mercoledì 16 settembre 2026

"STEN" "MUIR"


Sia fatta debita scaramanzia perché oggettivamente è troppo presto e irragionevole fare un pronostico del genere ma il pensiero tende a sedurci. Ergo fra scongiuri e obbligo di condizionale, se lo Stenhousemuir FC salisse in Premiership andrebbe a fare stretta compagnia al record del Ross County, pur non battendolo, nella contesa dell’essere il club più piccolo mai apparso in massima serie. La squadra allenata da Gary Naysmith ha infilato una buonissima partenza e nel recinto di Ochilview (minacciato dall’approssimarsi ruminante delle cornutissime mucche locali dal manto rosso) se stasera dovesse battere il ben più attrezzato Partick Thistle si troverebbe in testa alla classifica della Scottish Championship. Stenhousemuir nel calcio è un pilastro dello Stirlingshire dal 1887, un villaggio ordinato, praticamente addossato alla prospiciente Falkirk e al lungo respiro di Edimburgo che da ovest smuove navigli e pescherecci sul restringimento del Firth of Forth, dove ad annunciare l’arrivo alla stazione di Larbert ci pensa il profumo di dolciumi della McCowan's Toffee. Dati ufficiali registra circa 9000 abitanti compreso uno stadio formato famiglia in cui (se si stringono) trovano posto diciamo 3800 persone e in ogni caso il cartello appeso allo snack bar invita i clienti a non avere fretta. Impianto curioso quello dello Stenhousemuir (nick name “the Warriors” nessuno sa bene come mai, però in fondo mica male e quindi inutile rovistare nella polvere di archivi per scoprire qualcosa di diverso)  con due sole tribune, una delle quali, la più importante ribattezzata Norway. E qui scoppia il caso. La storia è lunga. il rapporto in questione riguarda un gruppo di norvegesi che avevano preso a cuore la squadra di calcio della cittadina verso la fine degli anni ’90, fondando un proprio club a sostegno dello “Stenny” e decidendo così di attraversare diligentemente il Mare del Nord per raggiungere questo luogo. Inizialmente erano pochi di numero e venivano dipinti dai soliti aspri, introversi, rubizzi scozzesi come gente troppo eccentrica per i loro gusti. Ma la domanda è: cosa li aveva attratti esattamente a vedere una partita dello Stenhousemuir Football Club, modestissima squadra ai margini del calcio di Sant’Andrea? La fanzine ufficiale distribuita ai tornelli (qualcuno ancora saldamente marchiato  W.T. Ellison & C. Manchester) poco tempo dopo svelò l’arcano: "E’ stato il nome", -disse Georg Mathisen, poi divenuto presidente dell'ormai affermato club norvegese dei tifosi dello Stenhousemuir. In pratica andò più o meno così: serata di Capodanno del 1992, tre ragazzi di Oslo, Rolf Wulff, Christian Wulff e Kjell Jarslett, evidentemente poco entusiasti dell'andazzo, stavano guardando il Televideo e d'un tratto lessero quel nome fra i vari risultati di calcio. Giustamente notarono una spiccata assonanza con l'antica lingua norrena, infatti se lo si scompone nelle sue parti costituenti significa "pietra" (Sten) e "casa" (muir). Insomma pensarono fosse una bella idea andare a dare un’occhiata e avere una squadra da seguire con simpatia. I ragazzi, chiamarono subito (letteralmente) gli uffici della società per chiedere informazioni sulla possibilità di creare di un club norvegese di tifosi dello Stenhousemuir. Ora ben capirete la reazione del segretario Terry Bulkloch (che cosa ci facesse il 31 dicembre negli uffici del club forse è il vero mistero dell’intera vicenda ma non approfondiamo…) quando -dice lui- per motivi di lavoro in vista di un imminente partita alla ripresa dell’anno nuovo, rispose stupito al telefono riattaccando infastidito. Pensava fosse una presa per i fondelli di fancazzisti stranieri che nella notte di Capodanno non avevano niente di meglio da fare. “Comunque -riprende Mathisen- a distanza di qualche giorno ci fu un'altra chiamata e questa volta il signor Bulklock fu molto più paziente e affabile e ci inviò anche vari programmi e documenti sulla storia della squadra”. Nella settimana di Pasqua i norvegesi organizzarono il loro primo viaggio in assoluto a Ochilview per capire se si trattasse solo di una stupida infatuazione dovuta a qualche alcolico di troppo o un piacevole svago  da coltivare. Al termine di una lunga chiacchierata, 26 anni dopo, sono ancora lì per ogni partita di cartello, al punto come ho accennato in precedenza, che la Main Stand dello stadio si chiama Norway. Fatto curioso come del resto quello che se avallato poteva costare carissimo al club. Mi riferisco a quello accaduto nell'estate del 1964, quando i tifosi dello Stenhousemuir e di altre quattro piccole squadrette scozzesi rimasero scioccati nello scoprire che 32 club della Scottish League stavano progettando di ristrutturare i tornei, modificandone la struttura e sostituirla con due nuovi campionati formati da 16 squadre. Il piano, promosso innanzitutto dai Rangers, era stato rivelato, segretamente, alle altre 31 società in due incontri tenutesi nei salottini in Tartan di Ibrox. Albion Rovers, Berwick Rangers, Brechin City, Stranraer e il nostro Stenhousemuir insomma non avrebbero avuto più avere alcun ruolo nel calcio scozzese professionistico. Ciò avrebbe reso la Scozia del pallone più competitivo e attraente. Tuttavia, per i cinque esclusi, il progetto avrebbe potuto segnare la loro fine, soprattutto perché a metà degli anni Sessanta i club minuscoli dipendevano fortemente dai premi in palio distribuiti dalla Scottish League ossia 35 sterline a punto. Nella stagione 1963-64 lo “Stenny” dopo si vide assegnare 1225 sterline, una somma non trascurabile in un momento complictao non solo per loro. Solo tre anni dopo, il Third Lanark di Glasgow, avrebbe chiuso i battenti e i fratelli Steedman stavano cercando di annientare l'East Stirlingshire. Quando il piano diventò di pubblica visione si capì subito che risentimento e rabbia, non avrebbero fermato l'iniqua proposta. Due persone bloccarono i piani di espulsione sebbene ci vollero quattro anni per ottenere finalmente successo. Jim Weir, indomabile presidente dei Warriors, e Robert Turpie, avvocato, formarono una formidabile partnership nel forgiare un approccio unitario da parte dei cinque club coinvolti, utilizzando ogni via legale disponibile per salvare la situazione. In secondo luogo, sebbene la stampa si schierasse con i Rangers nei loro illogici tentativi di intimidazione, i 31 compagni si mostrarono gradualmente sempre più a disagio. Il signor Turpie ottenne un'interdizione provvisoria il 26 maggio 1964, impedendo ai Rangers di liquidare la struttura della piramide calcistica scozzese all'assemblea generale annuale della Scottish League ma il vero colpo era che adesso altre squadre, tra cui il Celtic (nemico giurato dei Rangers) si allineò con coloro che lottavano per la sopravvivenza. Il punto più basso si verificò nel luglio del 1967, quando uno dei cinque coimputati fu costretto a rinunciare alla causa a causa dell'aumento vertiginoso delle spese legali. Tuttavia, con grande sorpresa il 7 gennaio 1968 i Rangers, visto il perdurarsi delle udienze, ritirò ogni azione e tutto restò immutato. Tornando alla mera attualità, frizzante come l’arietta di inizio autunno, vedremo se capitan Ross Meechan, Euan O'Reilly, Matthew Aitken e Dale Carrick, saranno così prolifici da imballare il vecchio “Gilmours” in Main Street di sempre più persone rivestite di colore ambro e granata, gli stimoli ci sono tutti.

venerdì 11 settembre 2026

WE ARE MILLWALL

 


“Ehi dico Jack, ma noi abbiamo qualche merdoso musicista che tiene per i lions, oppure ci dobbiamo sorbire ad ogni derby le interviste a Steve Harris e a quegli altri stronzi dei Cockney Rejects?”

South Bermondsey, fine marzo 1993, esterno giorno, palazzine in mattoncini scuri che sembra quasi un quartiere fatto col “Lego”, pigrizia, tanfo di fritto mattutino, passi strascicati da suole Dr Martens, una Austin Metro scorre giù di carrozzeria, risacca di benzina, solita strada color cenere, piatta, si muove con l’ansa del Tamigi, poi si rompe e strapiomba nell’odore di officina, di gomme e olio esausto, orridezza nuova nei sottopassi ferroviari, ribrezzo di scritte spray, l’estasi nella convinzione di un irrisorio benessere proletario rimasto a separare le schegge dell’East London nel fondo limaccioso della bottiglia inglese.

“Andiamo Connor smettila di masturbarti con queste scemenze, te lo ripeto, dalla nostra parte ci sono Roi Pearce, il frontman dei Last Resort e poi Billie Joe Armstrong il chitarrista dei Green Day, lui è un grande tifoso del Millwall e anche Lars Frederiksen dei Rancid”.

“Un paio di questi non sono americani?”

“Fanculo Connor, il singolo di maggior successo della carriera dei Rancid è una canzone incredibilmente orecchiabile, organo Hammond incalzante, attinge all'immaginario dei film gangster oltre all'iconografia ska/punk per raccontare la storia di un ragazzo ribelle che si fa strada partendo dalla strada fino a diventare rispettato, temuto e infine condannato a morte da un boss della malavita. In pratica è il lato A di London Calling dei Clash distillato in due minuti e 24 secondi...”

Sferragliare di treno sullo sfondo, confidenze puerili, striduli sbuffi adolescenziali, insofferenza da riserva di caccia, guaiti di cani dietro siepi di pitosforo, occorre incorporare nei nomi le forme, caduto il vento i passi dei ragazzi sono quelli della loro ombra, gocce di pioggia come spilli sulle teste rasate, a vederle alla luce chiara dell’whisky quelle di Connor e Jack sembrano ombre di ragazzi rimasticate in eterno da mascelle senili. Accennano a un coro, il coro,"No one likes us, we don't care"…

Jack, frangia e felpa scolorita di una taglia in più ha 16 anni, si torce clownescamente verso Connor, polo Fred Perry quadrettata e bretelle sui jeans, qualche maledetto mese in più sulle spalle gracili, anche più bianco e smunto, lentiggini fra i lembi del bavero, figli di un sottosuolo invisibile, botola di suggestione, sbirciano il chiosco all’approssimarsi del Den, muretti in calcestruzzo, porte sbarrate verniciate in blu e filo spinato arrotolato ovunque sui cigli del perimetro, dentro gradoni di convenienza sul rettangolo verde dei loro ragguardevoli sabato pomeriggio, il dissiparsi vischioso del cono di luce, dove si gioca a morire, volere o disvolere, lanci di penny e offese, garretti recisi, calci nella fanghiglia, un pugno di ricordi secchi ascoltati in qualche pub.

“Il Millwall è nato da una fica scozzese, me lo ha garantito quel figlio di puttana di Jimmy Reid, quello con la frangetta, il propietario del Blue Anchor”

“E con questo Connor? dovremmo forse fottercene della Regina?”

“Dovremmo fottercene di tutti Jake, te lo dico io. Teniamoci stretto il nostro lurido posto e guardiamo avanti senza dissolverci. Ti racconto questa. Un cazzo di mercoledì giocavamo contro il “Boro” qui al Den. Era una partita di coppa importante, a  Bermonsdey e in Old Kent Road non si vedevano altro che maglie del Millwall. Nell'attesa tornasse mio padre dal lavoro ero seduto su qualcosa in Leathermarket Street... Avrò avuto otto anni. Arrivò un tipo, faceva finta di non vedermi, quando giunse alla mia altezza gli feci: “Ehi, capo, per che squadra tieni?”. “Per il Middlesbrough” rispose lui, bello spavaldo. Allora quando mi ebbe superato di qualche metro mi misi a cantare: “Vai a firmare, vai a firmare, barbone. Tanto avete solo la disoccupazione”. Stupefatto, si voltò. Non pensava che un bambino fosse così velenoso. Mi infilai una mano in tasca e tirai fuori una monetina. Poi gridai: “Eccoti 10 pence, comprati una casa”.

“Ahahahah, questa non la sapevo, beh mio fratello George lavora giù al “Tesco”. Un giorno, entrò un tipo robusto, sui cinquanta, brizzolato, che notò la piccola spilla del Millwall che lui aveva infilzato nella casacca. Lasciò cadere la spesa e si tolse la maglietta, rivelando un tatuaggio degli Hammers sul bicipite destro. Poi cominciò a battersi il petto e gli chiese: "Vuoi uscire, ragazzo?". Dietro alla cassa c'era una fila di anziani con i carrelli completamente carichi di merce, tutti sconcertati. Mio fratello fece finta di niente, prese una penna vicino alla cassa e gli scrisse un biglietto, ci scrisse di aspettare l’orario di chiusura e di farsi trovarsi sul retro del Supermercato. Quel gran figlio di troia non si presentò. Vigliacco, un paio di colpi di "Brick" gli avrebbero fatto bene.”

“Domenica prossima dobbiamo fargli il mazzo a casa loro, in quel nido di neri e pakistani che ti tirano piscio, frutta e ortaggi dal Queens Market mentre i nostri vengono scortati lungo Green Street fino alla stazione di Upton Park. Appena posso voglio farmi una trasferta di quelle toste e rompere il culo a qualcuno.”  

“Peccato non abbiamo più quella squadra del 1988, io un pochino me la rammento, ho ancora i poster di Teddy Sheringham e Tony Cascarino, esordimmo in casa contro il Derby County...”

“Beh, loro erano le punte ma del capitano Les Birley e Terry Hurlock che aveva i capelli come Brian May te li sei scordati? Tutta gente dura, tutta gente da Millwall, anche se una sera  Hurlock detto "Gypo", durante il nostro anno nella massima serie, venne accusato di essere stato pescato a farsi una nottata troppo allegra e nonostante la polizia ci fu un bel siparietto faccia a faccia con i tifosi all’uscita degli spogliatoi dopo la sconfitta in casa contro gli Spurs per cinque a zero. C’erano tutti i capi dei “Bushwackers”, Ginger Bob, Harry The Dog e Mad Pat, quelli che a Luton presero possesso dello stadio e decisero di far volare in aria un migliaio di seggiolini e qualche bobbies.”  

Millwall Football Club, cespuglio di papaveri, quadrato di veterani, superstiti di mille battaglie dove ogni fibra è persuasa ancora di essere immortale e si rifiuta di disimpararlo, il club è originario dell'East End, avendo iniziato a giocare sull'Isle of Dogs a Poplar, nel 1885, come squadra aziendale della JT Morton, una fabbrica di conserve, maglia color blu di Scozia. Negli anni Venti volle espandere i propri orizzonti e si trasferì a sud del fiume, spostandosi al “Den” per coltivare un maggiore sostegno nelle zone densamente popolate di Bermondsey, Peckham, Deptford, New Cross... Ma il club mantenne comunque il suo nucleo di tifosi dei Dockers, tanto che fino agli anni '60 le partite del Millwall erano le uniche in tutto il paese a poter iniziare alle 15:15, per dare ai lavoratori il tempo di raggiungere Cold Blow Lane.

“Jack dove andiamo a vederci la partita di domenica pomeriggio? L’Anchor e il Nelson saranno zeppi come i miei coglioni, credo ci sia la diretta su ITV”

“Andiamo da Mark, da quando fa l’apprendista idraulico da quel matto in Lower Road si è comparato una bella televisione e vive da solo a Raymouth, vicino alla ferrovia...”

“Non ha trovato i biglietti per la trasferta...?

“No, ha avuto problemi con la polizia e poi lo sai, il governo ci sta dietro un pò a tutti adesso, i tagliandi sono contingentati”

Territorialità e orgoglio: entrambe le tifoserie vedono l'altra come una rivale incombente; sottocultura hooligan, rivalità fortissima: lo sciopero dei Dockers nel 1926 quando il Millwall ruppe i picchetti, la guerra tra le gang di Richardson e Krays, la cultura, la moda, l'orgoglio locale... bottiglie e sassi che volano dai palazzi bassi sulle strade. Ci furono due morti, uno per parte. La partita d'addio di Harry Cripps all'inizio degli anni '70 fu praticamente una sommossa continua, un tifoso del Millwall fu spinto sotto un treno a New Cross da quelli del West Ham. Subito dopo, durante le partite casalinghe del Millwall, vennero distribuiti dei volantini con la scritta: "Un tifoso del West Ham deve morire per vendicarlo”. E infatti un tifoso del West Ham fu accoltellato a morte a Embankment. Nel 1977, la BBC voleva realizzare un documentario sui famigerati hooligan del Millwall, noti allora come "Treatment" e "F Troop". Avevano programmato un dibattito in studio con tifosi "ordinari" dei Lions, famiglie ecc., per dimostrare che la stragrande maggioranza erano semplicemente tifosi perbene che amavano il calcio. All'ultimo minuto, scoppiò una controversia tra i vigili del fuoco e il dibattito in studio fu accantonato per fare spazio al servizio sullo sciopero minerario. La pubblicità che ne derivò causò al Millwall FC milioni di sterline di mancati introiti, per non parlare della percezione che il club fosse poco più di un'orda di barbari selvaggi per i quali il calcio era un'attività secondaria.

“Che te ne pare Connor della novità Premier?”

“Stanno creando un calcio per ricchi, per gente che potrà permettersi di pagare biglietti salatissimi, vogliono tirare fuori la classe operaia e i più poveri dal mondo del calcio, altro che storie, vedrai...”

“Quindi se quest’anno andiamo di sopra immagino un po' ti dispiacerà…”

“No, noi non ci andiamo, siamo messi male, e poi qualcosa mi dice che nel caso fossimo in corsa ci combineranno qualche porcata per metterci i bastoni fra le ruote, quei parrucconi della federazione mica ci vogliono nel paradiso patinato della Premier credimi, ma non ci devono andare nemmeno i fottuti martelli, sai che quel bastardo di Billy Bonds ha detto che Morley segnerà sicuramente un goal?”

"Bah, stronzate, ce la giocheremo invece, McCarthy non è uno sprovveduto.”

Mark Ross era un tipo grassoccio, taciturno e ciarliero a seconda della quantità di anfetamine che si era buttato giù, si era comprato un buco per topi ma aveva davvero una bella TV color, il canale di ITV si vedeva bene e per di più aveva pensato anche alle birre, una cassetta di Harp Lager in lattina. Connor si era seduto su una poltroncina tappezzata in tartan e non aveva ancora finito di accendersi la sua Benson che Jamie Moralee aveva portato in vantaggio il Millwall. Non era passato neppure un minuto di gioco. 

“E questo ficcatevelo nel culo finocchi del Bolyen...”

Nella stanza risuonò stonata: "No one like us we dont'care we are Millwall, we are Millawall,  from the Den...”

Immancabile esicasmo, un secondo dopo, Jack approffitta per fare culturame a basso costo:

”Ehi voi che di musica non capite un emerito cazzo, sappiate che questo coro fu plasmato sul calco di Sailing, canzone composta da Gavin Sutherland nel 1972, successivamente ripresa da Rod Stewart, che ne ha fatto quella cover melensa di enorme successo. Peccato il biondino tifi per quei pigiamini cattolici di Glasgow.”

Comunque sia, i vetri tremarono un poco, bensì mica per le urla ma per il treno delle 13,0o che da London Bridge portava già a Lewisham. Una calotta di fumo adornava il soffitto biancastro. Poi fra il minuto 13 e quello seguente il West Ham si scrollò ribaltando la partita, due goal in rapidissima successione.

“Porca di quella puttana, sbottò Mark inginocchiatosi sul tappetino davanti al divanetto, lo sapevo, siamo sempre dei dannatissimi segaioli, ora ditemi voi come si fa a beccare due reti in due minuti dopo che stai vincendo, mi ammazzo, mi ammazzo, cosa mi consigliate...”

“Perché non fai le due cose insieme...” - rispose di botto Jack- messosi a cavalcioni su una sedia di plastica girata al contrario.

Modesta risata, senza troppo esito, con sorrisi vacui, Connor aprì la finestra da dove giungeva il brusio del quartiere, groppo sanatorio di nevrastenici, miserie carnali e disgrazie della mente, indaffarato inospitale, quasi come quella casetta di Mark dove ITV continuava a insistere a restare accesa attaccata a un’incongrua spinetta in un angolo. Due a uno per loro, ceralacca su assolo di umore pessimo, una minacciosa promessa, andranno in Premier vincendo pure il derby, immediati e cangianti e nel loro cantare quella stramerda di Blowing Bubbles, gagliarda e allegra nel lucernario di casa loro, ma la rivincita, quantomeno nel risultato arrivò mentre Connor nel secondo tempo e alla quarta Benson si era appoggiato, quasi riparandosi, a una tenda color granito, nuca sul muro accanto a una Union Jack appesa a un paio di chiodi, e accanto a un mini poster di un giornaletto pornografico in cui la signorina accondiscendente accudiva un membro glorioso di nervi. D’un tratto da una punizione dalla tre quarti il gruppo si s’accigliò fremendo. Mark Stevens il centrale del Millwall colpì sciattamente la palla di testa che finirà in rete con suono sordo e piacevole come musica di gocce sul vetro, West- Ham 2 Millwall 2, l’attimo stesso che parve impietrirsi in maniera incorruttibile e invece toh, era già passato, irto di punte e coltelli ma che attimo.”

 

Ps: a fine stagione il West Ham salirà in Premier League da Runner up mentre il Millwall di Mick McCarthy si dovrà accontentare del settimo posto.



martedì 1 settembre 2026

SONS OF ROCK

 


“I tamburi di Dumbarton suonano così bene, mi ricordano la mia Jeannie, e quella tale dolce gioia che si impossessava di me, quando Jeannie si sedeva e cantava attraverso le colline ardenti di erica una canzone d'amore”.

Inizia così "Dumbarton's Drums" una delle canzoni dei Corries che senz’altro dovreste ascoltatare se un giorno capitaste a Dumbarton, e poi detto fra noi, esiste qualcosa di più bello dello stadio di calcio del Dumbarton? In Scozia certamente no. Si lo so, come darvi torto, resta una squadra modesta, di quelle che ci piacciano tanto perché hanno il retrogusto fiabesco da terra di mezzo vivendo di piccole ma consolidate consuetudini portate fieramente avanti nel semplice accontentarsi, adagiate su una sorta di debolezza romantica che pare aria di vetro quando soffia forte il vento nell'approssimarsi di un acquazzone. Ad ogni modo occhio, poiché il Dumbarton mostra compiaciuto la carta d’identità datata 1872 e si palesa come il quarto club più antico del paese fregiandosi di detenere un primato statistico condiviso solo con i Rangers. È stata la prima squadra a vincere almeno un titolo in ognuna delle quattro divisioni professionistiche del calcio scozzese, fra cui spiccano i primi due campionati giocati sopra il Vallo oltre a una coppa nazionale. Ok, siamo sempre là, insomma voglio dire roba soprattutto da antiquario specializzato nel tardo periodo vittoriano; eppure, l’albo d’oro non si cambia, potete anche leggerlo con una lente, scuoterlo, o capovolgerlo, vedrete che il nome dei “sons” (spiegheremo a breve il motivo) resta lì ben saldo, aggrappato a quel brandello di storia concitata, pionieristica e da olio per i lumi. Alla confluenza del fiume Leven si è cominciato presto a giocare, capitò per emulazione, una mattina di novembre mentre tutta la contea era avvolta da un sudario di nebbia grigia e umida, e il meticoloso lavoro nella distilleria in High Street andava avanti perché ci fu un tempo che questa cittadina, sfuggita per inerzia all’accerchiamento millenario delle acque, veniva riconosciuta dalla Camera dei Comuni come "capitale mondiale del whisky". Occorre infilarci ancora meglio nell’odore di malto. Ci sono tre giovani del posto, Alan Scott, Steve McCann, e Alistair Cunningham, addetti allo stoccaggio dei galloni, fra una botte e un'altra incominciano a discutere sulla possibilità di formare un club dopo che il sabato precedente erano rimasti entusiasti dall’aver visto la partita fra il Vale of Leven e il Queen’s Park. Quando le campane della Chiesa di Saint Patrick rintoccano in Strathleven Place l'ora di uscita dalla fabbrica, non perdono tempo e si informano sulla proprietà di qualche ettaro di terra dalle parti di Boghead Park e stipulano un contratto che gli darà la concessione d’utilizzo sette anni dopo ma a un prezzo estremamente conveniente. Nel frattempo, il gruppo si allarga, il Dumbarton comincia a prendere forma. Finché il Boghead non sarà pronto ci sarà comunque da adattarsi a disputare partite su campi di fortuna, in genere perennemente allagati dalle lune di marea o in compagnia di qualche pelosissima Hebridean Breed dal campanaccio tintinnante. Tuttavia, il Dumbarton conquisterà i suoi allori (unici) non appena si sistemerà nell' ovale dello stadio che presentava un piedistallo, eretto su un lato, noto come The Postage Box, insieme a una tribunetta di legno di fronte costruita lungo Miller Street. E così il Dumbarton del capitano Tom McMillian e del bomber John Bell vincevano trofei, i levrieri correvano intorno al terreno per la maledizione o per l’effimera gioia di centinaia di scommettitori accalcati lungo gli steccati. Stava per iniziare il Novecento dei “sons”. Un Novecento terribilmente scarso di successi, un Novecento dove casomai ci si colora definitivamente di bianco listato di giallonero in tinte non sempre eque ma per lo meno stabili. Oh, naturalmente di giocatori colmati da discreto riverbero ci sono stati, un recente sondaggio ha proclamato una hall of fame con in testa Lawrie Williams, seguito da Donald McNeil e Johnny Graham. Un po' meno Billy Lamont quando un giorno del dicembre 1990 il Montrose vinse ma Boghead per 4-1 in Coppa di Scozia e i tifosi erano furiosi e a fine partita ne chiesero la “testa”. La squadra più amata probabilmente quella del 1972 che dopo cinquantanni rimise il culo in Prima Divisone allenata da Jackie Stewart e dall’attaccante Kenny Wilson.  Ma dicevamo del nickname “sons”, che in tutto questo peana è la parte più interessante. Va detto che Dumbarton è sovrastata, per non dire oscurata, da una gigantesca cupola di basalto vulcanico conosciuta con il nome di Dumbarton Rock sulla cui sommità, manco a dirlo, gli scozzesi costruirono un castello imprendibile. Fu inizialmente questo il motivo che indusse a disegnare nel crest un elefante a simboleggiare la montagna sul cui dorso è appoggiata una torre a simboleggiare invece il castello. E quando nel 2002 l’esausto Boghead Park, ormai un ferrovecchio crepato e inservibile, fu demolito e si decise per la costruzione di un nuovo impianto il Dumbarton e il suo trust di tifosi, che possiede un numero significativo di azioni, non si lascerà sfuggire l’opportunità di farlo giusto a ridosso del cosiddetto “Elephant&Castle”. Attualmente il tecnico è Frank McKeown giovane tecnico di spirito, carattare, intraprendenza, ex colonna dello Srtranraer, capello che comincia a imbiancarsi, nativo della zona di Maryhill a Glasgow, uno che da bambino correva e tirava calci a un pallone vicino alla casa di Charlie Nicholas, ma lui prenderà una strada leggermente diversa consolandosi in categorie più spremute di fango. Oh, in ogni caso se passate da Dumbarton evitate l'Overtoun Bridge, ve lo direbbe subito Stuart MacBride, scrittore di thriller nato qui e ve lo direbbe "ca va sans dire" il suo “ispettore” Logan McRae. Un ponte dicesi maledetto, allora meglio avviarsi verso il Glencairn Lounge e instaurare un intenso rapporto d’amore con una pinta di scura e un Highlands Breakfast, salsiccia cotta nel pane con tanto di crosticina, uova, bacon, funghetti, pomodoro e buon appetito. Se poi siete riusciti a trovare una maglia del Dumbarton Football Club stagione 1978/79, griffata umbro, o la precedente Admiral (su di loro la pace) la felicità non sarà più un semplice stato mentale. 

On the Rocks.






IL MAGO DI CAMPAGNA

  Il silenzio di Ferrara non era mai vero silenzio:  era il fruscio continuo, metallico e discreto di migliaia di biciclette che accarezzava...