domenica 19 luglio 2026

SCACCO MATTO

 


Sembrava quasi fatta. La semifinale d’andata di Coppa UEFA del 10 aprile 2003 era stata una di quelle a cui “A Bola” in genere dedica titoli a caratteri importanti. Il Boavista aveva sfiorato la vittoria al Celtic Park, uno stadio ritenuto quasi inespugnabile; dopo quel pareggio per 1-1, mancava solo il ritorno in casa nella catinella inquartata del “Do Bessa” esalante odore di “francesinha”, un panino sostanzioso a base di carne e formaggio. Qualificandosi, le “Panteras” avrebbero raggiunto la loro prima finale europea dando vita a uno storico derby tutto portoghese contro i rivali cittadini del Porto che avevano praticamente già fatto fuori la Lazio. Invece, dopo ottanta minuti di dominio e occasioni sprecate, Henrik Larsson spezzò i sogni di gloria del Boavista mandando gli scozzesi a contendere il trofeo in quel di Siviglia. Ecco, se vogliamo, le avvisaglie della crisi del Boavista cominciarono quella maledetta sera. Ora però, rimettiamo la puntina del giradischi, anzi meglio dire del grammofono, esattamente cento anni indietro da quel giorno. I fratelli Harry e Dick Lowe, inglesi da stampo utili per le  riviste di somatologia dell’epoca, forse un pochino troppo pallidi nonostante quel sole da proscenio di Oporto, i capelli chiari con la basetta a fedina, qualche lentiggine da copione, gli occhi a mezz’asta pronti a drizzarsi come bandiere di mille mercantili alla vista di un buon bicchierino di Gin anche se lì, in Portogallo, avevano cominciato ad apprezzare taluni vini locali, si direbbe liquorosi. Lavorano in un’industria tessile a Ramalde, piccolo centro a sé stante, una frazione, pronta ad essere inglobata nella cerchia urbana della città, inclusa in un’ampia area dai confini imprecisati conosciuta come “Boavista”, che dalla rotonda di Praça de Mouzinho de Albuquerque si sviluppava lungo l’omonima Avenida e in circa cinque chilometri arrivava all’oceano. La fabbrica risultava di proprietà di William Graham, grandi baffi a manubrio, bombetta d’ordinanza e orologio a cipolla nel taschino del panciotto in tweed, solo che lui a Oporto preferisce i fumi e l’aria frizzante di Glasgow ma naturalmente si teneva ben informato sulle attività e sui bilanci attraverso una fitta corrispondenza con i due di cui sopra. In una lettera del 1903 spedita dal Regno Unito e timbrata dalle poste del nuovo Re, Sua Maestà Edoardo VII, venne allegato un pacco inviato dal padre di Dick e Harry contenente un inconfondibile pallone da calcio: vescica di maiale incamiciata con robuste strisce di cuoio cucite a mano. Loro a dire il vero preferiscono il Cricket, tuttavia Football signori, anzi Boavista Footballer’s, così infatti si chiamerà la squadra mista composta da operai inglesi e portoghesi che fra il perplesso e il divertito cominciano a sgambare sul terreno di “Bessa” in completo nero, almeno fino a quando le pulsioni identitarie provocheranno un diverbio: i portoghesi cattolici non vogliono giocare alla domenica, gli inglesi per lo più anglicani, pretendono di giocare al sabato. Il diverbio non può essere sanato se con uno scisma definitivo: nella primavera del 1910 nascerà il Boavista Futebol Clube, pura sangria portuguese. La maglia classica, come l’abbiamo conosciuta, ossia uno degli elementi più iconici del Boavista appare a partire dal 1933, quando il club adottò la celebre divisa a scacchi bianchi e neri. Si dice che l'ispirazione toccò il Presidente del periodo, tale Artur de Oliveira Valença, che durante un viaggio in Francia vide una squadra francese con quel particolare tipo di disegno e subito la vorrà adottare a simbolo di un club che aveva l’ambizione di essere "diverso" e riconoscibile. Indossare quella maglia da allora significò far parte di una famiglia, di un quartiere e di un popolo che non temeva nessuno, guadagnandosi il pleonastico soprannome di "Os Axadrezados" (gli scaccati). Ora, leggere l’albo d’oro del campionato portoghese resta un esercizio per rilassarsi, una sorta di meditazione o di yoga, chiamatela come volete, che ogni bravo psicoterapeuta dovrebbe prescrivere ai suoi pazienti affetti da ansia e attacchi di panico. Una litania con effetto sedativo in cui si leggono essenzialmente tre nomi: Benfica, Porto, Sporting Lisbona. Le uniche due eccezioni in calce riportano 1946 Belenenses e 2001 Boavista, il fatto poi che i due club si odino è implicazione di ordine cavilloso sulla quale non mi soffermerei. Il nome da spendere casomai è quello  di Valentim dos Santos Loureiro, accademico, barba da dissidente, socialdemocratico senza troppa convinzione che assunse il controllo del club a scacchi nel 1974, una data fondamentale per la storia sociale e politica del Portogallo: il 25 aprile, la Rivoluzione dei Garofani aveva abbattuto il regime salazarista e aperto il paese al rinnovamento; sul fronte sportivo, questo consentirà la fine del monopolio statale sulle società di calcio e l’emergere di alcuni nuovi club, in particolare nel nord del paese, da sempre avverso alle squadre dell’area di Lisbona, che invece godevano di maggiori favori governativi. Nel 1975 arriverà la prima vittoria nella coppa nazionale (la cosiddetta Taça de Portugal) battendo 2-1 il Benfica allo Stadio Nazionale Da Luz. Si trattava del Boavista di Salvador Almeida e Manuel Barbosa allenato da José Maria Pedroto che a fine gara afferrò il trofeo con entrambe le mani e inscenò un siparietto dove allontanava tutti cercando di far credere che quella coppa lui non l’avrebbe ceduta nelle mani di nessun altro. Va da sé che l’anno di grazia inciso nella mente di tutti è quello di inizio millennio, la stagione 2000/01 quando già il vecchio Loureiro aveva passato il timone della società al figlio João, fino ad allora noto come il cantante di un gruppo pop. Va detto che per lungo tempo, il club fu oscurato dal suo illustre vicino cittadino, il Porto, avendo la reputazione di essere una squadra satellite e un vivaio per le "tre grandi". Spesso, i suoi migliori giocatori o le sue giovani promesse venivano ingaggiati da club più blasonati: Jimmy Floyd Hasselbaink e Nuno Gomes sono solo un paio di esempi di giocatori che hanno poi avuto carriere di successo dopo l'esperienza all'Estádio do Bessa. A dire il vero anche quella del 2001 non risultava squadra nemmeno irresistibile anche a vederla in controluce di una bottiglia di Brandy, eppure venne costruita saggiamente. In porta un nome noto: Ricardo Alexandre Martins Soares Pereira, più conosciuto come Ricardo; all’epoca ventiquattrenne, che l’anno prima aveva sottratto il posto di titolare al camerunense William. In difesa, i centrali sono il capitano Litos, cresciuto nel vivaio, e Pedro Emanuel poi campione d’Europa con il Porto di Mourinho. A sinistra Erivan, a destra uno tra Rui Oscar e Nuno Frechaut. Centrocampo a tre: i due mediani sono Rui Bento, giocatore di rottura, poco avvezzo al goal ma grandi polmoni e buona dose di grinta; Petit che fino a quel momento aveva vagato tra squadre di basso livello, infine uno tra Pedro Santos e Geraldo a completare il reparto. In attacco: Martelinho, attaccante piccolo e veloce, reduce da una stagione pessima in cui non era mai riuscito a trovare la via della rete, Whelliton, giunto due anni addietro dal Corinthians, Elpidio Silva, appena acquistato dallo Sporting Braga, Duda, giunto dall’Alverca dove non aveva impressionato. L’allenatore però è Jaime Pacheco: quarantadue anni, alle spalle una stagione al Vitoria Guimaraes. Da giocatore era stato una bandiera dei rivali cittadini, il Porto, con il quale aveva vinto la Coppa dei Campioni del 1987 e non solo. Pacheco riuscì a motivare i giocatori che non rendevano al meglio e instillò in loro una forte etica del lavoro, che divenne la pietra angolare della sua filosofia calcistica. Pacheco veniva talvolta paragonato a un sergente dell'esercito e, grazie alle sue doti organizzative, trasformò il Boavista in una delle squadre più ostiche d'Europa. Lo stesso Fabio Capello disse della sua squadra: "Nessun altro in Europa gioca in questo modo". Senza ombra di dubbio l’uomo che dette qualcosa in più fu è il fantasista boliviano Erwin Sanchez, soprannominato affettuosamente Platini. In sostanza quel Boavista non rappresentava una squadra fenomenale, ma aveva carattere, giocava un calcio offensivo e stava acquisendo una certa esperienza in Europa. A  otto giornate dal termine, il Boavista poteva concedersi il lusso di sei lunghezze di vantaggio su Porto e Sporting. La missione, imprevista in partenza, apparve fattibile, c’erano entrambi gli scontri diretti da giocare, in particolare il ritorno con il Porto all’ultima di campionato fuori casa al Dragao. Ma a due giornate dalla fine il Boavista può sfruttare i quattro punti di vantaggio sul Porto e nella gara interna decisiva contro il Desportivo Aves non ci sarà mai partita (e non doveva esserci): le pantere cinsero d’assedio gli ospiti e passarono in vantaggio a metà del primo tempo grazie ad una punizione di Erwin Sanchez, deviata da José Soares. Nella ripresa, Elpidio Silva e Whelliton suggellarono la vittoria: finirà 3-0 e il 18 maggio 2001, per la prima e unica volta, il Boavista sarà campione di Portogallo a cinquantacinque anni di distanza dal successo del Belenenses nel dopoguerra. I bianconeri chiuderanno il campionato con 77 punti contro i 76 del Porto e i 62 dello Sporting, completamente schiantato nel finale; un titolo conquistato perdendo appena 3 partite e vincendone 16 su 17 al Do Bessa, vero trascinatore emotivo della squadra durante tutta la stagione. Purtroppo, le notizie d’attualità ci dicono che il Boavista è fallito. Già da qualche tempo, l’aria che si respirava attorno alla situazione finanziaria del Boavista non era delle migliori: dalle notizie delle bollette del centro sportivo non pagate a quelle che riferivano di uno stadio inagibile, anche per via di un mancato pagamento di 7 milioni di euro nei confronti della ditta che si era occupata della ristrutturazione dell’impianto. Mesi in cui il presidente Gerard Lopez è rimasto sostanzialmente in silenzio fino alla svolta degli ultimi giorni, l’esplosione finale di una miccia accesa di fatto nel 2021, anno in cui Lopez aveva rilevato i due terzi delle quote del club. Alla retrocessione in seconda divisione, infatti, si è aggiunta la tegola di alcune scadenze bucate in maniera rocambolesca. I giornali locali hanno riportato l’esistenza di un profondo rosso nei conti e del ritardo di un bonifico dall’entità tutto sommato contenuta (2,5 milioni di euro) che ha fatto saltare in aria il club. E adesso? Il fallimento di una squadra di calcio è molto più di una crisi finanziaria; rappresenta una vera e propria frattura sociale e culturale per un'intera comunità, la perdita della memoria storica. Nello sport, i club non sono soltanto un'azienda commerciale, ma i custodi di un racconto condiviso e di un senso di appartenenza territoriale che definisce un'identità collettiva, il collante di generazioni diverse di tifosi, perderlo, lascia un vuoto incolmabile, una frattura. In ogni caso, “Boa sorte panteras”, per quello che può valere.



                                        


Nessun commento:

Posta un commento

SCACCO MATTO

  Sembrava quasi fatta. La semifinale d’andata di Coppa UEFA del 10 aprile 2003 era stata una di quelle a cui “A Bola” in genere dedica tito...