagan, dove il vento tira forte, ostinato, spazza strade larghe e piega la testa della gente; Belfast è una città che ti afferra la gola all'improvviso, che ti stritola, con una presa invisibile fatta di pelle biancastra, facce paonazze, sguardi torvi e odori rancidi di fritto mattutino, uova, e tè lasciato troppo in infusione. In centro e nei quartieri più miseri tutto racconta gesti, desideri, sofferenze e ricordi fra imponenti edifici vittoriani e casette popolari in mattoni rossi. Billy a quindici anni è una sagoma snella, ombra magra impressa dalle enormi Gru del porto sui container color ruggine, ammassati e impilati sulla banchina, rifugio e feticcio di gabbiani rauchi; lavora lì con il padre, ai cantieri navali Harland & Wolff, disegnando meticolosamente linee di gesso su lastre di acciaio per indicare la parte da tagliare, successivamente farà l'apprendista elettricista. Una famiglia ai margini la sua, un nido povero, al punto che la madre insistette per effettuare il trasloco di notte affinché i vicini non vedessero il carro illuminato da una lanterna a olio da rigattiere e trainato da un cavallo intento a trasportare i loro averi in quel Bloomfield, ai margini estremi della città. Tuttavia, Billy Bingham ebbe il merito di comprendere che la vita, oltre a lanciare pietre ai ragazzi cattolici dello Short Strand poteva ruotare attraverso il prisma del calcio. Il riflesso lo illumina mentre corre sul bucolico campetto gestito dal St Donard's Football Club e dopo una breve parentesi attraversata da qualche infortunio di troppo nell'ovale del Glentoran, sbarcò in Inghilterra districandosi egregiamente sulla fascia destra di Sunderland, Luton Town, Everton e Port Vale. Nelle vesti di commissario tecnico è lo sciamano giunto nei tempi profetizzati, sfinge celtica carica di enigmi le cui soluzioni riescono a sollevare da terra i giocatori meno motivati, Bingham è un mantra di aforismi con il dono della veggenza capace di comprendere dopo una sola sessione di allenamento che quell'adolescente di Belfast dai tratti corruschi e dal palleggio virile di nome Norman Whiteside era pronto per la Coppa del Mondo a 17 anni. Tatticamente Bingham si mostrò astuto, odorando le debolezze delle squadre avversarie e ovviamente la vittoria sulla Spagna a Valencia resta l’impresa più celebre allorché l'orgoglio vinse la matematica. Come uno Spitfire sui cieli scuri di Londra del 1940 Billy Hamilton, sfuggirà al mastino Gordillo e senza nemmeno alzare la testa mise in mezzo un pallone velenoso smanacciato rovinosamente da Arconada. Gerry Armstrong se lo ritrovò davanti, quadrifoglio ai piedi, bruciando l'erba spagnola con il tiro dei tiri nella storia degli irlandesi compressi e divisi nelle 6 regioni dell'Ulster. Ma nonostante quel successo, per molti addetti ai lavori venne difficile pensare che l’Irlanda del Nord potesse riagguantare un’altra fase finale. E invece, il 12 novembre 1985 a Wembley, un pareggio avrebbe sancito il secondo posto nel girone dietro i tre leoni e soprattutto davanti alla Romania, battuta due volte. Bingham si presentò con i soliti capelli brizzolati arruffati, le orecchie piccole, gli occhi vivacissimi e in bocca quella benedetta pipa “Ashton” in radica di noce dalla quale non si separava mai. All’epoca i giardinieri di Wembley curavano il prato alla pari di un giardino, la palla doveva scorrere tipo sul panno da biliardo, e solo l’incipiente autunno londinese straziava le zone più sensibili al calpestio del grande rettangolo da gioco zeppo di oltre settantamila tifosi con folta presenza di bandiere dalla mano rossa. Bingham, se non fosse stato per la tuta d’ordinanza, sarebbe potuto tranquillamente sembrare o il classico uomo d’affari britannico intento ad uscire dal suo palazzo vestito di tutto punto, elegante e formale, magari con l’ombrello nero in mano, oppure l’aristocratico di provincia che attraversa la proprietà con la sua muta di cani al seguito cinto da un panciotto colorato. Sul modo di fumare la pipa tenne quasi una conferenza colta durante un incontro con la stampa. Disse che la praticità nel calcio era come fumare la pipa, occorreva che fosse ben bilanciata nel peso rispetto alla lunghezza con una buona resa della fumata in termini di tabacco ossia il fumo doveva tornare indietro più “neutro” ai sensi, non congiunto agli aromi presenti nella radica. La sua Irlanda faticò per tirar fuori le penne indenni da Wembley, le punte inglesi Kerry Dixon e Gary Lineker vennero ipnotizzate dal carisma di Pat Jennings, il portiere dalla faccia da rockstar che è sempre rimasto il ragazzo della porta accanto. Tuttavia, il pubblico gridò “It’s a fix” e “What a load of rubbish”, giacché, nel secondo tempo, volarono fischi al pensiero che qualcuno avesse stilato una sordida intesa in maniera tale che le entrambe le squadre si mettessero in testa il sombrero messicano alla fine della partita. Come detto, invece i "boys in green" sudarono le proverbiali sette camicie e al centro della batteria difensiva Alan McDonald spazzò qualsiasi cosa scendesse sul bunker irlandese. E Bingham, gentiluomo pacato e orgoglioso delle sue radici, portò nuovamente l’Irlanda del Nord al suo terzo Mondiale, il secondo di fila, vincendo nel frattempo l’ultima edizione del vecchio, impareggiabile, British Home Championship. Ecco, che alla FIFA stiano più attenti la prossima volta, perché a Windsor Park non si scherza, e quando cala la sera dal mare si alza una brezza leggera a dire che l'odio è come Dio, non è dato vederlo ma se credete in lui, se combattete nel suo nome, egli riscalderà le vostre notti. Si certo nell'Irlanda del Nord ha giocato pure lui, George Best, e in maglia verde resta celebre un aneddoto: Era il 1976, si giocava Irlanda del Nord - Olanda. Best giocava contro Johan Cruyff, un altro dei più forti di tutti i tempi manco a dirlo. Al 5' minuto Best prende palla, salta un uomo, ne salta un altro, ma poi stranamente non puntò verso la porta, puntò invece il centro del campo, puntò Cruyff. Gli arrivò davanti, gli fece una finta di corpo e un tunnel, infine calciò via il pallone come fosse un oggetto superfluo, quindi, girandosi lo guardò in faccia e gli disse: "tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo". Oggi dopo la ristrutturazione, Windsor Park è diventato un piccolo fortino difficilmente espugnabile nonostante la pochezza dell'arsenale a dispozione. Nello stadio di South Belfast per le partite di qualificazione al mondiale sono arrivate alcune vittorie forse decisive agguantando scalpi illustri. "Stand up for the Ulster Man", anche perchè, in fondo, il calcio a livello di compagine nazionale, escluso rari casi non ha mai creato i problemi innescati dai club dove invece l’appartenenza alle correnti di pensiero è rabbiosa. Al McHughes Bar (non pub, in Irlanda la toponomastica dei locali cambia rispetto ai vicini inglesi) potrebbero mettere su, mentre vi bevete una scura, “Beautiful Vision” di Van Morrison partendo dalla traccia numero 1 del lato A: Celtic Ray. Ascoltatela è bellissima, e capirete il motivo della croce inserita nel cerchio attorniata da trifogli e cucita nel verde profondo della maglia. Oh, poi fanno persino un po’ di tenerezza al numero 20 di Windsor Avenue, dove il tecnico Michael O'Neill oggi non ha certo a disposizione una rosa di palloni d’oro; la maggior parte dei suoi ragazzi che stasera saranno impegnati contro l'Italia, esclusi un paio o tre, giocano tutti in squadre di piccolo cabotaggio, cadetteria inglese soprattutto, partendo dal portiere Bailey Peacock-Farrell del Blackpool, i difensori Paddy Mc Nair dell’Hull City, Ruari McConville del Norwich City, Eoin Toal del Bolton Wanderers, Pierce Charles dello Sheffield Wednesday club fra l'altro già retrocesso e in amministrazione controllata, i centrocampisti Patrick Kelly del Barnsley, Jamie Donley dell’Oxford United, Shea Charles del Southampton, Terry Devlin del Portsmouth e davanti ecco Jamie Reid dello Stevenage in coppia con Josh Magennis dell’Exeter City ambedue addirittura pescati dalla terza divisone; insomma si accontentano, perché come dicono loro: "We're not Brazil, we're Northern Ireland.
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