“Fuggi da Foggia” è scritto a grandi lettere sparate con lo spray sui muri sbreccati della cittadina. Navigando
nel web locale mi sono imbattuto su un blog del tutto particolare dal titolo: “Il
culo e il cielo”. Ormai è datato, ma direi che merita di essere letto, non
fosse altro perché è scritto da un foggiano, Antonio Vigilante, e parla di
Foggia e dei suoi problemi sono visioni dal fondo, dai quartieri carichi di
umori e malumori, e un articolo parte con un paradosso: "Viviamo in un posto
che ha qualcosa di straordinario. Viviamo in uno dei paesi ricchi e tuttavia la
nostra è una città povera. Non solo povera. È una città incolta, selvatica,
anche piuttosto mafiosa. È una città del terzo mondo che tuttavia appartiene
all’Occidente ricco e civile. Capite l’importanza della cosa. Noi siamo a
terra. Noi siamo con le spalle a terra, gente. E quando si è stesi a terra si
gode di una visione non comune. Puoi osservare il culo della gente, o guardare
il cielo. Vedere il mondo dal di sotto, o contemplare ciò che è al di sopra di
ogni miseria. Puoi essere al tempo stesso cinico e poetico". Tradotto: povertà e
disoccupazione, mancanza atavica di progettualità. Appigli? Beh, come dovunque
il calcio è un collante, o per lo meno lo ha fatto, ha cercato di farlo, da
quel luglio del 1920 quando nacque lo Sporting Club Foggia. Sotto la guida del
Colonello Carlo Gigliotti. I satanelli, per via del colore delle maglie, di
quei due diavoletti nello stemma realizzati graficamente nel 1986 da Savino
Russo. Ma i satanelli potevano avere un buon rapporto con Padre Pio? Dunque, tralasciando
i calci delle origini, da oltre mezzo secolo circola nel racconto calcistico
italiano una storia in cui la densità del sacro e la calamita del pallone si
intrecciano, forse, perché in fondo, senza voler peccare di blasfemia sempre
due fedi rappresentano. La vicenda è quella che riguarda Padre Pio da
Pietrelcina e la celebre partita Foggia-Inter disputata l’ultimo giorno di
gennaio del 1965. Alla vigilia dell’incontro, il frate ricevette la squadra
nerazzurra e lasciò intendere che l’Inter avrebbe perso allo Zaccheria ma
avrebbe risalito la classifica vincendo lo scudetto. Ovviamente il pronostico
appariva sorprendente. Padre Pio non aveva particolare dimestichezza con il
calcio e quella era la Grande Inter di Helenio Herrera, campione d’Europa e del
Mondo. Il Foggia, al contrario, si trovò catapultata in Serie A per la prima
volta dopo il terzo posto conquistato nella cadetteria la stagione precedente.
Eppure, il campo confermò la previsione inattesa: i satanelli vinsero 3-2 e
quella sconfitta rimase l’ultima subita dai nerazzurri nel torneo: Marcatori:
Lazzotti al 49°, Nocera al 54°, Peirò al 63°, Suarez al 74°, Nocera al 77°. Da
lì L’Inter farà una rimonta impressionante, colmò il distacco dal Milan
capolista e chiuse vittoriosamente il campionato. Secondo le testimonianze,
l’incontro tra Padre Pio e l’Inter durò pochi minuti. L’allenatore e il
capitano portarono il saluto della squadra e un’offerta, accolta con ironico
distacco dal frate, che lasciò intendere come la fede non potesse essere
barattata con un successo sportivo. E poi ci sono gli anni Settanta del Foggia,
quelli di Gianni Pirazzini, numero 4, capitano e bandiera dei rossoneri. In
questo caso il libro da leggere è “Una vita da capitano” Edizioni il Castello,
scritto dal giornalista del Corriere del Mezzogiono Domenico Carella ed
impreziosito dalla prefazione curata da Franco Ordine. Racchiude al suo interno
un’intervista di ben 325 pagine proprio al grande Gianni Pirazzini, chiamato a
raccontare in prima persona le tappe più belle e significative della sua vita,
dai natali fortuiti sul letto della Curia del palazzo vescovile di Cotignola,
fino ai trentuno anni spesi con la maglia del Foggia, dei quali 13 da calciatore,
5 da direttore sportivo, 7 da team manager e 6 da responsabile del settore
giovanile. Una storia affascinante che si snoda attraverso le tappe di una vita
ai più sconosciuta, fatta di affetti familiari, di duro lavoro presso una
fornace produttrice di laterizi e di un’incredibile storia calcistica diventata
con gli anni leggenda. Un percorso che Pirazzini intende ripercorrere assieme
ai lettori, che vedranno crescere e maturare, rigo dopo rigo, quel ragazzino
biondo di Cotignola, in provincia di Ravenna, che passava le domeniche in
piazza con gli amici ad ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”,
che sognava di conoscere José Altafini e infine riuscì a giocarci contro,
sfiorando per ben tre volte la convocazione in Nazionale italiana. Proprio lui,
che giurando fedeltà ai colori rossoneri ne è diventato l’indiscussa bandiera.
Le 374 presenze hanno fatto di Gianni l’uomo immagine del Foggia e di Foggia a
livello nazionale, una sorta di icona di lealtà sportiva, eleganza e doti
atletiche. Il volume, arricchito da ben 425 foto, tratte dalla collezione
privata della famiglia Pirazzini, dall’archivio di Ruggiero Alborea (nipote del
giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Giovanni Spinelli) e dai sapienti
scatti di Giuseppe Panniello ed Ernesto Tufo di Casa della Fotografia, punta ad
essere un inestimabile album dei ricordi, imperdibile per ogni tifoso
rossonero. I lettori nostalgici che avranno modo di sfogliarlo ripercorreranno,
pagina dopo pagina, le più belle istantanee della loro squadra del cuore, mentre
i più giovani avranno modo di conoscere un Foggia molto diverso da quello degli
ultimi anni, fatto di grandi campioni del calcio italiano e di trionfali
vittorie, raccontate con garbo da Gianni Pirazzini, bandiera e capitano di
tutti coloro i quali si identificano ancora nella maglia rossonera. Pirazzini
disse: “Senza dubbio mi è rimasto un calcio diverso, fatto di sacrifici.
Specialmente all’inizio: quando debuttati con il Ravenna, in Serie C, i giovani
non erano considerati molto. Ho dovuto rinunciare a molte cose per arrivare a
realizzare il sogno che mi portavo fin da bambino”. Aver vestito solo due
maglie, in un’intera carriera, è senza dubbio una rarità. Soprattutto al giorno
d’oggi, in cui le bandiere del calcio sembrano pian piano scomparire. “Ad oggi
ci sono troppi interessi, e (questo è un mio giudizio personale) il giocatore
cerca sempre di andare dove c’è il maggior guadagno. Ai nostri tempi, invece,
c’erano molti più giocatori che decidevano di sposare una determinata causa.
Io, per esempio, ho deciso di rimanere a Foggia, facendo anche dei sacrifici.
Mi sono sempre posto il dilemma di approdare in un grosso club, dove se sbagli
un paio di partite sei morto. A Foggia, invece, nonostante qualche errore, le
persone tenevano comunque a mente il tuo valore”. Arrivò il presidente, Pasquale
Casillo, l’imprenditore del grano che un giorno si innamorò di Zeman, gli offrì
un contratto dopo averlo visto perdere 4-1, gli pagò anche il primo premio
partita dopo una sconfitta in casa col Sorrento e che lo chiamava Sdengo,
oppure Zemàn con l’accento sulla a. Zdeněk Zeman un biondino ceco, tabagista
incallito e taciturno, tanto da essere battezzato “il muto”. L’altro
lussureggiante, per tutti “Don Pasquale”. Nel documentario tutto è duetto. “Tu
parlavi poco- accennava Casillo- ma facevi danni”. Una sorta di lato B di
Mourinho, ecco cos’era Zeman. Con Moggi nel mirino. Il calcio in farmacia, il
doping, la Gea. Lui paga sempre quello”, giura Casillo, assolto nel 2007
dall’accusa di associazione camorristica, a 13 anni dall’arresto. Zeman lo
disse subito che si trattava di un abbaglio. Quando uscii dal carcere, lo
aspettava fuori. Una coppia vera. Un giorno Zemàn andò a Caserta per vedere una
partita, poi finirà in un ristorante di Napoli a parlare del suo passaggio al
Parma. “Con Luciano Moggi e Sogliano”, lo racconta il boemo in persona. Casillo
aggiunge dettagli: “Ora mi fai ricordare. A me lo disse un cameriere, era del
mio paese. Per un mese ho tenuto un mio dipendente fuori la sede del Parma a
controllare”. Esonerato, dunque. Zeman andò davvero al Parma. Poi tornò. “In
quegli anni ho parlato anche con l’Inter, con l’Udinese, con tanti, ma sono
rimasto a Foggia lo stesso”. Foggia, dove giocava a carte coi magazzinieri e
prendeva caramelle dai tifosi. Nel documentario ci sono pure loro. Uno a cui
Zeman regalò un impermeabile, un altro che si vanta di avergli trasmesso il
vizio del fumo. “Abbiamo sempre fatto sceneggiate, noi”. Casillo si lamenta del
miliardo e mezzo speso per Signori? Zeman allora lo invita a vendersi un
mulino. Altro che vendere un mulino. “Non ci ho rimesso col calcio. Ho
guadagnato soldi a quintali: 55 miliardi. Zeman non era venale. Aveva solo
bisogno di 20 mila lire al giorno per le sigarette”. E poi c’era la squadra.
C’è il terzino Codispoti, al quale misero cento mila lire nella scarpetta
sinistra perché imparasse a crossare meglio; c’è Signori che imita Casillo
(“Aggia fà ‘a squadra cchiù fforte d”o Milàn”), c’è Rambaudi che imita Zeman.
Le immagini degli allenamenti sui gradoni dello stadio, quelle dell’incontro
con papa Wojtyla. Zeman si svela un po’: “Dovevo fare il duro, non lo sono mai
stato. Mi è sempre piaciuto vedere cosa succedeva intorno a me, e succedeva
sempre qualche cosa. La mia maestra elementare diceva che avrei dovuto fare cinema”.
La squadra correva come se avesse dentro un motore diverso dagli altri.
Francesco Baiano, il cecchino di area, piccolo e letale; i già citati Giuseppe
Signori e Roberto Rambaudi, il primo che partiva da sinistra e diventava un
lampo il secondo un’ala che non si stancava mai di sfidare il diretto
avversario e non solo. E poi Igor Kolyvanov, il gigante russo, eleganza e
potenza nella stessa falcata. A centrocampo, Shalimov suonava il piano e De
Vincenzo pareva correre per due. In difesa, Petrescu e Consagra resistevano,
mentre Padalino spingeva come un’onda in piena. Dietro tutti, il giovane
Mancini tra i pali imparava a diventare grande. Era calcio verticale, feroce,
incosciente. Era “Zemanlandia”. Il Foggia segnava tre gol e ne rischiava
cinque, ma alla fine ne faceva sei. Le domeniche allo Zaccheria diventavano
liturgie: uomini, donne, ragazzini, contadini dei dintorni… tutti arrivavano
come a un pellegrinaggio laico. Per vedere il Foggia. Per vedere il gioco che
sembrava venire dal futuro. Il Foggia della spregiudicatezza? O quello di
una maggior concretezza? Io direi il Foggia del periodo, bello, impossibile e
irripetibile di Zemanlandia, senza distinzioni. Poco importa quale possa essere
giudicato più bello. Un lungo periodo di solo "Calcio" quello vero
con la C maiuscola, senza calciatori strapagati, senza "calcoli",
senza sotterfugi, solo spassionatezza e tanta voglia di giocare, divertirsi e
divertire. Il tutto ottenuto solo con il sudore sulla fronte. Per chi non lo
sapesse, il Foggia si allenava dappertutto tranne che sul campo dello
Zaccheria. Si andava dai gradoni dello stadio con le ripetute da fare con un
compagno sulle spalle, ad un vicino campo sterrato di parrocchia che quando era
inagibile costringeva la squadra ad occupare l'asfalto del parcheggio dello
stadio. Nulla di inventato, è storia. Che dire del pubblico, così tanto elevato
in termini di numero che squadre di serie A oggi se lo sognano, immagina quelle
di B. Un pubblico che si è divertito come non mai, che ha sempre accompagnato la
squadra con un grande tifo. Al fischio finale grandissimi applausi e cori,
indipendentemente dal risultato, vittoria, pareggio o sconfitta. Non era
importante, il tifoso aveva assistito ad uno spettacolo. Il prezzo del
biglietto? Insignificante rispetto a quello che si era visto. Una squadra di "sconosciuti" che ha intimorito qualsiasi avversario. Nell’immaginario
collettivo, sono ancora molto vivi il ricordo (e la nostalgia) di quanto di
bello e straordinario fecero vedere quei satanelli di mister Zeman, un
patrimonio che appartiene a tutti e non solo ai foggiani. Altro che San Siro,
la vera Scala del calcio, l’Università della dea Eupalla era lo Zaccheria. Ma
c’è stato anche altro un’altra squadra folle, che il mister allenò nella
stagione 1986-1987, durante la sua prima esperienza rossonera. Ve lo ricordate?
Era il Foggia di Stefano Ciucci, portiere che giocava sistematicamente fuori
della sua area di rigore, per raccogliere e rilanciare le palle che giungevano
dalle retrovie della squadra avversaria, il Foggia dei difensori dal cuore
grande come Delio Rossi e dalla velocità capace di far male ad ogni difesa,
come Maurizio Codispoti, di centrocampisti dai polmoni inesauribili ma dalla
intelligenza sopraffina come Rocco De Marco, Mario Caruso e Roberto Pidone, di
attaccanti come Fabio Fratena, Marco Silvestri e Franco Baldini, che sapevano
fare rete e trasformarsi in arcigni marcatori, quando, alla fine dell’azione
d’attacco, andavano subito a pressare il portiere (avete letto bene, il
portiere) e i difensori per impedire agli avversari di cominciare l’azione. Il
Foggia poteva giocare anche novanta minuti nell’area avversaria. Al limite
prendeva gol alla sola azione d’attacco, la fase difensiva non era – diciamo
così – irresistibile. Ma che Foggia, ma che spettacolo. Zeman prese in mano la
squadra pochi giorni prima dell’inizio del campionato che una sentenza del
giudice sportivo aveva condannata alla retrocessione per un tentativo di
corruzione. Qualche giorno prima dell’inizio del torneo venne accolto il
ricorso del Foggia, e la retrocessione fu trasformata in una penalizzazione di
cinque punti, che sembrò però quasi una retrocessione posticipata alla stagione
successiva. Occorreva una missione impossibile, che venne affidata al boemo.
Quando arrivò, il Foggia non aveva neanche undici giocatori nel proprio
organico. Lui e Peppino Pavone fecero il miracolo, allestendo una formazione da
sogno. Il Foggia sfiorò soltanto la promozione, concludendo il torneo
all’ottavo posto, che sarebbe stato il terzo se non ci fosse stata la
penalizzazione: purtroppo la bellezza non sempre si concilia con la
concretezza. Ma che squadra, che gioco. Quando tre anni dopo il boemo tornò
sulla panchina rossonera (lo so che sembra una bestemmia, ma è un po’ così),
forte forse anche dell’esperienza professionale che aveva maturato altrove
(aveva allenato il Parma, e poi il Messina, in serie B) mise sempre in mostra
lo stesso gioco spumeggiante e offensivo che l’avevano segnalato all’attenzione
del calcio italiano, ma con una certa, minore spregiudicatezza rispetto al
primo anno. Una minore spregiudicatezza che produsse anche ad una maggior
concretezza, in termini di risultati e di vittorie. La stagione successiva sarà
quella della promozione in Serie A. Il Foggia divertiva ma faceva pure penare
con quella difesa altissima, il pressing forsennato e movimenti offensivi
sincronizzati da essere illeggibili. Chiuderà il campionato 1990-1991 con un
primo posto che volle dire ritorno in massima serie dopo tredici anni di
attesa. Il resto è storia nota. Il vero mito di Zemanlandia nascerà proprio in
Serie A e grazie a risultati sorprendenti. Quella che sfiderà le grandi del
calcio italiano sarà una squadra meravigliosa capace di imporre il proprio
gioco, un’attrazione a livello nazionale, un fenomeno capace di calamitare la
gente negli stadi. Attacchi forsennati, uniti a clamorose imbarcate,
diventeranno sinonimo di spasso. La squadra di Zeman poteva prenderle da
chiunque, ma poteva anche darle a chiunque e quando chiuderà la sua prima
annata in Serie A al nono posto e ad un soffio dalle posizioni che valgono
l’Europa, ci sarà un dato che balzerà subito agli occhi di tutti: la squadra
rossonera aveva il secondo miglior attacco alle spalle di quello del Milan con
58 goal segnati, e la seconda peggior difesa dopo quella dell’Ascoli con
altrettanti goal subiti. Il Foggia insomma non faceva prigionieri: prendere o
lasciare, strano perché in Italia siamo abituati ad un qualcosa di molto
diverso. Nel nuovo Foggia la stagione seguente ci saranno Di Biagio,
Grassadonia, Medford, Seno, Bresciani, Caini, Sciacca e Biagioni, oltre a Bryan
Roy, talento olandese portato in Italia da un giovanissimo Mino Raiola. Sono
tutti elementi che la Serie A l’hanno vista solo in televisione, ma saranno
anche gli uomini che consentiranno a Zeman di completare la sua impresa più
grande. La volontà di Zeman in fondo è un’idea semplice che non nasce dalla voglia
di stupire, ma da una banale convinzione. “Ai giocatori non piace difendere,
loro sono felici quando attaccano”. Un concetto di felicità se vogliamo, ma per
portare questa felicità in campo bisognava paradossalmente passare dalla
sofferenza. Quel Foggia, dato da tutti per spacciato ad inizio stagione,
sfiorerà di nuovo la qualificazione europea e quello successivo, che sarà
altrettanto rivoluzionato, si piazzerà ancora nono in campionato. Tre anni di fila in
Serie A, tre stagioni spettacolari. Zeman ormai in città non era più un
semplice allenatore, era mezzo profeta che portò in alto il nome di Foggia, da
dove, in quel tempo, nessuno voleva più fuggire.

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