sabato 29 agosto 2026

VIOLITUDINE 100

 


E' stata una serata da brividi, bella come non mi sarei immaginato. Sono sceso dal treno ieri in mattinata sfilando fuori dal sottopassaggio della Stazione di SMN che all'uscita ti mostra il culo della Basilica, un bel culo gotico d'arenaria per carità, e arrivo in faccia a San Lorenzo, anche lei Chiesa un pò ritrosa forse perchè per 300 anni fu la Cattedrale di Firenze, prima di cedere lo "status" a Santa Reparata, e un pò ci è rimasta offesa. L’odore di pelle e cuoio ti entra aspro nelle narici e ti accompagna fino a Piazza dell’Ariento dove dall’aperto si passa al chiuso e gli afrori di pelletteria e tessuti sono sostituiti, in un attorcigliarsi di naso, da quelli più gustativi e istintivi di carne, pesce, frutta e verdura. Qui le voci di esercenti e clienti si impigliano sugli enormi finestroni creando una cacofonia resa ancora più disorganica da un sottofondo radiofonico tassativamente locale, le cui frequenze agganciano Radio Bruno, Lady Radio o l’indovinatissima RFV, in quanto, sappiate, il calcio è una sorta di guerra e i tifosi non possono mancare agli appuntamenti con il bollettino giornaliero dal fronte. D’altra parte questo è l’anno del Centenario poiché le fonti ufficiali dicono che la Fiorentina venne fondata il 29 agosto del 1926 ma a causa di un errore di trascrizione i fiorentini pensarono subito di dividersi in due o tre fazioni che in fondo a veder bene dal binocolo della storia è la cifra specifica di questa città, ergo sulla data di nascita della squadra c’è sempre stata questa discrepanza di tre giorni, per altri di alcuni mesi ma alla fine cosa importa, la Fiorentina, questa disgraziata squadra, compie un secolo, e allora dovunque, ad ogni terrazza, ad ogni pertugio, ad ogni bancone di generi alimentari sono appesi, alla stregua di santini, poster consunti e addirittura vecchi calendari, perché il tempo scorre ma i campioni amati restano, e la devozione supera persino l'attualità delle cronache quando ti accorgi che in un angolo di una macelleria campeggia scolorita, un'agenda con la foto della rosa dello scudetto del 1969, un recinto di beati, quella con Picchio de Sisti capitano, foro e scrigno, e Mario Maraschi, oppure, dietro a triglie, orate e branzini, appare la chioma nel vento del Campo di Marte, di Gabriel Omar Batistuta appoggiato alla bandierina del corner dopo una rete, e poco più in là, su una bilancia d'epoca zeppa di cavoli e verza, resiste un quadretto di Roberto Baggio in azione sotto la Fiesole, con quei ricci da putto giottesco mai dimenticati nonostante le cariche e i lacrimogeni. Mi appoggio alle spallette del Ponte di Santa Trinita dove si concluse “I Laureati”, di Pieraccioni, quello con le colonne sonore degli Audio 2 che nel periodo andavano forte e collaboravano con Mina. La scena più simpatica a mio avviso resta quella girata fra la nebbiolina del porto di Viareggio, dove una Maria Grazia Cucinotta bella da svenire (Letizia nel film) tenta furbescamente, in ogni modo, di provocare Leonardo e lui si sforza di resistere dissimulando serenità ormonale mentre la sua stessa voce fuori campo dice: “dovevo pensare a qualcosa che mi abbassasse l’adrenalina, cose brutte, l’esame di maturità, la nonna di Rocco morta stesa sul letto, la Fiorentina in serie B…”. Già la Fiorentina in serie B quando nessuno se lo aspettava e come potevi aspettartelo con Laudrup, Effemberg e compagnia? Invece successe, perché a Firenze non ce mai stato verso di stare tranquilli con la Fiorentina, in un modo o nell’altro nemmeno si fosse ancora nel rinascimento spietato dei Medici, dei Pazzi e degli Strozzi, quando un giorno sì e un altro pure, qualcuno veniva trovato in braghe e camiciona bianca impiccato all’inferriata di un balcone. Ne ho approfittato per venire a trovare un amico, Gianni o Giannino, perché da ragazzi lui abitava nel mio paese, e diventammo molto amici. Giannino era un tipino tutt’ossa, dagli occhi stretti a fessura, i capelli tagliati a vanvera, magro scoglionato e bianco come un cero, al punto che quando andavamo al mare doveva usare una protezione da bimbo per non incappare in bruciature da grill. Della stessa età e dello stesso scaglione, venimmo insieme giusto qui a Firenze alla mitica Caserma "Cavalli" per fare la visita militare, lui naturalmente riformato per scarsità di torace, io rivedibile, poi l’anno seguente assegnato al Car di Falconara. Oggi Gianni è padre di famiglia, ha messo su quei chili mancanti e anche parecchi altri, si è sposato con Claudia, una biondina sveglia di Tavarnelle, hanno una ragazza che studia a Pisa e vorrebbe fare l’avvocato civilista (ovvio), non sia mai che manchi questa tipologia di avvocati in Italia. Lui è rimasto fedele tifoso della Fiorentina, io, onestamente, con l’età mi sono un pochino allontanato ma è chiaro che la maglia viola mi provoca sempre un effetto particolare, simile a un languore di cose smerigliate e assottigliate dall’incedere del tempo; tuttavia, il tifo resta sempre brace che cova sotto la cenere. Lo incontro sul Lungarno Torrigiani. “Ti ricordi tuo zio Egidio?”-“Caspita (rispondo al volo), come faccio a non ricordarlo”. Zio Egidio abitava in via Manzoni, in uno di quei palazzoni lunghi e alti dall’intonaco biancastro a ridosso della Porta di Beccaria e piazzetta D'Azeglio, aggraziata da tigli e platani. Un uomo vigoroso, di estrazione contadina, autista alla SITA, uno che zitto-zitto nel 1966 era partito col treno da Siena per Firenze, e per un mese non si era rivisto perché decise di venire qui a calpestare melma e detriti, a spingere carriole e spalare merda, a fare insomma l’angelo del fango, e a Santa Croce ebbe la fortuna di essere fra coloro che in un silenzio rotto solo dai passi degli stivali sul sagrato della Chiesa portarono fuori a spalla il crocifisso ligneo di Cimabue. Egidio a Firenze c’era rimasto, conobbe Rosanna, una donna di Ferrara, di quelle da cartolina degli anni Sessanta, con il tailleur a fiori, il foulard fra i capelli neri e gli occhialoni da sole che pareva un attrice americana. Anche lei venne qui per aiutare, anche lei una volontaria. Si misero insieme, senza sposarsi, non ebbero figli, e purtroppo lei morì prematuramente e da quel giorno lo zio cominciò a inclinare la testa di lato, a fiutare la vecchiaia, a vedere un orizzonte più breve. Ah, Dio bono, lo zio aveva un idolo, Julinho, (detto Giulio) uno degli eroi del primo scudetto. Lo volle a tutti i costi Fulvio Bernardini che nel 1954 da allenatore della Fiorentina andò in Svizzera a vedere i Mondiali e gli bastò quella rete segnata dal brasiliano all'Ungheria di Puskas per correre a una cabina del telefono cercando di convincere il presidente Enrico Befani (un industriale tessile di Prato, provvisto di denaro e ambizione ma anche di notevole senso organizzativo) ad acquistarlo dalla Portoguesa, e questo giocatore longilineo, con i baffetti alla Clark Gable, figlio di un droghiere di San Paolo, fece una coppia favolosa insieme a Miguel Montuori, talmente favolosa che per poco, aggiungo per una birbonata subita in finale, non ci scapperà di vincere anche la Coppa dei Campioni. Oh, quasi meglio del lampredotto di Natalino. Gianni aveva una foto, anzi no, una figurina di Kurt Hamrin, l’uccellino, se non rammento male regalata e ritagliata da una pagina del “Brivido Sportivo” il giornalino che si vendeva davanti ai cancelli dello stadio prima delle partite, autografata sul retro, e la teneva nel cassetto della camera da letto insieme ai libri di Joseph Conrad. Ad un certo punto, Gianni la tira fuori dalla tasca e me la dà. E io, siccome ci si commuove spesso a una certa età, che come diceva Ernesto Sabato è sempre un’età incerta, mi sono messo quasi a piangere, guardando vitreo l’acqua limacciosa dell’Arno scorrere mogia verso Ponte Vecchio. “Grazie, adesso sai cosa, facciamone una copia, così ce l’abbiamo entrambi”-“Già fatta, eccola". Io, lui e mio zio le abbiamo viste tante di partite, sotto la pioggia, con l’impermeabile giallo, abbiamo visto Bertoni e la "luce" Giancarlo Antognoni, abbiamo visto la maglia innovativa dei Pontello, abbiamo patito la rabbia del tricolore sfumato, abbiamo visto la faccia da gringo di Passerella, l’aria disincantata di Socrates (chissà se avrà letto davvero Antonio Gramsci in italiano... a vederlo più che a un dottore o a un compagno di partito assomigliava a un profeta assorto), abbiamo visto un goal da urlo di Monelli al Napoli, le "bombe" di Ramon Diaz, una serpentina di Nicola Berti contro la Juve, e la rete di rapina del povero Borgonovo all’Inter, in un incontro pazzesco, vinto in rimonta per 4-3. Straordinarie furono le trasferte “forzate” e spensierate al Curi di Perugia durante la "maledetta" Coppa UEFA 1989/90, con tanto di "foca" Nappi, trasferte dovute al restauro del Comunale, compresa la doppia finale con "lei" per dirlo alla Mario Ciuffi e allegato ennesimo attacco d'ira, ma cosa vuoi, il destino, la predestinazione, il calcio è metafora e va preso nella sua finissima filosofia, e beffa su beffa pure cornuti in quelle giornate complicate dell'anno bislacco della retrocessione, condite dalla disperazione di Agroppi arrivato per salvare la baracca ma la baracca stava priva di fondamenta e ogni volta che il povero Aldo usciva dal campo non saprei dire se fosse più sconsolato o avvilito. Poi in un crescendo rossiniano rivedo “Vittorione”, in piedi sulla balaustra, capopopolo sincero ma un pò bischero, che una volta rischiò di scivolare giù a tonfo nel parterre; rammento l'esultanza per la Coppa Italia del '96 vinta contro l'Inter, fino a quel tragicomico carnevale del 1999 quando Edmundo volle per forza tornare in Brasile a ballare la samba e non solo, e Batistuta, per la legge di Murphy, si fece male, e i fischi del Trap in panchina non servirono più a niente perché lo scudetto sfumò, maremma impestata. Fu il mio ultimo campionato da abbonato, mio zio cominciava a sentirsi stanco, le partite preferiva vederle alla TV, e Gianni ormai il fine settimana, dopo la nascita di Claudia, restava in famiglia e mica potevo dargli torto. Certo dopo ci fu il fallimento, la C2, la neve di Gubbio, ci furono Luca Toni e una salvezza partendo da -15, ci fu Alberto Gilardino e una vittoria ad Anfield Road. Inevitabilmente, giacché così va la vita, dice Kurt Vonnegut, ci ritrovammo al funerale di mio zio deceduto in un anonimo mercoledì di novembre, nel solito grigiore umido dei funerali d’autunno, che per carità sono sempre tristi ma per lo meno, (paradosso per paradosso) li rendono più gravi e di conseguenza più veri. Stavamo lassù, appoggiati a una balaustra di San Miniato al Monte e ci ricordammo di una delle frasi teatrali da combriccola di “Amici Miei” pronunciate ogni tanto da mio zio quando diceva di sbellicarsi dalle risate ogni volta che si ritrovava qui fra l’argento degli ulivi e l’oro della Basilica dove riflessa nei marmi ogni preoccupazione è sopita: “Vedi, si potrà dire "pora" Fiorentina che non vince mai niente, nemmeno una coppetta di cartapesta, per forza manca Julinho, ma li vedi tutti questi ovali fumé, tutto questo caravanserraglio di croci, tutti onesti, tutti avveduti, tutti ottimi mariti e ottime mogli, tutti figli integerrimi, coscienze dritte, compendi di bontà, anime delicate... macché, “gnamo” dai, si magari qualcuno, ci mancherebbe, in ogni caso chi oserebbe contestarle adesso? Ecco un’impresa più facile di far vincere qualcosa alla Fiorentina, un’impresa alla mia portata: sbattetemi qua dentro e spendete due bugie quando verrò per rimanere". Con Gianni ci siamo salutati, in mano quella figurina, la metterò in un cassetto, da qualche parte dovrei avere ancora "Linea d'Ombra” e, mea culpa, non l'ho mai finito di leggere, lo farò, promesso, sperando che nelle ultime pagine del libro quel giovane neocapitano di marina riesca a mettere in salvo il suo veliero nel porto di Singapore. Auguri Fiorentina.

domenica 16 agosto 2026

ACQUA DI COLONIA

 


                                         

Campo di patate delle East Midlands. Fango che sale su fin sopra i calzettoni, impiastriccia le magliette, nasconde i numeri sulla schiena. Il City Ground schiuma umidità da ogni poro. Tribune come scatolette di sardine, pubblico pressato, dondolante,  luce carezzevole da abatjour. Ultimi refoli di una pioggia che aveva scosso Nottingham per giorni, gocce leggere cadevano sui solchi fatti dai tacchetti. Le scarpe rumoreggiano sulla melma. Era un calcio che non godeva di troppi privilegi. Mistico senza liturgia. Si sgomita. Si danno botte, si prendono, si segna, si urla, si impreca, si gioisce, la folla inghiotte ogni emozione e la restituisce con inerzia gutturale e solidità da baritono. Nottingham Forest-Colonia, 11 aprile 1978, semifinale di andata della Coppa dei Campioni, rossi contro bianchi, Brian Clough contro Hennes Weisweiler. Due figli di buona donna che declamano opinioni politiche troppo divergenti perché la comune passione per il calcio possa unirli in un timido saluto sia pure di cortesia sportiva. Clough è un socialista convinto, Weisweiler ostenta apertamente le sue inclinazioni di destra, in realtà la “buoncostume” multerebbe entrambi volentieri per eccessiva disinibizione nei comportamenti. La capretta viene legata alla quercia del Trent e sfiora il colpaccio. La capretta? Già la capretta Hennes. A vederla così, di primo acchito, sembrerebbe una capra qualunque di quelle con le corna e tutto il resto. Ben curata, certo, ma come tante altre solo che la Germania è terra di eresia. E allora quella sulla sinistra, pochi metri dopo aver varcato la soglia dello Zoo di Colonia, non è affatto una capra qualunque. D'altronde lo suggeriscono anche i cartelli: "Hennes IX, animale araldico e totemico dell’1. FC Köln". Ah, una mascotte? No, qualcosa di più. Basta posare gli occhi sullo stemma della squadra per capirlo. Hennes, la capra, mette i suoi zoccoli sulfurei sui pinnacoli del Duomo. Pochi minuti trascorsi a bordo recinto, tratteggiano la virtù e turisti o fanatici si assiepano quotidianamente per ammirare da vicino l’ultimo esemplare di un’autentica dinastia. Esatto, perché la singolare storia degli Hennes affonda le proprie radici nel secolo scorso. Tutto, per la precisione, iniziò nel 1950 esattamente due anni dopo la fondazione del club, previa fusione fra il Kolner e lo SpVgg Sulz, riportata in data 13 febbraio 1948, voluta fortemente da Franz Kremer, autentico demiurgo nato nel quartiere di Klettenberg. Il direttore del circo di Colonia, un inglese, Harry Williams, decise di regalare alla squadra un “portafortuna”, il simbolo che ancora le mancava, cioè - appunto - un giovane becco. “Jawohl”, ora come battezzarlo? La scelta cadde sul nome dell’allora giocatore e omonimo Hennes Weisweiler, il quale (secondo la leggenda) arrivò addirittura a farsi urinare addosso per poter beneficiare appieno dei poteri dell’oracolo. Vabbè, sorvolando su quest’ultimo dettaglio, la “mossa” si rivelò corretta, tant’è che in seguito il tecnico vincerà da calciatore due titoli e da allenatore condusse i suoi verso la gloria sia in Bundesliga che in Coppa di Germania nel 1978 cullando il sogno della Coppa dei Campioni. Colonia in quel periodo era risorta completamente, Colonia una delle città tedesche più fracassate dalla guerra, la città renana nel maggio del 1945 si presentava come un enorme distesa di mozziconi di case, un’aratura di detriti, un ammasso di rottami intorno alla sua Cattedrale, alta, abbrunita, dritta come un gigantesco spettro e dentro i Re Magi dormivano nello scrigno d'oro. La Colonia del profumo a base alcolica avvolta dalla bruma anche d'estate che pareva impregnare l'aria e nelle giornate di vento la polvere evaporava dalle macerie. Insomma, il cielo grigio degli anni immediati del dopoguerra sembrò prolungare gli inverni finché finalmente tornarono i fiori sulle terrazze delle case, nei giardini, nelle insegne dei negozi, il Neumarkt riaddensò le sue bancarelle e le candeline, una fiammella alla volta, cominciarono a tornare a scandire l'approssimarsi del sentitissimo Carnevale fra Hohestrasse, la grande asse pedonale, nuovamente animata, il ponte ferroviario a tre arcate (quasi imposibile da pronunciare) di Hohenzollernbrücke e il pittoresco mercato del pesce sotto appuntite case in legno color pastello; Franz Kremer pose la domanda delle domande: "Volete diventare campioni di Germania con me?". Brusio, risatine di sottofondo, qualche applauso di incoraggiamento. Lui mantenne la promessa con i fatti. l'FC Colonia ottenne la tanto attesa promozione in Oberliga West (Lega di massima serie della Germania Ovest) già al secondo anno. Guidato dal brillante duo composto da Hans Schäfer e Josef "Jupp" Röhrig il club divenne campione della Germania Ovest per la prima volta nel 1954 e raggiunse la finale di Coppa, persa sfortunatamente 1-0 contro lo Stoccarda ai tempi supplementari. Franz Kremer era un autentico perfezionista. Negli anni successivi, lavorò sistematicamente sulla squadra e sulle strutture del club, senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà, con uno sforzo e una meticolosità del tutto atipici per il calcio di allora. Dalla mattina alla sera, il "Boss" – come lo chiamavano rispettosamente giocatori e tifosi – era in piedi, guidando le attività del club verso una professionalità sempre maggiore. Da un lato, si comportava come un patriarca severo che non si asteneva mai dal criticare e non tollerava alcun dissenso; dall'altro, si preoccupava profondamente del benessere dei suoi giocatori. La figura del calciatore professionista non esisteva ancora. Kremer garantì ai suoi giocatori una sicurezza finanziaria per la loro carriera post-agonistica, solitamente attraverso le sue stazioni di servizio e tabaccherie. Si assicurò inoltre personalmente che i giocatori gestissero il loro denaro con attenzione e parsimonia; li consigliò su come sottoscrivere piani di risparmio presso società edilizie e acquistare terreni e case. Riguardo al suo stile di leadership, Kremer amava definirsi un "dittatore democratico". Non sorprenderà quindi che considerasse il primo cancelliere, guarda caso proprio nativo di Colonia, Konrad Adenauer un modello da seguire. Nessun altro club calcistico tedesco all'epoca poteva vantare infrastrutture paragonabili. Nel cuore della cintura verde cittadina, nacque il "Geißbockheim", centro di allenamento  all’avanguardia inaugurato nel settembre 1953. Alla luce dell'economia calcistica odierna, tutto ciò potrebbe non sembrare particolarmente spettacolare ma se rapportato agli standard dell'epoca, il metodo di gestione di Kremer era di gran lunga in anticipo sui tempi, tanto che, a posteriori, l'1. FC Köln è unanimemente considerato il primo club calcistico professionistico in Germania. Nel 1962, Franz Kremer raggiunse finalmente il suo grande obiettivo sportivo: sotto la guida del nuovo allenatore jugoslavo Zlatko "Tschik" Čajkovski quando il Colonia si laureò campione di Germania per la prima volta. La stampa sportiva si profuse in elogi: "Il Colonia ha lottato e vinto il suo primo campionato tedesco usando le armi del calcio più moderno” - riportava "Kicker”. Oltre 200.000 persone accolsero i giocatori con un'ovazione. Questa impresa si ripeté nel 1963/64, seppur in un formato completamente diverso. A partire da quella stagione, il campionato tedesco fu determinato in un'unica lega nazionale: la Bundesliga. Questo realizzò un sogno a lungo vezzeggiato da Franz Kremer. Dalla metà degli anni '50, lui e il futuro presidente della DFB, Hermann Neuberger avevano infatti lavorato energicamente per implementare questo nuovo formato. Tuttavia, fu solo nel 1962 che la loro proposta ebbe successo. Nel 1973 lo stadio di Müngersdorf diventerà il primo impianto coperto della Germania calcistica. Si ora dobbiamo tornare a Nottingham. C’è un giocatore nel Colonia, un belga, i capelli biondastri che gli si stanno diradando sulle tempie, lui li lascia crescere lunghi sulla nuca, senza che ciò intacchi minimamente la sua eleganza. Giocoso nella vita come in campo, condivide volentieri la ricetta della fonduta belga: "Si prepara una grande pentola di purè di patate, si invitano degli amici e ci si intingono le patatine fritte". Chissà forse Roger Van Gool (l’uomo da un milione di marchi) ha raccontato questa storia a David Needham e Chris  Lloyd, e loro ad un certo punto ripensandoci si contorcevano come gobbi, aprendoli la strada verso la porta inglese: 0-1. Nella finale del Pokal la stagione precedente solo il portiere Harald Schumacher, i difensori Roland Gerber, Gerd Strack e Herbert Zimmermann e, in misura minore, i marcatori Bernd Cullmann e Roger van Gool, si erano veramente meritati il merito di una vittoria contro il Fortuna Düsseldorf senza particolare esultanza. I registi di centrocampo Heinz Flohe e Herbert Neumann, quest'ultimo costretto a scendere in campo di partita in partita acciaccato a causa di un infortunio al ginocchio, fu in gran parte ostacolato nello sviluppo sua capacità da avversari tediosi come Flemming Lund, il danese alto appena 1,68 e dal veterano quasi calvo Egon Köhnen. In ogni caso Heinz Flohe e Herbert Neumann si scambiarono un uno-due vicino alla porta, "Flocke" ci proverà insaccando il pallone in rete. Poi raddoppio di Van Gool e coppa al Colonia senza meritare se non nel punteggio pratico. il Nottingham praticava una versione idiosincratica del passing game e sembra aver mandato a memoria la lezione impartita al mondo, pochi anni prima, dagli olandesi: il Forest, anche se non schiera un gran numero di campioni, fraseggia, controlla la manovra e il possesso, gioca con il baricentro alto e domina l’incontro per larghi tratti, creando tantissime occasioni e dimostrandosi in grado, da buona squadra britannica, anche di mostrare i denti e di alzare i gomiti, quando necessario. Il Colonia si porterà sul 2-0 in maniera inattesa giocando più di rimessa ma con grande qualità nonostante la fanghiglia, che dopo pochi minuti nasconde agli occhi degli spettatori anche i numeri di maglia. Weisweiler è fautore di un calcio totale teutonico, aggressivo e spregiudicato, sarà un incontro omerico, di enorme intensità, i suoi sono una squadra tosta fisicamente e tecnicamente di alto profilo nonostante quel campaccio sanno manovrare, tanto che anche le loro occasioni, specie quelle costruite in campo aperto, non si contano. Dieter Müller imperversa sugli stracci di un Forest fuori convergenza: 0-2. Dieter Müller, ovvero il ragazzino capelluto di Offenbach che realizzò sei goal in una partita della Bundesliga; accadde il 17 agosto del 1977, nella partita casalinga disputata contro il Werder Brema. “Ero al settimo cielo quando ho lasciato il campo. Sei reti, nessuno ci è più riuscito. Quando sono arrivato al Geißbockheim dopo la partita, sono stato accolto da applausi e ho bevuto una o due boccali di Kölsch in più del solito. Ma in quel momento non ho realizzato appieno cosa fosse appena successo. Solo il giorno dopo ho capito che quei centri erano un record assoluto"- racconta nella sua autobiografia "Le mie due vite". Una serata indimenticabile che rimane insuperata. E a Nottingham intanto? finirà  3-3. Il commovente sforzo del Forest aveva ribaltato la gara sul 3-2 prima di subire il goal del pareggio su una ripartenza, che si conclusa con un destro velenoso del subentrato carneade Yasuhiko Okudera, nato  a Kazuno, in Giappone, il calciatore che possedeva la saggezza degli abitanti dell’arcipelago. Per arrivare a quella semifinale il Colonia aveva vinto una Bundesliga clamorosa all’ultima giornata. Quando tutto sembrava semplice, tutto si rivelò ostico, anzi paradossale. Nella fase finale della corsa al titolo 1977/78, Colonia e Borussia Mönchengladbach si affrontarono in un duello a distanza, dando vita a una delle corse al titolo più avvincenti di sempre. Prima dell'ultima giornata, entrambe le squadre erano a pari punti, ma il +10 del Colonia nella differenza appariva margine di ampia sicurissima se non totale. Colonia in trasferta contro il St. Pauli ad Amburgo, mentre il Mönchengladbach in casa sfidava il Borussia Dortmund. Udite, il Borussia di Udo Lattek vincerà per ben 12-0 in quella che ancora oggi resta la vittoria più larga nella storia della Bundesliga. Ma non bastò perché anche il Colonia vinse sufficientemente largo per 5-0. Trascinati dallo straordinario capitano Heinz Flohe, da Dieter Müller e Jupp Heynckes Il Meisterschale  salirà a Mungerdorsdf. Al fischio finale, i giocatori tedeschi si abbracciarono. Andarono a salutare i loro tifosi mentre Weisweiler si asciugava gli occhiali. Per tutta la stagione il calcio offensivo del Colonia sorprese gli avversari: Heinz "Flocke" Flohe, il figlio del meccanico di Euskirchen, frontman da palco rock e talento purissimo, orchestrava il gioco, Flohe giocatore straordinario (campione mondiale del 1974) e sfortunato, così come l'uomo, scomparso prematuramente, a cui il Colonia ha dedicato una statua davanti allo stadio. Con il suo “assistente” di reparto Herbert Neumann aveva un'intesa quasi telepatica e inoltre, ecco spuntare, sul sentiero di sbronza da Guerra dei trent’anni il futuro portiere della nazionale che si mise per la prima volta sotto i riflettori: Haral Anton Schumacher detto Toni in onore di Turek, portiere campione del mondo 1954.  Schumacher, faccia e baffi di bronzo, la fissa delle divise color celeste e campionario di uscite fin troppo spericolate (suonare campanello Battiston) si era guadagnato la fiducia del commissario tecnico Hennes Weisweiler nonostante solo pochi mesi prima, Weisweiler voleva disperatamente liberarsi del suo portiere perché non voleva più quel fascio di nervi di Toni Schumacher nel Colonia al punto che il contratto per il nuovo portiere Norbert Nigbur appariva praticamente firmato. E invece Toni resterà. Dopo il City Ground a Colonia si annusò l’aria da coro cattolico di Monaco: “Il Colonia è già in finale" titolò il settimanale “Kicker”. Peter Shilton, estremo difensore del Forest dal canto suo, ammetterà gli errori: "Sono responsabile di due goal". "Questo è certo", gli fece eco causticamente Clough. Al ritorno poche emozioni, solo tanta adrenalina. I tedeschi hanno due risultati su tre per qualificarsi, ma non sfruttano alcune buone opportunità nel primo tempo e vengono puniti dal cinismo del Nottingham  Forest che spezzò i sogni dei renani con un colpo di testa di Ian Bowyer. Tschüss, conclusione da libro di Heinrich Böll, un “Kölner" puro: "E non disse nemmeno una parola".





"STEN" "MUIR"

Sia fatta debita scaramanzia perché oggettivamente è  troppo  presto e irragionevole fare un pronostico del genere ma il pensiero tende a se...