domenica 14 giugno 2026

L' OMINO DI FERRO

 


Situazionismo spicciolo, calcoli e fondi di magazzino, tutta gente che due conti in tasca doveva farli e sapeva farli, mica come quegli americani ricchi che venivano in vacanza sulla Costa degli Etruschi e nonostante le spiegazioni sulla funzione delle necropoli tendevano a sghignazzare su tutte quelle strane buche o grotte, dette tombe, piene di oggetti personali, abiti, ornamenti, armi, utensili domestici e provviste utili ad accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio e garantire il suo status sociale anche nell'oltretomba, ma cosa pretendete, sono americani e non riusciranno mai a dialogare con chi a differenza loro porta sulle spalle secoli di storia con infinito orgoglio. Lasciamo stare. In pratica, tornando in incipit, all’ultima giornata di campionato, quella valevole per la promozione in Serie C2 datata 1987/88 a Cecina dovettero prendere una decisione. Bisognava sostanzialmente non usare la divisa indossata per tutta la stagione e acquistare una nuova muta di maglie, in quanto, in caso di successo era pressoché chiaro che quelle magliette, quei pantaloncini e persino quei calzettoni sarebbero finiti preda dei tifosi in festa. E siccome all’epoca le maglie da calcio, in queste categorie (mescolate di terra, gesso e erbetta) te le facevano pagare care e non te le regalavano a vagonate intere come avviene oggi, andavano conservate almeno un altro anno se ancora in buone condizioni, al limite per ovviare a qualche inevitabile strappetto si portavano a rattoppare da mani esperte di sarte. Il Presidente Riccardo Riccucci e il direttore sportivo Fabrizio Callai si recarono allora in un negozio di articoli sportivi e ordinarono una quindicina di maglie del Barcellona, prive di emblema societario, ma insomma si capiva, quelle erano, e l’ultima giornata in casa contro i bianconeri del Roteglia nello scalcinato stadio intitolato a “Loris Rossetti” (il capitano mai dimenticato) locato fra le case di Via Giacomo Puccini e Via Catalani (toh la coincidenza...), il Cecina entrò in campo con questa inconsueta divisa che in fondo, in quel particolare momento, blaugrana o rossoblù, poco importava, d’altra parte il tempo stringeva e non si stette troppo a pensare alla scala di colori leggermente virata dall’originale. Certo mancava il simbolo d’ogni cecinese che si rispetti ossia “l’Omino di ferro” appuntato in mezzo allo stemma, perché l’omino di ferro a Cecina è un’istituzione, anzi è dappertutto. La sua riproduzione in terracotta viene regalata in qualsiasi cerimonia, nei matrimoni, il periodico comunale lo richiama nel nome, una statua figura al centro di piazza XX Settembre… Ma chi era? Alla biblioteca Comunale mi spiegano che il mito, tramandato dalla voce popolare per generazioni, risale all’epoca in cui a Cecina c’erano in partica solo il castello del Fitto Vecchio, la stazione postale, poche sparute case coloniche e molte paludi, citando a braccio il libro “Cecina tra storia e leggenda”, di Bruno Genovesi e Fabio Guerrini. I calessi e le dirigenze che transitavano da queste parti erano spesso preda degli assalti di briganti armati di moschetti che spadroneggiavano incontrastati, senza gendarmi a dar loro la caccia. Pare che l’Omino di ferro, così ribattezzato per il coraggio dimostrato, la forza di piegare ferri di cavallo a freddo e la mira eccezionale, altri non fosse che il “mastro di posta”, che aveva il compito di mantenere libera la zona dai cinghiali e dai numerosi serpenti e lavorava come oste. Nella sua locanda trovavano ristoro i pochi viaggiatori, visto che quella di Cecina era l’unica stazione di posta tra Livorno e San Vincenzo. Grazie al suo impegno contro i banditi, il personaggio conquistò una grande notorietà, divenne un personaggio temuto e rispettato, meritandosi l’appellativo per cui è passato alla storia, ora valorizzata dalla comunità. Prima di tornare al calcio, aggiungo, per chi erroneamente tendesse a pensare che esista una Maremma toscana diversa da quella grossetana, che non corriponde a verità poichè anche qui, prima delle bonifiche si moriva si malaria. Cecina Mare un tempo si chiamava molto più modestamente Cecina Marina e, appunto, esistevano paludi malfamate lungo la costa. Si diceva, ad andarci a una cert'ora la sera, c'era da buscarsi ancora la malattia. Fu solo dopo la Grande Guerra, che aihmè inghiottì esistenze, risorse e lavoro, che lentamente Cecina con una modesta tramvia a cavalli si ricongiunse alla spiaggia dopodichè è stata creata, attigua una meravigliosa pineta, un sobborgo Marittimo rinominato “Marina di Cecina” con case, ville, ristoranti, rotonde balneari e cabine da bagno. A dire il vero, forse non sarà come a Livorno dove già a fine Settecento si potevano vedere le prime strutture per le “bagnature di mare o bagni di sole”, comunque questa sorta di “cordone ombelicale” urbanistico fra Cecina e la sua frazione in riva al mare la si può anche riscontare nelle pagine di Carlo Cassola, l’autore di “La ragazza di Bube”, che a Cecina era venuto a metter radici per qualche tempo nell’estate del 1949 per esercitare il mestiere di professore al liceo Fermi. In un altro romanzo cult dell’universo “cassoliano” come “Il taglio del bosco” (siamo qualche decennio più avanti) non ci sono più tram trainati da cavalli bensì gli autobus: Pepo e Alfonso vanno a Cecina Mare ma pagano lo scotto della capatina in trattoria perché arrivano tardi alla fermata e siccome avrebbero dovuto aspettare un’ora decisero di fare a piedi i due chilometri che separano Cecina da Marina. Adesso gli edifici si sono moltiplicati e la distanza è la metà della metà, anzi quasi non ce n’è. Di più: il bagnino-ragazzino che accompagna Anna dice fiero di essere di Marina. Insomma, Cecina luogo di mare e di vacanza il fruscio del mare, la sabbia, il classico rumore delle cicale, che viene dalla pineta. Quel rumore, come diceva mio nonno che le cicale lo fanno con la pancia. Un ronzio monotono, ma in fondo a me sembra il simbolo dell'estate. E poi quello stadio, Il Marconi, arso dal sole con un paio di tribune ai lati dove nel 1988 al Bar Fiorenza finiranno anche i semi salati e alla pasticceria Mille dolci appena fuori l’ingresso principale fecero affari d’oro, perché come accennato per la prima volta vide una serie professionistica vincendo il torneo Interregionale superando di un paio di punti in classifica quel Carpi che un giorno ancora lontano a venire , pensa te,  finirà pure in Serie A. L’Associazione Calcio Cecina nacque nel 1924 ma la sua stabilità nel mondo sportivo arriverà quattro anni più tardi. La promozione del 1988 fu merito di mister Andrea Prunecchi e non fu un salto nel vuoto perché i rossoblù resteranno nella categoria per otto anni con discreto rendimento. Al Cecina si era  avvicinato da qualche anno lo sponsor “Belfiore”. Una delle maglie del periodo (non quella della foto, comunque non male) fu una divisa inquartata in 4 rettangoli simmetrici rosso e blu, presenti sia nel fronte che nel retro della maglia, a parti invertite; le maniche speculari, il colletto è invece blu. Sul retro troviamo i numeri serigrafati in vernicetta bianca. Al centro della maglia, con una toppa bianca cucita alla maglia, troviamo lo sponsor commerciale una locale azienda conserviera a carattere familiare attiva fin dal 1952 e fondata dall’omonima famiglia di origini molisane. E questo fu lo sponsor presente quando il club rossoblù fu promosso in serie C2 nel 1988. La squadra (si dice sempre in queste occasioni ma indubbiamente è vero perché quando si ottiene un risultato di prestigio la cosiddetta chimica di gruppo è presente o quantomeno formulata in dosi corrette) riuniva un gruppo di giocatori giusti per quel tipo di adempimento, partiti per centrare la salvezza in tempi brevi e poi invece addirittura saliti di categoria. Certo, la fortuna, trottola indispensabile, ha aiutato, perché a Pietrasanta vincemmo per caso a Carpi fu una battaglia decisa da episodi. Tuttavia, il resto  era esclusivo merito loro. Francesco Filippeschi, Michele Guzzardo e Gianni Lecci sono alcuni dei ragazzi cresciuti nel vivaio e pronti, con i senatori Eugenio Zangrillo e Luca Peselli, a onorare la casacca versando non trascurabili contributi personali alla causa. Enrico Barsotti e Luca Manzi, gli autori del “Romanzo rossoblù”, li ricordano con piacere tra le pagine piene di aneddoti, risultati, soprattutto emozioni, cosi come il capitano Massimiliano Mancini, l’esperto portiere Luciano Marianelli, il terzino Alessandro Caioni, e poi Marco Cei, Rinaldo Nanni, il regista Stefano Mancini, Daniele Castorani e il bomber Walter Cardinali che era il figlio di Marco Cardinali, il direttore del celebre “Vernacoliere” ma a dire il vero dopo la retrocessione seguita a uno spareggio perso nel 1996 la Cecina del calcio ebbe sempre meno da ridere.  

 

giovedì 4 giugno 2026

UN CONCETTO DI FELICITA'

 


“Fuggi da Foggia” è scritto a grandi lettere sparate con lo spray sui muri sbreccati della cittadina. Navigando nel web locale mi sono imbattuto su un blog del tutto particolare dal titolo: “Il culo e il cielo”. Ormai è datato, ma direi che merita di essere letto, non fosse altro perché è scritto da un foggiano, e parla di Foggia e dei suoi problemi. Sono visioni dal fondo, dai quartieri carichi di umori e malumori. Un articolo parte con un paradosso: "Viviamo in un posto che ha qualcosa di straordinario. Viviamo in uno dei paesi ricchi e tuttavia la nostra è una città povera. Non solo povera. È una città incolta, selvatica, anche piuttosto mafiosa. È una città del terzo mondo che tuttavia appartiene all’Occidente ricco e civile. Capite l’importanza della cosa. Noi siamo a terra. Noi siamo con le spalle a terra, gente. E quando si è stesi a terra si gode di una visione non comune. Puoi osservare il culo della gente, o guardare il cielo. Vedere il mondo dal di sotto, o contemplare ciò che è al di sopra di ogni miseria. Puoi essere al tempo stesso cinico e poetico". Diasagi, povertà, disoccupazione, mancanza atavica di progettualità. Appigli di salvezza? Beh, come dovunque il calcio è un collante, una distrazione dalla pesantezza del quotidiano, una maniera per riconoscersi. Qui lo ha fatto, cerca di farlo tutt'ora, da quel luglio del 1920 quando nacque lo Sporting Club Foggia sotto la guida del Colonello Carlo Gigliotti. I satanelli, per via del colore delle maglie, di quei due diavoletti nello stemma realizzati graficamente nel 1986 da Savino Russo. Ma i satanelli potevano avere un buon rapporto con Padre Pio? Tralasciando i calci delle origini, da oltre mezzo secolo circola una storia in cui la densità del sacro e la calamita laica del pallone si intrecciano, forse, perché in fondo, senza voler peccare di blasfemia sempre due fedi rappresentano. La vicenda è quella che riguarda Padre Pio da Pietrelcina e la celebre partita Foggia-Inter disputata l’ultimo giorno di gennaio del 1965. Alla vigilia dell’incontro, il frate, su richiesta della società nerazzurra, ricevette la  squadra milanese e lasciò intendere che l’Inter avrebbe perso allo "Zaccheria" ma l'Inter  in seguito avrebbe vinto lo scudetto. Ovviamente il pronostico appariva sorprendente. Padre Pio non aveva particolare dimestichezza con il calcio e quella era la Grande Inter di Helenio Herrera, campione d’Europa e del Mondo. Il Foggia, al contrario, si trovò catapultato in Serie A per la prima volta dopo il terzo posto conquistato nella cadetteria la stagione precedente. Eppure, il campo confermò la previsione inattesa: i satanelli vinsero 3-2 e quella sconfitta rimase l’ultima subita dai nerazzurri nel torneo: Marcatori: Lazzotti al 49°, Nocera al 54°, Peirò al 63°, Suarez al 74°, Nocera al 77°. Da lì l’Inter farà una rimonta impressionante, colmò il distacco dal Milan capolista e chiuse vittoriosamente il campionato. Secondo le testimonianze, l’incontro tra Padre Pio e l’Inter durò pochi minuti. L’allenatore e il capitano portarono il saluto della squadra e un’offerta, accolta con ironico distacco dal frate, che lasciò intendere come la fede non potesse essere barattata con un successo sportivo. E poi però ci sono gli anni Settanta del Foggia, quelli di Gianni Pirazzini, numero 4, capitano e bandiera dei rossoneri. In questo caso il libro da leggere è “Una vita da capitano” Edizioni il Castello, scritto dal giornalista del Corriere del Mezzogiono Domenico Carella ed impreziosito dalla prefazione curata da Franco Ordine. Racchiude al suo interno un’intervista di ben 325 pagine, proprio al grande Gianni Pirazzini, chiamato a raccontare in prima persona le tappe più belle e significative della sua vita, dai natali fortuiti sul letto della Curia del palazzo vescovile di Cotignola, fino ai trentuno anni di sudore spesi con la maglia del Foggia, divisi in 13 da calciatore, 5 da direttore sportivo, 7 da team manager e 6 da responsabile del settore giovanile. Una storia affascinante, di affetto, che si snoda attraverso le tappe di una vita ai più sconosciuta, fatta di duro lavoro presso una fornace produttrice di laterizi e di un’incredibile storia calcistica diventata con gli anni leggendaria. Un percorso che Pirazzini ripercorre assieme ai lettori, che vedranno crescere e maturare, rigo dopo rigo, quel ragazzino biondo di Cotignola, in provincia di Ravenna, che passava le domeniche in piazza con gli amici ad ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”, che sognava di conoscere José Altafini e infine riuscì a giocarci contro, sfiorando la convocazione in Nazionale italiana. Proprio lui, che giurando fedeltà ai colori rossoneri ne è diventato l’indiscussa bandiera. Le 374 presenze hanno fatto di Pirazzini l’uomo immagine del Foggia e di Foggia a livello nazionale, una sorta di icona di lealtà sportiva, eleganza e doti atletiche. Il volume, arricchito da ben 425 foto, tratte dalla collezione privata della famiglia, dall’archivio di Ruggiero Alborea (nipote del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Giovanni Spinelli) e dai sapienti scatti di Giuseppe Panniello ed Ernesto Tufo di Casa della Fotografia, punta ad essere un inestimabile album dei ricordi, imperdibile per ogni tifoso rossonero o appassionato. I lettori nostalgici che avranno modo di sfogliarlo ripercorreranno, pagina dopo pagina, le più belle istantanee della squadra, mentre i più giovani avranno modo di conoscere un Foggia molto diverso da quello degli ultimi anni, fatto di grandi campioni e di vittorie, raccontate con garbo dalla bandiera e capitano di tutti coloro i quali si identificano ancora in quella maglia. Pirazzini dice: “Senza dubbio mi è rimasto un calcio diverso, fatto di sacrifici. Specialmente all’inizio: quando debuttati con il Ravenna, in Serie C, i giovani non erano considerati molto. Ho dovuto rinunciare a molte cose per arrivare a realizzare il sogno che mi portavo fin da bambino”. Aver vestito solo due maglie, in un’intera carriera, è senza dubbio una rarità. Soprattutto al giorno d’oggi, in cui i leader carismatici di un club sembrano scomparire. “Ad oggi ci sono troppi interessi, e (questo è un mio giudizio personale) il giocatore cerca sempre di andare dove c’è il maggior guadagno. Ai nostri tempi, invece, c’erano molti più giocatori che decidevano di sposare una determinata causa. Io, per esempio, ho deciso di rimanere a Foggia, facendo anche dei sacrifici. Mi sono sempre posto il dilemma di approdare in un grosso club, dove se sbagli un paio di partite sei morto. A Foggia, invece, nonostante qualche errore, le persone tenevano comunque a mente il tuo valore”. Arrivò il presidente, Pasquale Casillo, l’imprenditore del grano che un giorno si innamorò di Zeman, gli offrì un contratto dopo averlo visto perdere 4-1, gli pagò anche il primo premio partita dopo una sconfitta in casa col Sorrento. Lo chiamava Sdengo, oppure Zemàn con l’accento sulla a. Zdeněk Zeman, un biondino ceco, tabagista incallito e taciturno, tanto da essere battezzato “il muto”. L’altro lussureggiante, per tutti “Don Pasquale”. Nel documentario tutto è duetto. “Tu parlavi poco- accennava Casillo- ma facevi danni”. Una sorta di lato B di Mourinho, ecco cos’era Zeman. Con Moggi nel mirino. Il calcio in farmacia, il doping, la Gea. Lui paga sempre quello”, giura Casillo, assolto nel 2007 dall’accusa di associazione camorristica, a 13 anni dall’arresto. Zeman lo disse subito che si trattava di un abbaglio. Quando uscii dal carcere, lo aspettava fuori. Una coppia vera. Un giorno Zemàn andò a Caserta per vedere una partita, poi finirà in un ristorante di Napoli a parlare del suo passaggio al Parma. “Con Luciano Moggi e Sogliano”, lo racconta il boemo in persona. Casillo aggiunge dettagli: “Ora mi fai ricordare. A me lo disse un cameriere, era del mio paese. Per un mese ho tenuto un mio dipendente fuori la sede del Parma a controllare”. Esonerato, dunque. Zeman andò davvero al Parma. Poi tornò. “In quegli anni ho parlato anche con l’Inter, con l’Udinese, con tanti, ma sono rimasto a Foggia lo stesso”. Foggia, dove giocava a carte coi magazzinieri e prendeva caramelle dai tifosi. Nel documentario ci sono pure loro. Uno a cui Zeman regalò un impermeabile, un altro che si vanta di avergli trasmesso il vizio del fumo. “Abbiamo sempre fatto sceneggiate, noi”. Casillo si lamenta del miliardo e mezzo speso per Signori? Zeman allora lo invita a vendersi un mulino. Altro che vendere un mulino. “Non ci ho rimesso col calcio. Ho guadagnato soldi a quintali: 55 miliardi. Zeman non era venale. Aveva solo bisogno di 20 mila lire al giorno per le sigarette”. E poi c’era la squadra. C’è il terzino Codispoti, al quale misero cento mila lire nella scarpetta sinistra perché imparasse a crossare meglio; c’è Signori che imita Casillo (“Aggia fà ‘a squadra cchiù fforte d”o Milàn”), c’è Rambaudi che imita Zeman. Le immagini degli allenamenti sui gradoni dello stadio, quelle dell’incontro con papa Wojtyla. Zeman si svela un po’: “Dovevo fare il duro, non lo sono mai stato. Mi è sempre piaciuto vedere cosa succedeva intorno a me, e succedeva sempre qualche cosa. La mia maestra elementare diceva che avrei dovuto fare cinema”. La squadra correva come se avesse dentro un motore diverso dagli altri. Francesco Baiano, il cecchino di area, piccolo e letale; i già citati Giuseppe Signori e Roberto Rambaudi, il primo che partiva da sinistra e diventava un lampo il secondo un’ala che non si stancava mai di sfidare il diretto avversario e non solo. E poi Igor Kolyvanov, il gigante russo, eleganza e potenza nella stessa falcata. A centrocampo, Shalimov suonava il piano e De Vincenzo pareva correre per due. In difesa, Petrescu e Consagra resistevano, mentre Padalino spingeva come un’onda in piena. Dietro tutti, il giovane Mancini tra i pali imparava a diventare grande. Era calcio verticale, feroce, incosciente. Era “Zemanlandia”. Il Foggia segnava tre gol e ne rischiava cinque, ma alla fine ne faceva sei. Le domeniche allo Zaccheria diventavano liturgie: uomini, donne, ragazzini, contadini dei dintorni… tutti arrivavano come a un pellegrinaggio laico. Per vedere il Foggia. Per vedere il gioco che sembrava venire dal futuro. Il Foggia della spregiudicatezza? O quello di una maggior concretezza? Io direi il Foggia del periodo, bello, impossibile e irripetibile di Zemanlandia, senza distinzioni. Poco importa quale possa essere giudicato più bello. Un lungo periodo di solo "Calcio" quello vero con la C maiuscola, senza calciatori strapagati, senza "calcoli", senza sotterfugi, solo spassionatezza e tanta voglia di giocare, divertirsi e divertire. Il tutto ottenuto solo con il sudore sulla fronte. Per chi non lo sapesse, il Foggia si allenava dappertutto tranne che sul campo dello Zaccheria. Si andava dai gradoni dello stadio con le ripetute da fare con un compagno sulle spalle, ad un vicino campo sterrato di parrocchia che quando era inagibile costringeva la squadra ad occupare l'asfalto del parcheggio dello stadio. Nulla di inventato, è storia. Che dire del pubblico, così tanto elevato in termini di numero che squadre di serie A oggi se lo sognano, immaginate quelle di B. Un pubblico che si è divertito come non mai, che ha sempre accompagnato la squadra con un grande tifo. Al fischio finale grandissimi applausi e cori, indipendentemente dal risultato, vittoria, pareggio o sconfitta. Non era importante, il tifoso aveva assistito ad uno spettacolo. Il prezzo del biglietto? Insignificante rispetto a quello che si era visto. Una squadra potremo dire di perfetti  "sconosciuti" che ha intimorito tanti avversari. Nell’immaginario collettivo, sono ancora vivi il ricordo (e la nostalgia) di quanto di bello fecero vedere quei satanelli di mister Zeman, un patrimonio che appartiene a tutti e non solo ai foggiani. Altro che San Siro, la vera Scala del calcio, l’Università della Dea Eupalla (Brera Docet) era quel rettangolo di cemento dello Zaccheria. Ma c’è stato anche altro, un’altra squadra folle, che il mister allenò nella stagione 1986-1987, durante la sua prima esperienza in rossonero. Ve lo ricordate il Foggia di Stefano Ciucci, portiere che giocava sistematicamente fuori della sua area di rigore, per raccogliere e rilanciare le palle che giungevano dalle retrovie della squadra avversaria, il Foggia dei difensori dal cuore grande come Delio Rossi e dalla velocità capace di far male ad ogni difesa, come Maurizio Codispoti, di centrocampisti dai polmoni inesauribili ma dalla intelligenza sopraffina come Rocco De Marco, Mario Caruso e Roberto Pidone, di attaccanti come Fabio Fratena, Marco Silvestri e Franco Baldini, che sapevano fare rete e trasformarsi in arcigni marcatori, quando, alla fine dell’azione d’attacco, andavano subito a pressare il portiere (avete letto bene, il portiere) e i difensori per impedire agli avversari di cominciare l’azione. Il Foggia poteva giocare anche novanta minuti nell’area avversaria. Al limite prendeva gol alla sola azione d’attacco, la fase difensiva non era – diciamo così – irresistibile. Ma che Foggia, ma che spettacolo. Zeman prese in mano la squadra pochi giorni prima dell’inizio del campionato che una sentenza del giudice sportivo aveva condannata alla retrocessione per un tentativo di corruzione. Qualche giorno prima dell’inizio del torneo venne accolto il ricorso del Foggia, e la retrocessione fu trasformata in una penalizzazione di cinque punti, che sembrò però quasi una retrocessione posticipata alla stagione successiva. Occorreva una missione impossibile, che venne affidata al boemo. Quando arrivò, il Foggia non aveva neanche undici giocatori nel proprio organico. Lui e Peppino Pavone fecero il miracolo, allestendo una formazione da sogno. Il Foggia sfiorò soltanto la promozione, concludendo il torneo all’ottavo posto, che sarebbe stato il terzo se non ci fosse stata la penalizzazione: purtroppo la bellezza non sempre si concilia con la concretezza. Ma che squadra, che gioco. Quando tre anni dopo il boemo tornò sulla panchina rossonera (lo so che sembra una bestemmia, ma è un po’ così), forte forse anche dell’esperienza professionale che aveva maturato altrove (aveva allenato il Parma, e poi il Messina, in serie B) mise sempre in mostra lo stesso gioco spumeggiante e offensivo che l’avevano segnalato all’attenzione del calcio italiano, ma con una certa, minore spregiudicatezza rispetto al primo anno. Una minore spregiudicatezza che produsse anche ad una maggior concretezza, in termini di risultati e di vittorie. La stagione successiva sarà quella della promozione in Serie A. Il Foggia divertiva ma faceva pure penare con quella difesa altissima, il pressing forsennato e movimenti offensivi sincronizzati da essere illeggibili. Chiuderà il campionato 1990-1991 con un primo posto che volle dire ritorno in massima serie dopo tredici anni di attesa. Il resto è storia nota. Il vero mito di Zemanlandia nascerà proprio in Serie A e grazie a risultati sorprendenti. Quella che sfiderà le grandi del calcio italiano sarà una squadra meravigliosa capace di imporre il proprio gioco, un’attrazione a livello nazionale, un fenomeno capace di calamitare la gente negli stadi. Attacchi forsennati, uniti a clamorose imbarcate, diventeranno sinonimo di spasso. La squadra di Zeman poteva prenderle da chiunque, ma poteva anche darle a chiunque e quando chiuderà la sua prima annata in Serie A al nono posto e ad un soffio dalle posizioni che valgono l’Europa, ci sarà un dato che balzerà subito agli occhi di tutti: la squadra rossonera aveva il secondo miglior attacco alle spalle di quello del Milan con 58 goal segnati, e la seconda peggior difesa dopo quella dell’Ascoli con altrettanti goal subiti. Il Foggia insomma non faceva prigionieri: prendere o lasciare, strano perché in Italia siamo abituati ad un qualcosa di molto diverso. Nel nuovo Foggia la stagione seguente ci saranno Di Biagio, Grassadonia, Medford, Seno, Bresciani, Caini, Sciacca e Biagioni, oltre a Bryan Roy, talento olandese portato in Italia da un giovanissimo Mino Raiola. Sono tutti elementi che la Serie A l’hanno vista solo in televisione, ma saranno anche gli uomini che consentiranno a Zeman di completare la sua impresa più grande. La volontà di Zeman in fondo è un’idea semplice che non nasce dalla voglia di stupire, ma da una banale convinzione. “Ai giocatori non piace difendere, loro sono felici quando attaccano”. Un concetto di felicità se vogliamo, ma per portare questa felicità in campo bisognava paradossalmente passare dalla sofferenza. Quel Foggia, dato da tutti per spacciato ad inizio stagione, sfiorerà di nuovo la qualificazione europea e quello successivo, che sarà altrettanto rivoluzionato, si piazzerà ancora nono in campionato. Tre anni di fila in Serie A, tre stagioni spettacolari. Zeman ormai in città non era più un semplice allenatore, era un mezzo profeta che portò in alto il nome di Foggia, quando, nessuno voleva più fuggire.



                                     


SCACCO MATTO

  Sembrava quasi fatta. La semifinale d’andata di Coppa UEFA del 10 aprile 2003 era stata una di quelle a cui “A Bola” in genere dedica tito...