venerdì 20 febbraio 2026

VESPA SPECIAL

 


Il giorno dopo, fra il pungente e l’ironico, la Gazzetta dello Sport titolò in prima pagina: “Ai Mondiali il Pontedera”. Ma cosa era successo? Niente di particolare se vogliamo essere del tutto sinceri, solo accadde che la Nazionale Azzurra di Arrigo Sacchi in uno dei test in vista della partecipazione a USA ’94 sostenne un amichevole a Coverciano contro il Pontedera, all’epoca militante in Serie C2, e venne sconfitta per 2-1, reti di Matteo Rossi e Alfredo Aglietti per i granata e di Daniele Massaro per l’Italia. Ripeto, nessuno si cosparse la testa di cenere ma certamente non fu una gran figura per una delle selezioni pretendenti al successo alla Coppa del Mondo. A Pontedera, anni dopo, anzi molti anni dopo, chiamarono persino uno “street artist”, un lussemburghese di nome Joel Rollinger per fargli dipingere un murales in tributo a quell’episodio rimasto sempre ben impresso nella mente degli sportivi pontederesi. Scordatevi la Toscana dei cipressi, la Toscana da cartolina e se vogliamo quella impiegatizia, a Pontedera comanda la fabbrica, l’officina, la fatica quotidiana, qui manca una storia medievale pesante dietro a cui nascondersi. E allora Pontedera è la Vespa, è il miracolo italiano, è l’eponimo ponte sul fiume, è una rivalità irrealizzabile con Pisa, così vicina ma così inafferabile e lontana. Pontedera è la Vespa: un amore celebrato, contestato e fronteggiato. La Vespa no, sia chiaro; lei è la bandiera di una comunità e le bandiere non si strappano: semmai si custodiscono e si proteggono. Anche il lessico corrobora la tesi di un legame stretto e invincibile: quando scrivi “Pontedera”, e un paio di righe sotto vuoi riferirti di nuovo a questo luogo, ma vuoi evitare una ripetizione, ti rifugi in un’espressione: la città della Vespa. Quasi ogni famiglia ha nel suo passato un parente, che è stato a lavorare alla Piaggio e che può raccontare un aneddoto, dallo sviluppo industriale alle lotte operaie. Il male, il bene. I trionfi, le sofferenze, le espansioni, le paure di trasferimento. Assunzioni, promozioni, crisi, scioperi. La vita che scorre nella fabbrica e attorno ad essa. In fondo chi non ricorda sé stesso in sella a una Vespa? Il calcio, inevitabilmente, andrà a intrecciarsi con questa peculiarità locale. Sgombriamo il campo, il Pontedera non ha mai messo nemmeno mezzo piede in Serie B nell'arco della sua storia, iniziata nel 1912 dalla volontà di un gruppo di giovani studenti appassionati di calcio in un territorio in cui fiero vigeva (e vige) la legge e il fascino delle due ruote, non a caso, il gruppo pedatorio non era sbucato dal nulla bensì da un copertone di società ciclistiche: la Vigor e la Giosuè Carducci. Calcio d'avvio vicino alla stazione con camiciotti bianchi torniti dallo stemma comunale e dal motto "Energie concordi nell'amore". Il primo presidente dell'U.S. Pontedera fu Lando Ferretti divenuto successivamente dirigente CONI, mentre la prima partita inevitabilmente fu giocata contro una squadra pisana  (tuttavia il vero derby sarebbe quello con i vicini di Ponsacco ma sapete com’è, alle volte siamo vanitosi e non ci accontentiamo) denominata “Gerbi” e fu una sonora sconfitta. Terreno successivo in via Dante e nuova storia con una nuova divisa neroscudata che resisterà sino al 1928, anno della definitiva adozione del granata con il quale il Pontedera esordirà nel Comunale, costruito nel 1960 in sostituzione del vecchio Stadio Marconcini oramai assediato dai piani regolatori del dopoguerra e quindi non più ampliabile, ostruito dalle abitazioni attigue. Ma le stagioni al terzo livello del nostro calcio sono roba da segnare negli almanacchi perchè Pontedera nel calcio ha significato appunto l'essere filo di frizione della serie C, categoria alla quale si è dedicata con proficuo ardimento per un totale di 31 stagioni complessive compresa l'attuale. Un risultato assolutamente singolare in quanto il club occupa il 3° posto assoluto nella stramba classifica tra le squadre mai state in cadetteria, dietro soltanto al Chieti con 40 presenze e alla Torres con 34. Quella in corso è addirittura la tredicesima stagione di fila in C, con tanto merito per mister Paolo Indiani che qui ha trascorso 5 stagioni e 193 panchine ma stavolta a Pontedera si rischia grosso di chiudere la striscia di campionati tra i professionisti e sugli spalti del piccolo stadio “Ettore Mannucci” (gloria calcistica del posto), simbolo identitario a due passi dal fiume che dà il nome alla cittadina, si mugugna digrignando i denti sperando cambi il vento. Al capezzale è stato chiamato Piero Braglia, 71 primavere e non sentirle, e l’esordio è finito 1-1 contro il Gubbio altra squadra più o meno invischiata nella lotta playout, diciamo il segnale che gli undici in maglia granata non hanno ancora perso la voglia di lottare. Con un binocolo del tempo girato all’indietro possiamo pure rivedere, seppure strapazzate e ingiallite le fotografie del 1956, anno in cui il Pontedera giocò il suo primo derby ufficiale contro il Pisa, e se in casa i nerazzurri furono solo fermati sul pareggio con le reti di Taccola per i pisani e di Bubnich su rigore per i padroni di casa, al ritorno all’Arena Garibaldi il Pontedera vincerà per 2-0 grazie ai centri di Cecchini e Salperi. A guardare nei cassetti si trova persino una vittoria nel torneo Anglo-Italiano in un’edizione abbastanza scarna ma comunque valevole per l’albo d’oro. Le gare furono disputate tutte a Livorno e il Pontedera dapprima sconfiggerà il Road Sea Southampton, dopodichè batterà lo stesso Livorno (vittorioso sul Bognor Regis Town) in finale con il punteggio di 2-1. La stagione da incorniciare resterà quella targata 1993/94, già proprio quella con in curioso allegato la vittoria sulla Nazionale. Il presidente col pinzetto da moschettiere Luciano Barachini scelse un tecnico giovane, al secolo Francesco D'Arrigo, uno che aveva il doppio mento come Francesco Nuti ma molti meno capelli, portatore di talune interessanti idee innovative in senso calcistico. In porta Giulio Drago (detentore ancor'oggi dei minuti di imbattibilità per un estremo difensore, raccolti con la maglia della squadra della sua città, Empoli, minuti in totale 491), linea difensiva con il napoletano Roberto Vezzosi e corroborata dal nucleo arrivato dalla Sestese, Gino Balli e Daniele Allori, Riccardo Rocchini; in mezzo al campo l’esperienza di Stefano Pontis e Paolo Moschetti, l’estrosità di Matteo Rossi e le geometrie di Alessandro Pane, in attacco lo sconosciuto Alfredo Aglietti sarà affiancato da Claudio Cecchini. A supporto una schiera di giovani dalle belle speranze o così si supponeva. Effettivamente dopo poche giornate la D’Arrigo Band era già primatista con numeri da sballo, rimanendo a lungo l’unica squadra imbattuta nei campionati professionistici, indossando una maglia granata griffata “Errea” e sponsorizzata dalla Esanastri, una ditta di etichette adesive in quel di Calcinaia. Maglia con bizzosità fronzoli di troppo, almeno per i miei gusti, ma alla chiara luce dei posteri galante cabala da tintura di febbre e passione. Nel derby casalingo con il Livorno giocato il 15 dicembre 1993 di fronte a 7000 spettatori il Pontedera vincerà 1-0 con una rete del cinico Cecchini, abile a intrufolarsi al punto giusto nella solita carambola in area di rigore e con un pallonetto di testa batterà il  portiere amaranto. Un punto di svolta, un  bel sigillo fu rappresentato dal successo interno contro l’Avezzano per 4-1 deciso dalla solita sfida intestina al goal firmata dal duo ormai intimidatorio Aglietti-Cecchini. L’euforia per la vittoria contro la Nazionale non commosse affatto gli avversari e giocò un brutto scherzo senza sale alla compagine del Pontedera poiché nelle successive sette partite la squadra parve impantanarsi e il Gualdo Tadino ne approfittò per superare i granata in classifica e anche il Livorno si avvicinò pericolosamente. Ripresa la testa del torneo, la promozione passerà dal derby di ritorno dentro un Armando Picchi strapieno, baciato dal sole. Il 4 aprile 1994 fu una giornata elettrizzante, ribattezzata in un documentario realizzato qualche lustro addietro: “Today is gonna be the Day”, mutuando l’incipit di “Wonderall” degli Oasis, la rock band uscita dai garage di Manchester in quegli anni. il Pontedera, alla mitica Ardenza, giocò una partita ordinata, colpendo perfino una traversa, portandosi via un punto meritato e cruciale per il suo cammino conquistando poi di fatto il balzo in C1 con la vittoria rocambolesca di Cecina e preparando dunque la festa in un Comunale ingessato di pubblico contro la Maceratese. Indimenticabile. Una gioia inaspettata, non costruita a tavolino. Una bella scampagnata insomma caro Pontedera, ovviamente in sella a una Vespa, magari una 50 Special a quattro marce del 1980, giusta-giusta per quelli che in quel 1994 avevano appena compiuto i fatidici quattordici anni.

venerdì 13 febbraio 2026

LOVE IS IN THE AIR

 


Dundee aveva sofferto di piogge incessanti procurate dalla lunga coda d’inverno, i giardinieri del club avevano fatto di tutto per migliorare la situazione ma bastava guardarlo quel terreno di gioco per storcere la bocca: i classici triangoli di fango nelle due aree piccole, in mezzo un autentico campo di patate pieno di buche dove la palla impazziva o si piantava, più decente ai lati e negli angoli dove lo strato di erba si salvaguardava solo per la minore frequenza di mischie e tacchetti di ferro. Eppure, la sera del 4 marzo 1987 non sarebbe entrato nemmeno una sardina nella casamatta a tinte arancioni del Tannadice Park, ventimila e passa corpi stipati sotto le tettoie come nel bieco ondeggiare di un arrembaggio imminente. L'intera "Shed End" trattenne il fiato, mentre la sfera di cuoio marchiata "mitre" volava in aria, volò altissima, una strampalata parabola che Andoni Zubizarreta, portiere del Barcellona, non seppe interpretare sotto quel cielo basso di presagi, ​​ ascoltò solo il fruscio della rete dietro di lui. L’empirico tiro da saltimbanco del ventunenne Kevin Gallacher aveva portato il Dundee United in vantaggio per 1-0 nell'andata dei quarti di finale della Coppa UEFA. I primi a spargere in città la notizia dell’abbinamento uscito dall'urna di Zurigo furono quelli di Radio Tay intorno alle quindici del pomeriggio del 13 dicembre quando le ultime note della sempre gettonatissima “Love is in the Air” di Paul Young si spensero sulla voce dello speaker David Clegg che comunicò l’esito del sorteggio con voce sopravvissuta alle sillabe di Babele: Dundee United-Barcellona. A quel punto, fra i caseggiati dall'intonaco marrone agganciati a schiera, stretti fra la collina di basalto di Law e la brezza salina del Mare del Nord, nell’invariabile staffetta di luce e ombra, il numero dei battiti si alzò, cosi come il numero delle pinte spillate al “The Goalie” il pub di proprietà di Hamish McAlpine, ormai ex portiere dei “Tangerines”, del quale si narrava che una volta avesse rinviato talmente forte un pallone da farlo atterrare addirittura nello stadio limitrofo del Dundee FC.  Già, perché fra l’impianto del Dundee United e quello del Dundee FC corrono circa duecento metri di distanza, tali da renderli i più attigui del Regno Unito. Ora, se cercate una colonna sonora per il derby di Dundee prendete magari “Little Hide” degli Snow Patrol, dove sulla copertina appare una foto del Tannadice Park affollato durante una stracittadina, mentre se cercate il significante potremmo dire che sulle rive ghiaiose del Tay questo derby assomiglia al classico cenone di Natale dove per forza devi invitare parenti che non vedi quasi mai se non per matrimoni o funerali e per giunta non ti stanno nemmeno simpatici al punto che con qualcuno hai anche litigato ma ad ogni modo devi metterli a tavola cantando a mezza bocca "Christ child's lullaby" aspettando il tacchino ripieno o l'immancabile Black Pudding da sbriciolarsi sulla tovaglia in tartan finché, finita la veglia e baciati alla Giuda i convitati, chiudi la porta tirando un sospiro di sollievo. Il problema è che dalle finestre delle rispettive casette, i vicini sono dannatamente vicini e la parentela volendo può pure spiarsi ogni giorno che Dio manda in terra. Ecco, detto questo, mettiamolo da parte il derby e riprendiamo da quel Dundee United griffato da una “adidas” strepitosa che però nei confronti del monolite blaugrana apparve improbabile ghirigoro, impari turibolo di incensi cattolici (lo United nacque da lombi irlandesi dentro una bottega di biciclette) al quale a sentire il parere degli addetti ai lavori, non rimaneva che lasciarsi inghiottire dalla balena catalana. E poi a prescindere da qualsiasi tipo di avversario europeo, il tesoriere del club, George Fox, doveva fare i salti mortali per far quadrare i conti poiché al tempo l'accesso alle coppe per un certo tipo di realtà calcistiche rappresentava più un blasone da appendere al muro che un beneficio economico: le trasferte sul continente costavano un sacco di soldi e i rientri risultavano piuttosto miseri. Ma d'altra parte i registri del club degli ultimi anni dichiaravano un sacco di bella argenteria nella vetrina del Tannadice, soprattutto da quando era arrivato lui: Jim McLean. Accadde nel 1971, dopo diciotto mesi da allenatore proprio del bluastro vicinato, chiamato per sostituire l’icona Jim Kerr. James Yuille McLean da Larkhall, cittadina di pendolari seduta sulle sponde del Clyde a poco meno di quindici miglia da Glasgow. Un’infanzia in seno a una famiglia operaia, apprendista falegname a Ashgill. Qualcuno un giorno lo vedrà tirare calci ad un pallone e lo convinse a mollare la pialla per giocare con l’Hamilton dove inizierà la carriera. Un carattere ruspante McLean, irascibile, non era tipo da mandarle a dire; urlava, provocava, preferiva vedere la partita in casa dalla tribuna e a tale proposito si farà costruire un box privato con vista campo e telefono, dal quale comunicava ogni disposizione al suo secondo in panchina munito di robusto cordless. Astemio da dogma di fede, era famoso per vincolare i suoi giocatori a contratti a lungo termine con stipendi minimi, il resto veniva integrato da vari bonus, raramente mostrava segni di soddisfazione, una volta negò l’incentivo alla squadra dopo una vittoria per 7-0 sul Kilmarnock, dichiarando che i suoi ragazzi non erano stati abbastanza divertenti. Però, cosa volevi dirgli, basti pensare che nel 1980 il Dundee United aveva in bacheca meno trofei del Dundee FC. Un’onta lavata a partire dal 1980 attraverso l'affermazione in Coppa di Lega ai danni dell'Aberdeen, bissata l'anno successivo con un’altra vittoria nello stesso torneo piegando con un roboante 3-0 il Dundee FC in una specie di passaggio di consegne tutto cittadino. Ciò nonostante, l’anno di grazia, resterà il 1982/83. Per certi aspetti fu uno shock di proporzioni sismiche. Se pensiamo al calcio scozzese come un’unica sorgente dove si abbeverano avidamente solo Rangers e Celtic, l’intrusione del Dundee United non se l’aspettava nessuno. Ma in quel maggio del 1983, sul trono di Scozia si siederanno proprio i ragazzi con la maglia arancione listata di nero e il leone rampante sul petto. Nell’ultima gara di campionato avrebbero dovuto battere (guarda caso) gli ormai malcapitati rivali del Dundee FC in trasferta (per modo di dire…) al Dens Park. Incontro sempre bellicoso s'intende, tuttavia non impossibile visto il cammino e il rendimento degli uomini di McLean. Un torneo partito con una bella vittoria interna contro l’Aberdeen per 2-0 e un discreto pareggio a reti inviolate nel tempio dei Rangers a Ibrox. McAlpine in porta, linea difensiva composta da David Narey, l’esperto Paul Hegarty, sbocciato in gioventù come attaccante e successivamente trasformato in ordinato difensore, Richard Gough, rossiccio centrale coriaceo, insieme a Maurice Malpas, ragazzotto di Dunfermline con un incisivo da castoro che gli regalava sorrisi sornioni. A centrocampo il pungente Derek Stark insieme alla bussola Ralph Milne e al coriaceo John Holt, poi Eamonn Bannon, arrivato dal Chelsea nel 1979 per 165000 sterline e il local boy con la chioma da paggetto Ian Phillip. Davanti il tandem Davie Doods e Paul Sturrock coppia di autentiche calamite della squadra, il secondo per giunta regalò tutta la sua carriera al club del Tannadice debuttando a 17 anni e chiudendo a 32, dopo aver messo a segno un totale di 109 centri. Il 14 maggio 1983 oltre 29.000 perosne imballate dentro al crepuscolare Dens Park per novanta minuti carichi di tensione e senso d’attesa. Il Dundee United diventò campione di Scozia grazie a una splendida invenzione di Ralph Milne e a un rigore di Bannon, pronto a ribattere in rete la respinta corta del portiere avversario. La classifica disse United 56, Celtic 55. L’anno dopo ci sarà la famosa partecipazione alla Coppa dei Campioni fermata soltanto nella semifinale di ritorno, in una partita pieni di veleni e polemiche, all’Olimpico contro la Roma. Ma dobbiamo correre verso Barcellona e la Coppa UEFA 1986/87. In estate il portiere Hamish McAlpine fu sostituito da Billy Thomson ma Maurice Malpas, David Narey, John Holt e Paul Hegarty erano rimasti nella difesa vincitrice del titolo, insieme a John Clark, che non aveva giocato molto tuttavia si apprestava a disputare un'ottima stagione. A centrocampo, Eamonn Bannon e Ralph Milne erano ancora presenti, con l'attaccante Paul Sturrock che continuava il suo sodalizio con il club per cui aveva firmato a 16 anni nel 1974. McLean aveva rinforzato la squadra con Dave Bowman, Jim McInally glaswegian arrivato dal Coventry con il vizio di tingersi i capelli color platino, Ian Redford e aggiunte chiave come il ventenne Kevin Gallacher in attacco a supporto di Sturrock e Tommy Coyne. Insomma,  McLean aveva quasi tutti i pezzi al loro posto, si mosse ancora per colmare il vuoto lasciato da Dodds acquistando Iain Ferguson dai Rangers per 145.000 sterline, un'operazione astuta che diede i suoi frutti, con il nuovo acquisto che partì a razzo mentre il club godette di un fantastico inizio di stagione restando imbattuto nelle prime 11 partite di campionato. Lens, Universitatea Craiova e Hajduk i prime tre club fatti fuori, poi il sorteggio mise gli scozzesi dinnanzi a un destino che pareva scontato a loro sfavore: il Barca del tecnico Terry Venebles, Gary Lineker, Mark Hughes e Steve Archibald, un club reduce dalla sorprendente sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni rimediata l'anno precedente a Siviglia contro la Steaua. Quel goal di Gallacher dopo soli 108 secondi dette allo United un qualcosa a cui aggrapparsi in attesa del Camp Nou. "Non sono sicuro che possiamo farcela nella gara di ritorno", - ammise McLean. "Abbiamo faticato nel secondo tempo, però sono orgoglioso di come i ragazzi hanno continuato a giocare". I tifosi dello United piombarono su Barcellona in massa, ovvio. McLean che pretese di arrivare con alcuni giorni di anticipo per acclimatarsi meglio, si assicurò che i suoi giocatori si allenassero presto per evitare l'esposizione al sole spagnolo di mezzogiorno. Ispezionava le gambe dei giocatori alla ricerca di segni di abbronzatura, la chiara prova  che le sue regole erano state disobbedite. Un’altra fisima dell'allenatore era l'insistenza con cui invitava i  suoi giocatori a prendere le scale in Hotel, in quanto gli ascensori erano robaccia da gente pigra. E figuratevi cosa successe quando Maurice Malpas arrivò in ritardo alla sessione di rifinitura a poche ore dalla partita perché  rimasto bloccato tra un piano e l'altro nell’ascensore… Quelli del Dundee sembravano minuscoli rispetto all’incombenza del Camp Nou quando la squadra uscì dal tunnel per il riscaldamento, una conca immensa turbinata dalla cacofonia dei tipici suoni latini. Il Barcellona si riversò all’attacco ma senza il passo corretto, tanti errori, imprecisioni, fretta, fatto sta con l'intervallo alle porte, lo United era stato molto bravo a mitigare la pressione blaugrana ma improvvisamente non riuscì a liberare a sufficienza una palla e il tiro di Ramón Calderé dal limite dell'area venne deviato in rete da uno stinco di troppo. Il Dundee United si lasciò inghiottire dalla bolgia e il risultato complessivo fu rimesso in parità. I giocatori entrarono negli spogliatoi pallidi, sussurrandosi all’orecchio parole da imminente bisticcio, aspettandosi la furia di McLean, invece, il loro allenatore si mostrò inaspettatamente  calmo e rassicurante, compose una cabaletta di parole da sembrare una sorta di esorcismo flaccido ma sicuro della giustezza del rito. Il Dundee United tenne botta, tergiversando, ogni tanto balzava fuori dalla propria metà campo, giù a precipizio nell’infinito verde del Camp Nou concertando il da farsi, persino rendendosi velenoso. A cinque minuti dalla fine, Ferguson conquistò una punizione sulla sinistra. Paul Sturrock, detto "Luggy", mise dentro un cross d’agrume dove il più lesto fu John Clark che colpì di testa pareggiando la partita e mandando in estasi i sostenitori in  trasferta lassù nello spicchio più alto del Camp Nou che parevano tante farfalline arancioni. Lo stadio cominciò a mostrare i vuoti, il Dundee United era entrato in punta di piedi e ora poteva compiere la suprema irrisione, mentre i tifosi del Barca infuriati sventolavano in segno di protesta i loro fazzoletti bianchi, Neil Sturrock si  lanciò ancora sulla fascia e notò Iain Ferguson apparire sul secondo palo come un corvo affamato. Traversone al millimetro e l'ex gers insaccò nell'angolo.  Notte d’ebrezza, notte di dissipazioni, notte di felicità temute. Perché andrebbe proseguito per dire che quella squadra giunse addirittura in finale eliminando nel turno seguente lo scoglio teutonico del Borussia Mönchengladbach (bullizzato a dire il vero anche nel 1981 sempre in UEFA con un perentorio e memorabile 5-0 a Tannadice) ma nell'appuntamento decisivo venne sorpresa dalle mosse di un gruppo di biondoni svedesi allenati da un allenatore emergente, tatticamente moderni, scaltri al punto giusto, sogghignanti e un pochino sfacciati. Too Bad.



Compendio:

Nel 1959 si era sistemato in panchina Jerry Kerr e insieme a lui arrivarono sterline in cassa grazie al fondo "Taypools" legato alla riqualificazione dello stadio. C'erano pounds sufficienti a pagare gli stipendi e a trattenere alcuni giovani talenti emersi nell’Academy. E Kerr riportò lo United in Division One dopo 28 anni di assenza. Fra i giocatori dell'epoca Dennis Gillespie e Jim Irvine, Doug Smith e Ron Yeats (che diventerà capitano nel Liverpool negli anni sessanta). Iniziarono le avventure nelle coppe europee e arriveranno pure degli inviti. Nel 1967 il Dundee United fu chiamato a partecipare a una tournee estiva denominata “Northern American Soccer League”. Due anni dopo un nuovo viaggio negli States, si rivelerà quello della moglie bizzosa. Più precisamente, quello in cui la consorte del manager persuase marito e società che il bianco della maglia avrebbe dovuto essere cambiato in una tonalità più accesa, più moderna, più luminosa. E nel 1969 ecco il nuovo e definitivo color “mandarino” indossato in anteprima durante un amichevole estiva contro l'Everton. McLean (forse) ci scuserà se lo lasciamo ancora un attimo in sala d'attesa. Ci sono gli arabi di mezzo. Gli arabi? direte voi, non sarà un po’ presto? Il fatto è, che un altro dei soprannomi del club insieme al classico “Tangerines”, e al meno usato “Terrors” prevede il nomignolo “The Arabs”. L’aneddoto è straordinario. L'origine del termine a onor del vero non ha una risposta definitiva e avallata da tutti. È giusto però raccontare la versione più comunemente accettata. L'inverno del 1962/1963 fu particolarmente duro e al Dundee United era già stato negato il permesso di giocare molte partite a causa del Tannadice Park completamente ghiacciato. Nel disperato tentativo di disputare almeno un incontro di Coppa di Scozia contro l’Albion Rovers la società acquistò un bruciatore “United Tar”, sul genere di quelli usati sulle strade per sciogliere gli strati di ghiaccio. La soluzione antigelo funzionò a meraviglia, ma la superficie di gioco, eccessivamente riscaldata, perse completamente il manto erboso. Imperterriti gli amministratori del club ordinarono diversi camion carichi di sabbia per rimodellare le asperità del campo ridipingendo nel frattempo alcune linee di gioco scomparse. L'arbitro decise di giocare nonostante il chiaro imbarazzo di tutti i presenti. La partita finì in parità, ma da allora alcuni commentatori definirono lo stadio come un deserto, e da lì nascerà l’appellativo goliardico di arabi. Al quale, in ogni caso, i sostenitori si affezionarono, appropriandosene rapidamente, tanto da assistere spesso alle partite con il tipico copricapo mediorientale. A decretare definitivamente la validità del nickname ci pensò una fanzine uscita nel 1988. 

 

martedì 10 febbraio 2026

UNA NOTTE DA CAPRONI

 


Fumo e cenere. Anche le fonderie Ley’s sembrarono voler partecipare all’evento con una massiccia infornata di ghisa e acciaio il cui sbuffo uscito dalle quattro ciminiere di Cotton Lane avvolse per qualche minuto lo stadio di una caligine grigiastra che si increspò sul “Welcome to the Baseball Ground” appeso a caratteri più circensi che marziali su uno dei cartelloni della tribuna laterale, stemperando per qualche minuto la luce diafana dei riflettori, autentica stella polare per la campagna buia delle East Midlands,  mentre intanto, nell’aria fresca d’autunno di quel mercoledì 22 ottobre 1975, il Derby County, uno zoccolo dietro l’altro,  si apprestava ad affrontare il Real Madrid nella gara d’andata degli ottavi di finale della Coppa dei Campioni di fronte a un pubblico imballato e straripante. Dagli altoparlanti uscirono un trittico di canzoni dei Beatles, Here Comes The Sun, Don’t Let me Down e Yellow Submarine che i critici considerano uno dei brani meno significativi, eppure il testo un pò si conciliava con quel momento perché parla del desiderio doloroso e infantile di ritagliarsi un posto sicuro nella vita, un mondo parallelo dove gli obblighi e le batoste del quotidiano non potevano raggiungerci, e quel posto certe sere assomigliava davvero al Baseball Ground, che poi, di grazia, da quando le sanguisughe avevano seminato discordia, il gruppo si era sciolto, disperso nell’ostilità, guarda caso a Derby, 230000 abitanti adagiati sulle sponde del Derwent a pochi passi da Nottingham, avevano incominciato a vincere il campionato inglese. Due volte. Ergo, chissà, le canzoni sono più sagge degli esseri umani? certo non tutte, almeno non più di quel fottuto genio di Brian Clough che aveva lasciato il timone a Dave Mackay dopo aver provveduto a virare la tinta nera dei pantaloncini del Derby County in una navy blue e cucito i numeri in rosso sul retro della maglia affinché assomigliasse a quella della nazionale. Oh, il passaggio di consegne non fu esattamente indolore fra i due tecnici seppure entrambi siano ai fatti risultati vincenti. Mackay era un uomo completamente diverso da Clough ma altrettanto carismatico. Clough aveva lasciato in eredità una buona squadra, tuttavia nei primi tempi nello spogliatoio non si respirava una buona aria nell'alternarsi di vari spiriti e di una certa avversione. Mackay mostrò allora un invidiabile diplomazia e altrettanto sangue freddo, infine tirò fuori la sua volontà di ferro da scozzese inflessibile: "Sono undici bambini, non uomini ", disse. "Io sono un uomo e mi piace trattare con gli uomini, i bambini, se ne stiano alla larga". Verso il termine del mese di settembre ogni riottosità nello spogliatoio  venne riposta, scomparve, ogni rimembranza del precedente manager affievolita o dissolta, e i “Rams” risalirono rapidamente la classifica. Già Rams. La ragione risale al XIX secolo, quando venne formata la squadra del Cricket Club e il gruppo decise di incorporare una testa di ariete nel loro stemma visto il legame tra la contea e la lavorazione della lana. Successivamente, al momento dell’arrivo del ramo calcistico, venne adottato lo stesso emblema. Se vogliamo cogliere, e dobbiamo farlo, un aspetto interessante di Derby è che a differenza di altre città e club non ha mai dovuto fare affidamento sui miti per raccontare la storia della sua cittadina. Cosa vuol dire? Vuol dire che forse Robin Hood di Nottingham probabilmente non è mai esistito, così come il drago gallese e il diavoletto di Lincoln. Ma cavolo, il caprone l’hanno visto tutti, questo è certo, ed è stato in giro fino a quando ci sono state le pecore a brucare l'erba sulle colline del Derbyshire. Il Derby County in quel 1975 festeggiava a testa alta i suoi ottanta anni di storia, iniziata nel 1895 quando un impiegato delle ferrovie di nome William Morley ebbe l’idea di fondare il club. Lo sprono della Coppa dei Campioni fu mosso da aspettative di rivincita dopo la fin troppo dibattuta semifinale persa due anni addietro contro la Juventus. Dave Mackay volle una squadra ruvida, incanutita nel bianco della divisa, un undici tutto britannico, randelli e bisaccia, screzi e maschere erranti a sfidare il vento sotto ogni pezzo di cielo d’Europa. Quel Derby County insomma era squadra "ostica" come il suo allenatore ma anche formazione capace di interpretare al meglio le caratteristiche tipiche di quel calcio. Il Derby fece tappa all'Hotel Midland la sera prima della partita, qualche drink, una partita a freccette, qualche lettura di quotidiani stropicciati, una telefonata alla moglie e una all'amente, e la mattina seguente si allenò nella sua base di Raynesway sotto una pioggia finissima. I giocatori erano di buon umore, mentre Derby si trasformava frettolosamente in una città in missione. Il Baseball Ground con le sue tribune scalene accolse il Real Madrid in una disordinata felicità, le tribune zeppe di mani spioventi d'allegrezza, la vecchia Ossie End tutta un trambusto, oltre trentamila in estasi, sedotti, aizzati, dai riflessi rosso cremisi dei capelli di Charlie George, ricci come quelli un cherubino. Qualcuno, esagerando, preso da visioni da chimera lo paragonava a Steve Bloomers detto “Paleface”, viso pallido oltre a un aspetto serafico a smentire viceversa un corpo di acciaio, un talento enorme e una volontà spietata di vincere che lo ha reso la più grande macchina da goal del suo tempo e il più grande calciatore nella storia dei Rams. Accanto a Charlie George si muoveva l'ombra e l'ego di Kevin Hector, King Kev, attaccante preso dal Bradford Park Avenue per 24.500 sterline, all'epoca il pagamento più ingente per prelevare un giocatore dalla quarta divisione. A proposito di Bloomer abbiamo  “Up the Cazaly“, brano composto da tale Mike Brad che sarà successivamente arrangiato da due sostenitori del Derby, Mark Tewson e Martyn Miller, (si dice proprio ispirati dal busto “vittoriano” del calciatore che si affaccia sul campo del nuovo Pride Park) diventando l’inno ufficiale del Derby County che tornando a quel giorno scese in campo con una maglia griffata umbro bella alla stregua di un tabernacolo di marmo e con Colin Boulton in porta vestito di verde, privo di guanti a proteggere la porta affascinante come un tenero Cupido senza frecce; in mezzo al campo a far torcere di libido i lombi viscosi di birra dei presenti ecco Bruce Rioch, Henry Newton e lo scozzese Archie Gemmill. Dietro Roy McFarland, il capitano d’alabastro a menare calcagni e snellire puerili incombenze insieme al corrucciato gallese Rod Thomas. La partita fu un corno d’arcobaleno, una spuma di basettoni, il Derby County irruppe e la disfece, delegando Charlie George alla brace regale del sortilegio, una tripletta quasi da trastullo di un pomeriggio al parco, allegata al tiro da fuori del terzino David Nish. Il Real guidato dal dispotico sinistro del biondo tedesco Gunther Netzer, imbellettato nella solita zimarra blu da trasferta colpirà con il moresco Pirri nel cuore della partita, e risultato ultimo sul tabellone del Baseball Ground dirà 4-1.  Ai microfoni della BBC risuonava la voce e lo stile inconfondibile di  Barry Davis, per alcuni il migliore commentatore di ogni tempo, con il suo stile patrizio senonché un giorno i dirigenti della BBC, ritenuti degli strani snob invertiti, lo sostitueranno con John (Mottie) Motson, ritenuto più popolare e proletario“Non avremmo dovuto visitare la città come fossimo semplici turisti- disse mesi dopo Mackay- camminare per ore e comprare qualsiasi tipo di souvenir da portare a casa, ridendo di quaalsiasi cosa ci passasse davanti fu deleterio, dovevamo essere assolutamente più professionali”. E il Derby dopo soli tre minuti subirà la rete di svantaggio, che alla resa del primo tempo poteva risultare misero piatto d’olive per i madridisti seduti sul velario enorme e soffice del grande stadio dei sei volte campioni europei. Colin Boulton fece delle belle parate, -"onestamente pensavamo di aver superato la prevedibile tempesta iniziale ma nella ripresa il Real Madrid mise a segno altre due centri dentro un frastuono assordante". George illuse, il Real Madrid siglerà ancora portando l’incontro ai supplementari dove arrivò affatturato il quinto goal, quello definitivo. Le assenze di Francis Lee e dell'infortunato Bruce Rioch ebbero sicuramente un peso specifico nell’economia della gara, dove va detto a scapito del riultato che il Derby County ci provò ed ebbe alcune buone occasioni da carnefice. Il brulichio di argento della Coppa apparve per la seconda volta ancora lontano, anzi più lontano dell’occasione precedente, e restò sfrangiato, disteso (temo per il Derby per sempre) sul fondo di una riviera che la vista coglie e subito perde all’apparire di un mulinello.





martedì 3 febbraio 2026

WE LED IN MUNICH

 


Prima del pub pare ci fosse un negozio di biciclette a scatto fisso. Il “Novar” di Kirkcaldy è "il pub" di Kirkcaldy, non quello più antico o celebre ma sicuramente quello con il maggior numero di magliette blu dei "Fifers" appese ai muri. Dentro ci trovi universitari locali di ritorno da Edimburgo che hanno appena scoperto Foucault, ragazze che hanno appena scoperto il secondo sesso, cinquantenni esuli da rivoluzioni eternamente immanenti e mai davvero deluse, operai delle fabbriche di linoleum in tuta da lavoro, e spesso qualche senzatetto che si fa offrire da bere e poi si appisola su un divanetto sfondato che non avanza pretese di bohème nella propria usura. La musica principale è quella folk, violino, cornamusa e fisarmonica, ogni tanto sbuca fuori dalle casse un pezzo dei Simple Minds o dei Proclaimers che si sente cantano con l’accento del Fife ma per ascoltare canzoni autentiche su questo luogo è necessario mettere su il repertorio di Jackie Leven e soprattutto di Geordie Munro, l’autore dell’inno del Raith Rovers. Solo allora puoi comprendere il fremito di questa porzione di terra bagnata dal mare del nord e avvertire il paesaggio fatto di salsedine e campagna incipiente, dove il vento sembra un nemico costantemente in agguato fino a che capisci che è solo la proiezione dei comportamenti umani le cui bizzarrie emergono lentamente, in modo quasi fisiologico, dai gesti e dalle scarne parole gutturali. Insomma, un puzzle di malinconia attaccato alle cornici di visi caldi di digestione e sorsi ambrati di Albot, tutta gente che pare conoscersi da sempre appoggiati l’uno all’altro sugli spalti dello Stark’s Park, tavolacce di legno catramato, una tribuna sghemba su Pratt Street, e un “gable” struggente decorato con il leone rosso dei Ferguson. Oh, capiamoci, fu una sensazione, non una certezza. Un giorno infatti tutti i presenti furono colti dalla medesima illusione data da un Philips da 32 pollici collocato nell’angolo alto del pub il cui tubo catodico faceva a pugni con il quadretto di un imparruccato giacobita in tartan. Un abbaglio; può capitare, d’altro canto era pure la notte di Halloween, e quando non sei abituato a certi palcoscenici i brividi possono correrti addosso senza farti capire niente se non in un secondo momento scollato da quel presente. Eppure, il tabellone dell’Olympiastadion di Monaco di Baviera aveva lettere grandi, luminose, e recitava un risultato: Bayern Munchen 0- Raith Rovers 1: Danny Lennon al minuto '43 del primo tempo. Tutto vero, tutto passeggero, al punto che Jimmy Nicholl, il manager del Raith Rovers quando entrò nello spogliatoio al fischio di chiusura del primo tempo in quell' umidiccio 31 ottobre del 1995, con la sua squadra in vantaggio, invece di una  seria chiacchierata sul da farsi si fece una sonora risata. Su quella bolla vacillante di sogno, Steven Lawther nativo di Glenthores, villaggio immerso nelle querce del Fife, ci ha scritto persino un libro (We led in Munich). Ma adesso occorre un doveroso rewind. A ripensare agli anni d’oro di questo club, all’icona Jimmy Nicholl, meticoloso ed esuberante, cresciuto nella tenuta di Rathcoole, alla periferia di Belfast, alla vittoria contro il Celtic nella finale di Coppa di Lega del 1994 e alla conseguente partecipazione europea, adesso fa un po’ sorridere il lieve bagliore intermittente del Raith Rovers come se quel passato fosse stato solo un germe di finzione ormai degradato, senza troppe scuse, dalla realtà odierna delle categorie inferiori battenti bandiera di Sant’Andrea. Ci fu anche un periodo, una decina di anni fa, in cui il club sembrò addirittura costretto a lasciare il suo storico impianto ma i Rovers evitarono la cicatrice del confino muovendosi con perizia pur di non dovere fare a meno dello Stark’s Park insidiato da una malattia chiamata "Black Layer", una patina nerastra che impediva il drenaggio, limitando l'ossigenazione dell'erba, la quale lentamente tendeva a sparire. I trattamenti apparvero subito costosi e soprattutto inutili; l’afflizione apparve più dura del previsto da rimuoversi. A quel punto pensarono dapprima di installare un campo sintetico, tuttavia,  i dirigenti, consapevoli del desiderio dei sostenitori di mantenere il campo tradizionale, iniziarono a intrattenere colloqui con i migliori botanici dell'Università di Edimburgo allo scopo di trovare la cura giusta per non perdere la superficie naturale. Alla fine, gli esperti raccomandarono una versione geneticamente migliorata di una rara erba orientale conosciuta come "Floral Poi", le cui radici affondano molto più in profondità dell'erba normale, il che nelle speranze avrebbe consentito al terreno maggior aerazione e i risultati furono soddisfacenti, anzi, la qualità delle nuove zolle diminuì da subito il numero di partite annullate a causa di pioggia, e Dio solo sa quanta acqua scende su questa sorta di torsolo di mela alloggiato sul fianco di un braccio di mare che si insinua nel cuore della Scozia fino a stringersi in una sinuosa vena in prossimità di Stirling. Daniel Defoe, autore del celebre romanzo Robinson Crusoe, definì la cittadina “One street, Onte mile long“ ossia, una strada lunga un miglio, ed è su questa via che dal 1305, annualmente, si svolge il Links Market, la fiera più lunga al mondo nel senso topografico del termine. Il Raith Rovers (dall’etimo gaelico Rath, fortezza) vide i natali, sugellato con estrema premura nel 1883, da una meravigliosa maglia navy blue con sul petto il Roary Rover. Un episodio curioso è datato 1967 quando il commentatore della BBC David Coleman dopo che i Rovers avevano battuto in casa il Queen of the South per 7-2, esclamò convinto: “Stasera ci sarà un mucchio di gente a festeggiare per le vie di Raith”. Un po’ come se da noi avessero detto che le strade di Atalanta o Sampdroria sono colme di tifosi in delirio. Risulterà una delle gaffe televisive peggiori di sempre, ma è acqua passata e anche l’attore Harry Ritchie, super tifoso dei Rovers, nel suo “Take my whole life too” ci ha ironizzato molto sopra. Il processo di avvicinamento al Bayern incominciò quindici giorni prima della trasferta in Germania, più o meno all'ora di pranzo quando circa 10000 persone incominciarono a salire su treni e autobus diretti a Edimburgo. L’UEFA aveva escluso la possibilità di giocare allo Stark’s Park, troppo piccolo e non a norma per le direttive sulla sicurezza. Il Raith Rovers si vide quindi costretto a chiedere "albergo" a Easter Road. La febbre della Coppa europea aveva colpito l’intera città, d’altra parte, i “Fifers” neopromossi nel massimo campionato, si videro accoppiati  a una squadra composta da sette giocatori della nazionale tedesca, oltre alla ridondanza di nomi illustri del calcio mondiale. Il Raith, capitanato da Gordon Dalziel, aveva stupito un po' tutti battendo nella finale di Coppa di Lega il Celtic nel novembre 1994 e conquistando così il passaporto continentale dove al primo turno preliminare avevano superato il Gotu delle Isole Faroer, e poi la squadra islandese dell' Akranes.  "Volevamo un grande nome nel sorteggio e lo abbiamo trovato", disse Jimmy Nicholl col ghigno di chi assapora un oltraggio alla nobilità del pallone. Complicato a dire il vero, perché quel Bayern era una corazzata, annoverava Oliver Kahn, Christian Ziege, Dietmar Hamann, Mehmet Scholl e Andreas Herzog, Alexander Zickler e l'attaccante della nazionale francese e fresco vincitore della Champions League Jean-Pierre Papin, addirittura relegato in panchina, mentre Lothar Matthaus era assente per infortunio, ecco, non esattamente una banda di trovatelli alla ruota del Convento. La partita in programma alle 18:00 fu trasmessa in diretta dalla BBC e le due squadre entrarono in campo accompagnate da un suonatore di cornamusa. Doccia fredda ( o scozzese ) Jurgen Klinsmann superò Scott Thomson dopo sei minuti ma il Raith ebbe l’occasione di pareggiare con il colpo di testa di Ally Graham su punizione calciata da Shaun Dennis parato da Kahn. A metà del secondo tempo, Papin subentrò dalla panchina affiancando Klinsmann in attacco, intanto un altro colpo di testa,  questa volta di Colin Cameron mise nuovamente alla prova le abilità del numero uno tedesco. Tuttavia, Klinsmann serrò la partita con un secondo goal a 17 minuti dalla fine. Jimmy Nicholl rimpianse i momenti cruciali: "Onestamente pensavo che stasera avremmo potuto ottenere un risultato migliore e sono deluso”. A Monaco il siparietto, il Raith Rovers immerso nel catino bavarese decise anzitutto di non passare ancora da zimbello e mise subito del sale sul match allorché Scott Thomson parerà un calcio di rigore di Papin e poi con un azione più disordinata che sperimentata punse talmente bene da essere degno di suscitare un affetto tale da restare sulla pagina più cara del diario dei tifosi: Andreas Herzog commise un fallo frivolo su Danny Lennon a circa 25 metri di distanza poco prima dell'intervallo, e lo stesso Lennon calciò la punizione che leggermente deviata si infilò alle spalle del biondissimo Kahn. Una mezza burla,  beninteso pagina inzuppata di meraviglia e dileggio, lettera senza nome immune da ogni ambizione, controcanto plebeo che scosse gli uomini del burbero Otto Rehhagel, i quali con pronta bruschezza tornarono a decifrare e classificare le specie, rimontando la partita, pareggio del solito Klinsmann e vantaggio definitivo di Marcus Babbel. Ma quella pausa spavalda resterà momento mellifluo e sazio come quando si odora troppo una rosa.





domenica 1 febbraio 2026

LA FERROVIA DEI FIORDALISI

 


Proverbi. Se è cosa difficile essere toscano, difficilissima cosa è l’esser pratese non per il fatto che taluni dicono lavorano "stracci" ma perché i pratesi  si accaniscono nel loro mantenersi pratesi, quando sarebbe stato così facile farsi passare per fiorentini accomodandosi in quella bellezza spropositata dei marmi, e invece hanno deciso che quel tipo di maternità non gli conveniva e allora si rivendicano popolo senza vicino, nemico d’ogni prosopopea. In questo garbuglio di spudoratezza, in questa sottile discordia, si serrano nella loro passione calcistica accostata allo scalo merci della Ferrovia e allo scorrere del Bisenzio le cui sorgenti sono tutt'oggi un mistero. Lo stadio attuale fu opera nata nel 1942, dopo gli impianti empirici di Via Cantagallo e Via Strozzi, beccandosi di striscio i bombardamenti alleati come fosse la parte liscia di una groviera. Molte bombe cadute nei dintorni furono disinnescate nel dopoguerra, alcune, si dice, siano ancora dormienti. Eppure, che soddisfazione lo stadio di "Lungo Bisenzio", con quella Tribuna con la torretta su Viale Firenze, e un paio d’altre gradinate tirate su in un intreccio strambo, indeciso, quasi bisognoso di aiuto, sottratto alla premura del non stuzzicare narici sensibili, impianto rude da assolvere nell’esuberanza del "Fiordaliso", simbolo della Prato calcistica da quel lontano 1908 quando nascerà la società dedicata a Emilio Lunghi, (olimpionico medaglia d’argento negli 800 piani alle Olimpiadi di Londra) un genovese che lavorava al porto come semaforista del traffico navale. I fondatori furono un gruppettino di ragazzi, studenti in genere, fra cui spiccava senz’altro il nome di Dante Berretti, poi diventato Vicepresidente della FIGC negli anni ’50. I giovani che decisero di fondare "La Lunghi" germoglio del Prato calcio, non si preoccuparono troppo di stabilire inizialmente una sede fissa, o forse, banalmente non avevano nemmeno le possibilità, e allora si riunivano,  da autentici dilettanti, nei locali pubblici intorno a un caffè, fino a che la zona a ridosso della ferrovia diventerà cardine della storia ormai ultracentenaria dei cosiddetti “Lanieri", in maglia biancazzurra, a causa della rinomata tradizione tessile della città che un giorno degli anni Sessanta si guadagnarono persino la Serie B battendo sul filo del rasoio il Livorno. Decisivo sarà alla fine il pareggio per 1-1 contro il Forlì, e il Prato fu matematicamente promosso in cadetteria con Antonio Rossi capitano e l’attaccante Romano Taccola trascinatore della squadra, buona tecnica, veloce e giocava spesso la palla di prima, ma certamente non era un colosso e affrontare le aree di rigore presidiate da vigorosi stopper si mostrò affare eccessivamente duro. Così arretrò via via la sua posizione preferendo giocare da mezzapunta, come si diceva allora. La B fu fuoco fatuo, tempo sforzato di fanfara, un voler vivere sopra il rigo per qualche giorno, più opera buffa che da tenore. Due anni dopo il Prato venne risucchiato nei meandri della Serie C, categoria di campacci, spianate di polvere e crude vertenze di condominio, nella quale, va detto, si è dimenato per la maggior parte della sua esistenza calcistica. Accidenti però ci fu una stagione dove il Prato per poco non tornò a calpestare gli stadi della B. Le fotografie sono due: le lacrime di Gianluca Righetti e del capitano Massimo Marchini a Reggio Emilia, e la curva del Picco di Spezia invasa da 1.500 tifosi biancazzurri che sventolavano irridenti banane gonfiabili mutuate dal tifo inglese, la scritta in via del Seminario “21-5-1989 tutti a Spezia”. E ancora, sempre al Picco: la traversa di Ceccarini sullo 0-0, il tiro di Turchi uscito di un soffio. Flash, istantanee di un sogno infranto che ai tifosi del Prato fa decisamente sempre male a tanti anni di distanza. Occorre partire dalla fine: lo stop a Reggio Emilia. Era il 4 giugno del 1989 (sì lo stesso giorno del carrarmato fermato dal giovane con le buste della spesa in Piazza Tien An Men a Pechino) quando il Prato giocò nel romanticissimo Mirabello di Reggio Emilia un vero e proprio spareggio per la B: Reggiana 44 punti, Spezia, Prato e Triestina 42, recitava la classifica prima di quei 90 minuti. I biancazzurri del mister dalle poche parole e dalle tante idee, Giovanni Meregalli, si trovavano in parità negli scontri diretti con lo Spezia e in svantaggio con la Triestina ma all’andata avevano battuto gli emiliani di Pippo Marchioro per 1-0, goal del velocissimo difensore Luzardi, e quindi con un successo potevano salire in B, perché in contemporanea la Lucchese dell’ex Corrado Orrico castigò lo Spezia 3-1. Non andò bene. E Prato va de se che quella lunga domenica di inizio giugno appariva città fantasma, tutti su a Reggio, la biglietteria disse duemila tifosi lanieri a sperare, gli altri incollati alla radiolina, con il classico fiato sospeso. Finirà 2-0 per i padroni di casa, l’autogol di Riki Di Bin al 7’ indirizzerà la sfida, il raddoppio di Rabitti all’11’ della ripresa la chiuse. Ciò detto nell’immaginario del tifoso pratese, non sarà quella “la partita” poiché tutti sapevano che sarebbe stata un’impresa disperata vincere in casa della Reggiana. Allora la sfida dell’anno si giocherà al Picco (strapieno), il 21 maggio del 1989. I fiordalisi ci arrivarono dopo aver travolto la Spal per 4-0, doppietta di Marco Rossi, goal di Righetti e Monza. Rewind. Il Prato partirà a fari spenti, anzi, rischiò di non partire neppure. Dopo la delusione della stagione precedente, con la sconfitta di Trento e la conclusione al quinto posto, in estate suonerà l’allarme iscrizione. Un problema di requisiti federali, il presidentissimo Andrea Toccafondi, arrivato una decina di anni prima alla guida della società rimedierà, a costo di perdite importanti come il portiere Aliboni (a Cesena), Oliviero Di Stefano alla corte di Orrico, il prezioso Massimo Ceccaroni che andò a rafforzare proprio gli aquilotti spezzini, il roccioso difensore Napolitano, e Guerra. Ma ormai Toccafondi è già un mago del mercato. Metterà insieme un mix di esperienza e gioventù, l’eterno Galbiati dietro con capitan Marchini, Landi e Labadini in mezzo, Marco Rossi davanti con Giovanni Ceccarini, dal Torino arriva Di Bin, dal Brescia Luzardi, dall’Inter Aldo Monza e dal Genoa Elio Signorelli. Mix di esperienza e gioventù. D’altra parte, valorizzare i giovani pareva specialità della casa, in più richiamò Stefano Turchi dalla Carrarese, e prenderà il promettente Gianluca Righetti della Vis Pesaro. Per la panchina, come detto. ripescherà un gentiluomo cinquantenne, Giovanni Meregalli, fermo da tre anni ma già stato a Prato proprio l’anno in cui Toccafondi prese la società nel 1979. Il quinto posto dell’anno prima dà diritto a disputare la Coppa Italia con le squadre di serie A e B: Roma, Como e Monza al LungoBisenzio, Empoli e Piacenza fuori, cinque sconfitte, ma in campionato (meno male) fu subito un’altra musica. A suon di risultati positivi, con qualche cocente delusione il Prato si guadagna le posizioni nobili, confermando di non essere più solo una sorpresa. Ma rieccoci al Picco, testimoni di una gara epica segnata in rosso sul calendario dei calciofili biancoazzurri. Nello Spezia, ce pure un certo Luciano Spalletti, e in attacco il fortissimo Oscarino Tacchi. Al Prato, classifica alla mano, stanno bene due risultati su tre: Reggiana 42, Prato 40, Spezia 39, Triestina 38. Pareggiare avrebbe significato tenere il secondo posto matematicamente a due gare dalla fine. Il Prato farà la partita, dalle immagini sbiadite di YouTube emerge la marea bianca dei tifosi spezzini, ma si intravede la curva ospite colma di supporter biancazzurri. D’improvviso, la sliding door, la svolta che non ci fu: incursione di Ceccarini in area, traversa piena proprio sotto i pratesi, che si disperano. A inizio ripresa, arrivò la mazzata: mezza girata in area di Oscarino, con Boccafogli che può solo guardare la palla in rete. Inutile l’assalto finale nell’aria, e la netta sensazione che fosse finita. La domenica seguente a Prato arrivò il Derthona, la risolse Di Bin e gli echi radiofonici dagli altri campi riaccesero la speranza ma a Reggio giunse l’inciampo narrato, sipario. Altra annata da ricordare potrebbe essere quella targato 1992/93, il giro d’Italia lo vincerà Miguel Indurain, mentre a Sanremo trionfa Enrico Ruggeri con Mistero, meno misterioso è l’arrivo sulla panchina dei fiordalisi di Remo Bicchierai, ex giocatore biancazzurro, un pesce del Bisenzio, divenuto una sorta di amuleto dal fare scherzoso. Il presidente Andrea Toccafondi e il direttore sportivo Renzo Melani allestiranno una squadra competitiva. Ci sono i terzini Andrea Salvadori e Mario Giannoni, in porta Poalo Toccafondi, centrali di difesa Andrea Signorini e Giuseppe Argentesi, sulla mediana (“a recuperar palloni”) il gradito ritorno di Esposito ex Atalanta e Lazio: il ragazzo con la valigia dei sogni arrivato tanti anni prima da Torino che aveva scoperto anche come si fa  segnare. Qualcuno lo considerava agli sgoccioli di carriera ma invece si sbaglierà di grosso. A centrocampo Mauro Marchisio, Silvio Giampietro e Massimo Ceccaroni. Di punta Marco Rossi (entrato nella Hall of Fame del Prato alcuni anni fa) e in appoggio l’ala sinistra Roberto Brunetti da Tor di Quinto. Inoltre, si metterà in evidenza il giovane stantuffo Damiano Moscardi. La panchina era piuttosto benestante con Stefano Guerra, Michele De Min, Fabrizio Del Rosso, Gianni Califano (attaccante mica male) e il secondo portiere Roberto Marchisio. A Pistoia, nel derby, che a prescindere riveste di luce un’intera stagione, segnerà Ceccaroni con un tiro fulmineo e perfido sull’erba bagnata che si infilò giusto nell’angolo basso difeso dal portiere Alessio Schiaffino. Tuttavia nonostante la sconfitta, saranno gli arancioni in virtù di una maggiore continuità a vincere il girone con 45 punti ma il Prato, una volta regolato l’ostico Castel di Sangro, festeggerà ugualmente (a Gualdo Tadino) il secondo posto a quota 44 guadagnandosi quella promozione, forse l’ultimo successo di una certa importanza insieme alla Coppa Italia di categoria del 2001 e alla nuovo salto in C l’anno successivo con Vincenzo Esposito allenatore e in campo Nicola Padoin (sua le rete determinante siglata a Lumezzane), Luigi Pagliuca e Roberto Bucchioni.

FOR CLUB AND COUNTRY

  La gigantografia è appesa come un quadro sui mattoni in  malta  di calce, sopra ad un'a genzia di Taxi in  Shankill Road, lo chiamano ...