Galway è una schiera di tante
piccole casette una in fila all’altra, ognuna di un colore diverso, quasi
riverse sull'acqua, strette, affiancate sui moli, che di giorno si riflettono
sul mare e alla sera sussurrano parole in gaelico agli scogli dormienti di note
e coralli. Galway è un ladro gabbiano, ruba i tuoi occhi annodati al cielo
mentre immerge il becco in bicchierini di Baileys e al Terryland accendono i
riflettori su seggiolini tinteggiati in cremisi. Galway è la rettangolare Eyre
Square dall'odore di salmone al forno e merluzzo con le patate. Galway è
Charlie Byrne's, un accogliente libreria indipendente dove sbuca il cappello di
Joyce, il bastone di Wilde, gli occhiali di Yeats, il corpetto di Stoker e la parrucca
di Jonathan Swift, e dove, in ogni caso, arriva subito a darvi una mano Vinny
Browne, il libraio. Galway è il monumento alla memoria: una pietra incisa da
aulica dicitura e regalata dalla città di Genova a quella irlandese perché con
discrete credenziali si ritiene che Cristoforo Colombo osservando l’orizzonte
da questa baia abbia per la prima volta pensato a una terra al di là
dell’Atlantico. Galway è il 12 maggio del 1991, quando la cittadina si trasferì
al Lansdowne Road di Dublino. Quel giorno piovve, una pioggerellina fine con le
nubi che pattinavano veloci regalando scorci di sole avvicendati da nuova
pioggia leggera, di quelle che nemmeno te ne accorgi eppure ti ritrovi
completamente zuppo. Sul terreno dello stadio dublinese risultava complicato
infiocchettare giocate degne di questo nome se mai ci fosse stato qualcuno
abile a farlo. E allora Tommy Keane decise in una frazione di secondo. Il
piccolo, funambolico, povero Tommy Keane. Decise di avvalersi della testa per
controllare meglio la sfera. Di quel campo non si fidava e aveva ragione.
Accarezzò il pallone con la fronte correndo sulla fascia, vanamente inseguito
dal ringhiante e confuso terzino dei Rovers, poi se lo sistemò sul collo del
piede destro affinché il cross risultasse potente come la corrente del fiume
Corrib che da Claddagh sbocca sull'oceano. Tommy con la coda dell’occhio aveva
scorto Johnny. Il capitano Johnny Glynn. Anzi, il capo clan Johnny Glynn,
perché quelli di Galway sono i “Tribesman” in virtù del fatto che in epoca
medievale il borgo era amministrato in maniera elitaria da 13 famiglie
conosciute con l'appellativo di "Tribes of Galway" e da qui il
nickname della squadra fondata nel 1937. Glynn centravanti monolitico, nativo
di Cork, si fece trovare pronto all’appuntamento, insaccando bruscamente la
palla in rete, poi saltò i cartelloni pubblicitari che invitavano a comprarsi
una Opel, a farsi una pinta di Harp e infine si arrampicò esultante verso la
stand dove erano raccolti i suoi tifosi. Quel Galway United allenato
dall’allegro Joey Malone, cantante mancato per un soffio, aveva vinto la sua
prima, solitaria, Coppa d’Irlanda battendo lo Shamrock Rovers. An-álainn.

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