domenica 31 maggio 2026

SIR BLUNDELL & CAPITAN FINDUS

 



Immaginate un ragazzo, si chiama Charlie Horn, alto, capelli color rosso fuoco e qualche lentiggine di troppo; sta camminando per raggiungere i suoi amici del Cricket Morsley a Clee Park. Fin qui nulla di strano, il fatto è che il nostro Charlie attira dietro di sé, come fosse il pifferaio magico dei fratelli Grimm, un discreto numero di curiosi, perché con malcelata circospezione stringe, sul fianco, una grande sacca di tipo militare, mossa, nelle pieghe dei rientri, dalla leggera brezza del pomeriggio. Sul fondo della sacca alloggia una rudimentale palla da gioco creata con una vescica di maiale e irrobustita da strisce di cuoio. Charlie e i suoi compagni, secondo fumose regole, avrebbero dovuto prenderla a calci per qualche ora e il divertimento sarebbe stato assicurato. Sia chiaro, il calcio moderno albeggiava ancora nel crepuscolo del suo grembo materno tutto albionico, il momento del parto effettivo con la costitituzione di un torneo ufficiale era ancora lontano dal divenire, diciamo distante circa un decennio. Eppure, la fama indiscreta del cosiddetto football stava oramai inserendosi nelle chiacchere da pub, nelle aule universitarie e nei raduni sportivi più velocemente della rinomata celerità dell'espresso Londra-Glasgow. Non a caso, negli ultimi tempi il gruppo di Charlie Horn al termine dei loro incontri, quando la fatica incominciava ad avere la meglio sul diletto, cominciò seriamente a discutere sul tentativo di formare una squadra di calcio da far riconoscere a qualche intabbarrato parruccone chiuso negli uffici di palazzi deputati alla gestione di attività ludiche. L’attenuante generica inserita nella richiesta, come accadeva un pò dovunque in quegli anni pionieristici, sarebbe stata il fatto che questo tipo di attività supplementare, al di là dello scopo prettamente ricreativo, era l’ideale per tenersi occupati e in buona forma durante i rigidi mesi invernali nell’attesa della stagione del Cricket. Seguendo l’idea e attendendo i vittoriani timbri d’attuazione, si arrivò al giorno della fondazione che le cronache coeve riportano ad una mattina imprecisata del settembre 1878 a seguito, pare, di un'affollata riunione tenutasi presso la Wellington House Arms dove, fra una pinta di scura e l'odore del tabacco Gawith&Hoggarth, si deciderà di denominare la squadra con l’appellativo di Grimsby Pelham. D’altra parte, occorreva avere un minimo di pazienza sulla presunta emancipazione del proletariato e i signori Pelham erano da sempre i grandi proprietari terrieri della zona, noti come i Conti di Yarborough. In realtà a ben vedere, la tolleranza al servilismo nobiliare fu di scarsa durata e difatti, appena pochi mesi dopo, il suffisso venne corretto con il più popolare e diffuso "Town". Insomma, avete capito, era nato il Grimsby Town Football Club. Ovviamente, siccome stiamo parlando di un luogo in cui il lavoro basilare era e resta la pesca, il club non poteva esimersi dall’accollarsi sul crest l’attività principale e allora un paio di sarte cuciscono lato cuore tre pescherecci intenti a solcare una sorta di braccio di mare mosso da onde bianconere. Una versione modernizzata, con un unico battello, e l'inclusione di tre pesci stilizzati fu progettata solo a metà degli anni Settanta. Fatto sta, per esempio, che dal 1979 al 1984 il Grimsby Town è stato sponsorizzato da “Capitan Findus”. La celebre marca di surgelati apporrà il proprio marchio sulle maglie dei mariners a ricordare, se mai ce ne fosse bisogno, il legame fra i prodotti ittici e la cittadina; un’azienda decisamente armonizzata con la società, al punto che una delle stand di Blundell Park fu tirata su con il contribuito dei bastoncini di merluzzo e uno degli sponsor più cari al club, la “Young’s”, (ca van san dir) è un sottogruppo della Findus, naturalmente pure loro tutta forza e niente spine. Grimsby, cittadina nella regione del Lincolnshire, sorta alla foce del fiume Humber presenta altre curiosità interessanti: intanto l’emblema, ossia il monumento più famoso. Per trovarlo occorre scendere in fondo al molo, tra vecchi pescherecci, gabbiani affamati e acqua sporca. E lì che si erge maestosa la Dock Tower, costruita nel 1852 e alta 94 metri. Anche se inutilizzata dal 1892 rimane un orgoglioso ricordo della passata storia locale poiché era adibita a torre idraulica per aprire i cancelli del Royal Dock. Un milione di mattoni circa con all’interno la scala in ghisa più lunga del mondo. Il tutto progettato da un certo Jason William Wild, che dopo un viaggio in Italia si era innamorato della Torre del Mangia di Siena e aveva cercato in qualche modo di riprodurla. Nella zona di Grimsby, inoltre, troviamo in quantità una delle tante cose meravigliose dell’Inghilterra, ovvero i public footpaths: sentieri, o camminamenti aperti al pubblico, che costeggiano campi, fiumi e laghi. Secondo qualche teoria si ritiene che sia possibile attraversare l’intero Regno Unito camminando unicamente lungo i suoi public foothpaths. Per rendersene conto, basterebbe guardarsi intorno e se capitate nella periferia di una cittadina inglese non troppo grande, al termine di una staccionata, vicino a un cancello o al limitare di quello che apparentemente potrebbe sembrare un terreno non edificato tra le case, potreste notare un cartello discreto, rotondo o rettangolare, con una piccola freccia e la scritta public footpath. Guarda caso uno dei più belli pare sia quello fra Grimsby e Cleethorpes dove scorre il Tetney Lock, un canale dove fino a qualche anno fa si poteva bere una birra seduti al caratteristico Crown & Anchor, storico pub della zona che ha visto il suo splendore per un paio di secoli buoni. Per ascoltare buona musica nella fishing town un salto allo Yarbirds è consigliato. Dicevamo non a caso di incamminarsi da Grimsby a Cleethorpes perché il Blundell Park, la casa del Grimsby Town si trova nella piccola frazione accanto a una lingua di spiaggia battuta dai venti e dalle pioggie portate dal mare del Nord. E Blundell Park più che uno stadio è uno scrigno, un frullatore totale di calcio inglese, quaranta minuti a piedi dalla stazione attraverso una serie di strade fiancheggiate da case a schiera, i piloni agli angoli per i riflettori e una Main stand vecchia di 130 anni, la più antica del calcio professionistico inglese costruita in parte con del legname proveniente dal campo originario di Abbey Park grazie alle 10 sterline cadauno versate da 150 appassionati. I mariners, malgrado anni fa siano anche caduti in disgrazia, restano i più titolati dei tre club professionistici provenienti dal Lincolnshire, essendo gli unici ad aver giocato nella massima serie nazionale. Inoltre, è il solo club della regione ad aver raggiunto le semifinali di FA Cup. La prima volta nel 1936 contro l’Arsenal al Leeds Road di Huddersfield; la seconda nel 1939 contro il Wolverhampton Wanderers in uno stipatissimo Old Trafford ai tempi regno di bomber Pat Glover. E se vogliamo possiamo aggiungerci un paio di competizioni “minors” raccolte sotto le cenere. Da queste parti sono passati allenatori decisamente celebri, da Bill Shankly a Lawrie McMenemy, il quale, dopo aver guidato il Grimsby nel 1972 alla promozione nell'allora terza divisione si trasferì al Southampton dove farà l'impresa di vincere la FA Cup nell'anno di grazia 1976. Nel 1979 invece il Grimsby di manager George Kerr (tre stagioni in bianconero e successivamente una bella esperienza da commentatore ai microfoni di Radio Humberside) salirà di nuovo in terza divisione e a sorpresa il salto sarà subito doppio. A fine gennaio dopo una vittoria per 3-0 a Blackpool i mariners dello strepitoso "local hero" Kevin Drinkell non perderanno più una partita. Nel 1995 arrivò da quelle parti l’italiano Ivano Bonetti, primo straniero nella storia del club e subito eletto beniamino dai tifosi locali, al punto che quando venne annunciato la mancanza di centomila sterline per potersi garantire la permanenza di Bonetti dalla sua compagnia di gestione statunitense tenutaria dei diritti “servizi ed immagine”, la cifra venne raccolta per metà dai sostenitori e per metà dallo stesso Ivano, evidentemente scosso dall’affetto di questa gente. Il culmine della sua popolarità lo raggiungerà quando segnò il goal vincente contro il West Brom', squadra fra l'altro piena zeppa di ex mariners a cominciare dal manager Alan Buckley. Su Bonetti inevitabile non parlare di un episodio che passò alle cronache sportive e non solo, ossia la violenta lite avvenuta nel febbraio 1996 negli spogliatoi con l'allora manager del club, Brian Laws. Al termine di una sconfitta casalinga per 3-2 contro il Luton Town, l'allenatore colpì il calciatore italiano al volto, causandogli la frattura dello zigomo che rese necessario il ricovero ospedaliero e un intervento chirurgico. I dettagli dell'accaduto. Secondo le cronache e i racconti successivi, il diverbio scattò perché Laws non tollererava che Bonetti stesse mangiando del pollo negli spogliatoi immediatamente dopo la sconfitta. Le conseguenze pratiche furono che Bonetti subì la frattura dello zigomo e richiese immediate cure mediche. La risoluzione: Nonostante la gravità del gesto che portò al licenziamento di Laws da parte del Grimsby Town, una settimana dopo i due furono costretti dalla società a fare pace pubblicamente davanti alle telecamere. Abbiamo nominato Alan Buckley. Ebbene lui tornerà a Blundell Park nel 1997-98 e onestamente per il Grimsby Town fu la stagione di maggior successo. Buckley nativo di Mansfield, faccia rubizza e due fessure azzurre al posto degli occhi, riuscì con il suo assistente del periodo John Cockerill e con il presidente Bill Carr a portare in seno alla squadra giocatori di accettabili doti tecniche e sufficiente carisma: Paul Groves, Kevin Donovan e David Smith. Poi, a metà stagione, ecco presentarsi, proveniente dall'Huddersfield, Wayne Burnett, che a conti fatti si dimostrò un eccellente affare. A guidare il gruppo in campo ci pensò il difensore e capitano di una vita, John McDermott, uno che ha speso tutti i suoi vent’ anni di carriera a giocare per il salino “Town” detenendo un invidiabile record di presenze tutt'ora imbattuto. Dopo un inizio leggermente complicato la stagione svoltò positivamente spingendo il Grimsby nelle prime posizioni della classifica, in una battaglia per la promozione che vedrà protagonisti insieme ai bianconeri anche Watford e Bristol City, oltre al “costoso” Fulham assemblato dal vulcanico presidente Mohammed Al-Fayed. Buono il percorso in Coppa di Lega che vide i Mariners eliminare team del calibro di Leicester City e Sheffield Wednesday cedendo fisiologicamente il passo solo a Anfield contro il Liverpool. Un anno dove si accesero giovani di valore come Daryl Clare, Danny Butterfield e Jack Lester che stavano diventando ormai parte integrante e significativa della rosa di Buckley. Ma i giorni più belli resteranno quelli dei due viaggi nel nord di Londra. Il Grimsby Town non era mai stato a Wembley e a guardar bene per poco rischiò di essere uno di quei club a non aver mai giocato almeno sotto le torri di lì a poco abbattute per il rifacimento. In quel 1998 le visite furono addirittura un paio per partite di finale entrambe vittoriose. La prima quella valida per il “Trophy” contro il Bournemouth, risolta da al minuto 112 dei supplementari da Wayne Burnett; la seconda un mese dopo per affrontare il Northampton Town nella finale dei play off della seconda divisione. Il Grimsby Town vincerà anche quella grazie al goal di Kevin Donovan, una rete storica che regalò la promozione ai marinai con i loro clamorosi 35000 al seguito. Una stagione unica, anzi, mutuiamo qualcosa dal maestro: il "loro" anno preferito.






domenica 3 maggio 2026

COSE DA TORO

 


Roberto era un ragazzino, mentre la macchina del padre lo portava da Venaria al campo Filadelfia, e come tutti aveva i ragazzini del mondo che giocano a pallone aveva un sogno in testa, tipo un film che si snoda negli anni e culmina in un gesto di pochi attimi. Poi la macchina si era fermata e Roberto era sceso con la borsa da calcio in tela cerata con addosso ancora quell’incanto. Era il giorno del provino. Negli spogliatoi, in mezzo a una ventina di bambini eccitati e spaventati quanto lui, si era infilato la maglietta di Pulici e, al termine di un’oretta di corsa, rincorse, salti e calci, uno dei responsabili che stavano osservando, lo chiama e a mezza bocca gli dice: “bravo, la stoffa c’è”. Roberto farà tutta la trafila delle giovanili, esordirà in seria A, diventerà capitano. Come in quel un sogno, in quel film, che solo lui aveva visto. Eppure, gli è mancato qualcosa alla fine, prima dei titoli di coda, un’appendice di gloria sfumata per poco, anzi, pochissimo. Lui è Roberto Cravero, e, appunto, se non l’ha realizzata e per via di alcuni maledetti centimetri, forse meno. Il desiderio era quello di essere il primo capitano granata della storia ad alzare al cielo una coppa europea. Poteva farcela, potevano farcela. Quella sera, in un Amsterdam luminosa e salmastra, dentro l’ovale scuro e sgangherato dello stadio Olimpico ormai prossimo al restauro. Quando il Torino prese il primo palo della partita pensò che fosse un normale palo colpito nel corso di un normale incontro di calcio, al secondo pensò che fosse un brutto palo, preso in una partita sfortunata. Al terzo... non pensò più a nulla, ebbe la netta sensazione che avrebbero potuto giocare ancora cento anni ma contro il destino non c’era nulla da fare. Via Filadelfia è stata, è resta, la storia del calcio torinese. Se partite dal vecchio campo del Torino, camminando in direzione est, una volta superato piazzale San Gabriele di Gorizia, la strada s’allarga e vi ritrovate in una via che si chiama ancora Filadelfia ma è figlia di un altro mondo. Non è più la via dei ciabattini e degli edicolanti, dei bar e degli elettricisti. È un percorso di grande respiro. Ampio e lineare, senza case e negozi attorno, una pista di velluto che metro dopo metro si srotola sotto i piedi. A sinistra, c’era un cancello verde, quello del complesso sportivo Combi-Caligaris-Marchi utilizzato un tempo dalla Juventus per l’attività delle squadre giovanili e gli allenamenti della prima squadra. A destra flessuoso, lo stadio Comunale, oggi rinnovato e dedicato alla memoria del “Grande Torino”. Nel 1990 ci fu l’inaugurazione del Delle Alpi, un mucchio di cemento e acciaio sputato dalla cattiva amministrazione e dai deliri del Mondiale italiano, un’astronave atterrata ai margini della città e mai amata, perché il cuore dei torinesi, almeno quelli nati nel Novecento, è rimasto lì. Poi accade che Via Filadelfia finisca quasi di colpo in un Corso che profuma di anni Sessanta: corso Agnelli. Le pensiline dei tram, gli alberi, la carreggiata, le macchine che sfrecciano veloci fino all’incrocio con con corso Sebastopoli dove a destra spunta la Curva Maratona. Ma quella sera, la sera del 29 aprile 1992, i granata, erano tutti al Delle Alpi. Bagarini e chioschi fecero affari d’oro: le bandiere con il Toro rampante che saltava fuori dalla coppa UEFA dicevano tutti avrebbero portato sfortuna ma andarono a ruba. Nell’aria una strana atmosfera di paura e fiato corto. Il pubblico, enorme, apparve visibilmente teso, emozionato, stranamente silenzioso. Mancava la gioia un pochino incosciente della semifinale contro il Real Madrid, quell’atmosfera di luce e magia che aveva permesso a “Gigi” Lentini e compagni di affrontare il mito spagnolo senza timori reverenziali e batterlo. Settantamila anime imbalsamate, tutte adagiate educatamente sul loro seggiolino, gli occhi impauriti, pareva si sentissero in colpa per aver osato tanto, quasi fosse troppo chiedere di vincere anche la finale. Un classico da Torino: essere in balia dei fantasmi, della paura di vincere, del terrore di perdere, roba da Toro, da peso del passato, roba insomma che ogni qualvolta il Torino è a un passo dal trionfo si rovescia in quantità industriale sui granata, paralizzando la scena dentro un’insostenibile carico di aspettative. Non a caso, l’Ajax passerà in vantaggio con Jonk, una stilettata feroce da oltre 30 metri sulla quale Marchegiani sembrò non poterci far niente. Nella ripresa qualche fuoco d’artificio, perché diamine, il Torino si scosse, prima pareggiò con Walter Casagrande, un Cristo brasiliano con il vizio del goal e altro, un Cristo che pianse davanti alla Basilica di Superga. Dopodiché però nuovamente olandesi avanti grazie a un calcio di rigore, infine, a sei minuti dal termine ancora Casagrande su assist di Giorgio Bresciani impatterà sul definitivo punteggio di 2-2. Nel tempo dei calcoli delle reti in trasferta, la missione del ritorno apparve complessa. Il Torino doveva vincere ad Amsterdam, e siccome sembrava poco ipotizzabile un roboante 3-3, successe quel che successe. Emiliano Mondonico ad un certo punto non ci sta, solleva una sedia vicino alla panchina e la alza scuotendola ripetutamente nel gesto di volerla gettare in campo, per la rabbia, per la delusione ma non lo farà, non lo avrebbe mai fatto. Tuttavia, quella sedia diventerà in futuro l’ennesimo simbolo di chi tifa questa squadra, contro tutto e tutti, di chi non ci sta e reagisce. Ed è un simbolo “Toro” perché una sedia-come disse lui- non è un fucile è un’arma da osteria.

L' OMINO DI FERRO

  Situazionismo spicciolo, calcoli e fondi di magazzino, tutta gente che due conti in tasca doveva farli e sapeva farli, mica come quegli am...