giovedì 2 aprile 2026

GALWAY DAY

 


Galway è una schiera di tante piccole casette una in fila all’altra, ognuna di un colore diverso, quasi riverse sull'acqua, strette, affiancate sui moli, che di giorno si riflettono sul mare e alla sera sussurrano parole in gaelico agli scogli dormienti di note e coralli. Galway è un ladro gabbiano, ruba i tuoi occhi annodati al cielo mentre immerge il becco in bicchierini di Baileys e al Terryland accendono i riflettori su seggiolini tinteggiati in cremisi. Galway è la rettangolare Eyre Square dall'odore di salmone al forno e merluzzo con le patate. Galway è Charlie Byrne's, un accogliente libreria indipendente dove sbuca il cappello di Joyce, il bastone di Wilde, gli occhiali di Yeats, il corpetto di Stoker e la parrucca di Jonathan Swift, e dove, in ogni caso, arriva subito a darvi una mano Vinny Browne, il libraio. Galway è il monumento alla memoria: una pietra incisa da aulica dicitura e regalata dalla città di Genova a quella irlandese perché con discrete credenziali si ritiene che Cristoforo Colombo osservando l’orizzonte da questa baia abbia per la prima volta pensato a una terra al di là dell’Atlantico. Galway è il 12 maggio del 1991, quando la cittadina si trasferì al Lansdowne Road di Dublino. Quel giorno piovve, una pioggerellina fine con le nubi che pattinavano veloci regalando scorci di sole avvicendati da nuova pioggia leggera, di quelle che nemmeno te ne accorgi eppure ti ritrovi completamente zuppo. Sul terreno dello stadio dublinese risultava complicato infiocchettare giocate degne di questo nome se mai ci fosse stato qualcuno abile a farlo. E allora Tommy Keane decise in una frazione di secondo. Il piccolo, funambolico, povero Tommy Keane. Decise di avvalersi della testa per controllare meglio la sfera. Di quel campo non si fidava e aveva ragione. Accarezzò il pallone con la fronte correndo sulla fascia, vanamente inseguito dal ringhiante e confuso terzino dei Rovers, poi se lo sistemò sul collo del piede destro affinché il cross risultasse potente come la corrente del fiume Corrib che da Claddagh sbocca sull'oceano. Tommy con la coda dell’occhio aveva scorto Johnny. Il capitano Johnny Glynn. Anzi, il capo clan Johnny Glynn, perché quelli di Galway sono i “Tribesman” in virtù del fatto che in epoca medievale il borgo era amministrato in maniera elitaria da 13 famiglie conosciute con l'appellativo di "Tribes of Galway" e da qui il nickname della squadra fondata nel 1937. Glynn centravanti monolitico, nativo di Cork, si fece trovare pronto all’appuntamento, insaccando bruscamente la palla in rete, poi saltò i cartelloni pubblicitari che invitavano a comprarsi una Opel, a farsi una pinta di Harp e infine si arrampicò esultante verso la stand dove erano raccolti i suoi tifosi. Quel Galway United allenato dall’allegro Joey Malone, cantante mancato per un soffio, aveva vinto la sua prima, solitaria, Coppa d’Irlanda battendo lo Shamrock Rovers. An-álainn.

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