Roberto era un ragazzino, mentre
la macchina del padre lo portava da Venaria al campo Filadelfia, e come tutti aveva
i ragazzini del mondo che giocano a pallone aveva un sogno in testa, tipo un
film che si snoda negli anni e culmina in un gesto di pochi attimi. Poi la
macchina si era fermata e Roberto era sceso con la borsa da calcio in tela
cerata con addosso ancora quell’incanto. Era il giorno del provino. Negli
spogliatoi, in mezzo a una ventina di bambini eccitati e spaventati quanto lui,
si era infilato la maglietta di Pulici e, al termine di un’oretta di corsa,
rincorse, salti e calci, uno dei responsabili che stavano osservando, lo chiama
e a mezza bocca gli dice: “bravo, la stoffa c’è”. Roberto farà tutta la trafila
delle giovanili, esordirà in seria A, diventerà capitano. Come in quel un sogno,
in quel film, che solo lui aveva visto. Eppure, gli è mancato qualcosa alla
fine, prima dei titoli di coda, un’appendice di gloria sfumata per poco, anzi, pochissimo.
Lui è Roberto Cravero, e, appunto, se non l’ha realizzata e per via di alcuni maledetti
centimetri, forse meno. Il desiderio era quello di essere il primo capitano
granata della storia ad alzare al cielo una coppa europea. Poteva farcela, potevano
farcela. Quella sera, in un Amsterdam luminosa e salmastra, dentro l’ovale scuro
e sgangherato dello stadio Olimpico ormai prossimo al restauro. Quando il
Torino prese il primo palo della partita pensò che fosse un normale palo
colpito nel corso di un normale incontro di calcio, al secondo pensò che fosse
un brutto palo, preso in una partita sfortunata. Al terzo... non pensò più a
nulla, ebbe la netta sensazione che avrebbero potuto giocare ancora cento anni
ma contro il destino non c’era nulla da fare. Via Filadelfia è stata, è resta,
la storia del calcio torinese. Se partite dal vecchio campo del Torino, camminando
in direzione est, una volta superato piazzale San Gabriele di Gorizia, la
strada s’allarga e vi ritrovate in una via che si chiama ancora Filadelfia ma è
figlia di un altro mondo. Non è più la via dei ciabattini e degli edicolanti,
dei bar e degli elettricisti. È un percorso di grande respiro. Ampio e lineare,
senza case e negozi attorno, una pista di velluto che metro dopo metro si
srotola sotto i piedi. A sinistra, c’era un cancello verde, quello del complesso
sportivo Combi-Caligaris-Marchi utilizzato un tempo dalla Juventus per
l’attività delle squadre giovanili e gli allenamenti della prima squadra. A
destra flessuoso, lo stadio Comunale, oggi rinnovato e dedicato alla memoria
del “Grande Torino”. Nel 1990 ci fu l’inaugurazione del Delle Alpi, un mucchio
di cemento e acciaio sputato dalla cattiva amministrazione e dai deliri del
Mondiale italiano, un’astronave atterrata ai margini della città e mai amata,
perché il cuore dei torinesi, almeno quelli nati nel Novecento, è rimasto lì. Poi
accade che Via Filadelfia finisca quasi di colpo in un Corso che profuma di
anni Sessanta: corso Agnelli. Le pensiline dei tram, gli alberi, la carreggiata,
le macchine che sfrecciano veloci fino all’incrocio con con corso Sebastopoli
dove a destra spunta la Curva Maratona. Ma quella sera, la sera del 29 aprile
1992, i granata, erano tutti al Delle Alpi. Bagarini e chioschi fecero affari
d’oro: le bandiere con il Toro rampante che saltava fuori dalla coppa UEFA dicevano
tutti avrebbero portato sfortuna ma andarono a ruba. Nell’aria una strana
atmosfera di paura e fiato corto. Il pubblico, enorme, apparve visibilmente
teso, emozionato, stranamente silenzioso. Mancava la gioia un pochino
incosciente della semifinale contro il Real Madrid, quell’atmosfera di luce e
magia che aveva permesso a “Gigi” Lentini e compagni di affrontare il mito
spagnolo senza timori reverenziali e batterlo. Settantamila anime imbalsamate,
tutte adagiate educatamente sul loro seggiolino, gli occhi impauriti, pareva si
sentissero in colpa per aver osato tanto, quasi fosse troppo chiedere di
vincere anche la finale. Un classico da Torino: essere in balia dei fantasmi,
della paura di vincere, del terrore di perdere, roba da Toro, da peso del
passato, roba insomma che ogni qualvolta il Torino è a un passo dal trionfo si
rovescia in quantità industriale sui granata, paralizzando la scena dentro
un’insostenibile carico di aspettative. Non a caso, l’Ajax passerà in vantaggio
con Jonk, una stilettata feroce da oltre 30 metri sulla quale Marchegiani sembrò
non poterci far niente. Nella ripresa qualche fuoco d’artificio, perché
diamine, il Torino si scosse, prima pareggiò con Walter Casagrande, un Cristo
brasiliano con il vizio del goal e altro, un Cristo che pianse davanti alla
Basilica di Superga. Dopodiché però nuovamente olandesi avanti grazie a un calcio
di rigore, infine, a sei minuti dal termine ancora Casagrande su assist di Giorgio
Bresciani impatterà sul definitivo punteggio di 2-2. Nel tempo dei calcoli delle
reti in trasferta, la missione del ritorno apparve complessa. Il Torino doveva
vincere ad Amsterdam, e siccome sembrava poco ipotizzabile un roboante 3-3, successe
quel che successe. Emiliano Mondonico ad un certo punto non ci sta, solleva una
sedia vicino alla panchina e la alza scuotendola ripetutamente nel gesto di volerla
gettare in campo, per la rabbia, per la delusione ma non lo farà, non lo
avrebbe mai fatto. Tuttavia, quella sedia diventerà in futuro l’ennesimo
simbolo di chi tifa questa squadra, contro tutto e tutti, di chi non ci sta e reagisce.
Ed è un simbolo “Toro” perché una sedia-come disse lui- non è un fucile è
un’arma da osteria.

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