giovedì 1 ottobre 2026

IL MAGO DI CAMPAGNA

 



Il silenzio di Ferrara non era mai vero silenzio: era il fruscio continuo, metallico e discreto di migliaia di biciclette che accarezzavano il pavé e i ciottoli di porfido. Negli anni '60, la città si muoveva così, a passo d'uomo e a colpi di pedale, sotto un cielo che in autunno si colorava di una nebbia densa, quasi protettiva. Uscendo da via San Romano, l'aria ti accoglieva con un contrasto pungente di odori. C’era il profumo dolce e speziato del pampapato che usciva dalle pasticcerie del centro, mescolato a quello ricco e avvolgente del ragù e del pane ferrarese (che loro chiamano Coppia) appena sfornato, con i suoi "crostini" fragranti che i bambini sgranocchiavano tornando da scuola. Ma c'era anche un sentore più aspro, di terra umida e di fumo dei camini, che si legava alla vicina campagna padana. La domenica, però, tutti gli odori e i rumori convergevano verso un unico punto magnetico: lo Stadio Comunale di Corso Piave. Visto dall'alto, sembrava un miracolo di incastri urbanistici. Non era un tempio isolato nella periferia, ma un pezzo di quartiere cresciuto in mezzo alle case, con i muri di cinta che sfioravano i balconi delle palazzine e le finestre dei primi piani che si affacciavano direttamente sul rettangolo verde. Gli abitanti di via Bologna o di via Cassoli non avevano bisogno del biglietto: bastava aprire le finestre per respirare l'erba tagliata e sentire il fiato dei giocatori. Nelle domeniche in cui la SPAL (oh, mi raccomandoobbligatoriamente scritta in maiuscolo) giocava in casa, le strade intorno allo stadio si trasformavano in un formicaio di biciclette. Venivano agganciate ovunque: ai pali della luce, alle ringhiere delle case, una contro l'altra lungo i marciapiedi. Le boccate di fumo aromatico dei sigari popolari unito a quello più amaro delle sigarette "Nazionali" si alzava sulle gradinate di ferro e cemento si diffondeva fin dentro i salotti degli appartamenti vicini, insieme al boato del pubblico che faceva vibrare i vetri a ogni segnatura dei padroni di casa. Era una Ferrara intima e fiera, dove il confine tra la vita di tutti i giorni e la passione sportiva era sottile come un tramezzo, e dove il battito del cuore locale viaggiava su pensieri leggeri. In quegli anni dove il calcio italiano cominciava a diventare industria e spettacolo, a Ferrara prendeva forma una delle tante, consuete, mai tediose, favole di provincia. A scriverla fu Paolo Mazza, imprenditore con il pallone nel sangue, prima allenatore e poi presidente della SPAL. Uomo di fiuto calcistico e di bilanci sempre in equilibrio, soprannominato non a caso il “Mago di campagna”, per il quale il bilancio è avversario forsanche più pericoloso delle stesse avversarie, e la soluzione era sempre la solita, vale a dire vendere i pezzi pregiati ed andare alla ricerca di nuovi talenti. Mazza trasformò una piccola realtà in un laboratorio di giovani promesse e una squadra capace di tenere testa alle grandi del calcio nazionale. La sua avventura con la SPAL  partirà nel dopoguerra. Già, la SPAL ovvero (Società Polisportiva Ars et Labor) di Ferrara, nata come sezione calcistica nel 1910 ma di fatto costola del circolo religioso e culturale legato al sacerdote salesiano Pietro Acerbis. La maglia è dolcissima, quasi commovente, un coro di angeli su due note, il bianco e l’azzurro, fino alla divisa diventata “cult” inaugurata nel 1963 e formata da linee verticali finissime del medesimo tono, in ogni caso un omaggio, inevitabile, proprio allo stemma della Società Salesiana di San Giovanni Bosco. In pochi anni, grazie a cessioni oculate e acquisti mirati, gli estensi conquistano la promozione in Serie A nel 1951, con un entusiasmo che travolse l’intera cittadina. E nel decennio successivo, Ferrara diventa tappa insidiosa per tutti: a turno Juventus, Milan e Inter Fiorentina, Bologna si troveranno a dover fare i conti con l’orgoglio biancazzurro, mentre tra le fila “spalline” crescono giocatori destinati a palcoscenici più importanti, da Saul Malatrasi ad Armando Picchi e Costanzo Balleri, da Beniamino Di Giacomo a Carlo Novelli, dall’oriundo argentino Oscar Massei al capitano Sergio Cervato da Dante Michheli a Edy Reja e Fabio Capello. Il vertice dell’epopea “spallina” dopo il quinto posto ottenuto nel 1960, arrivò nella primavera del 1962. Dopo aver eliminato Verona, Vicenza e Novara, la Spal compirà l’impresa dentro il formicaio di speranza del Comunale: travolgerà 4-1 la Juventus in semifinale, con Massei, Micheli e Cervato saranno i protagonisti di una serata dal pronostico capovolto. La finale di Coppa Italia venne giocata allo Stadio Olimpico di Roma, impianto abbacinante dal travertino tirato a lucido, pronto ad ospitare le Olimpiadi di quell’estate in cui nelle balere nostrane si giocava con le braccia a tempo di twist, ballando Tintarella di Luna cantata da Mina. Lontani dalla quiete del Po’, contro il Napoli neopromosso, la vittoria sembrava addirittura alla portata. Ma la soddisfazione durerà poco: dopo il pareggio firmato da Micheli, abile a replicare all’iniziale vantaggio partenopeo messo a segno dal “core ingrato” ferrarese Gianni Corelli il Napoli riuscirà a trovare la marcatura decisiva, quella siglata da Pierluigi Ronzon. La Coppa sfuma, lasciando in eredità sicuramente il rimpianto più grande della gestione Mazza. Gli anni successivi porteranno a delle nuove salvezze sofferte, cessioni eccellenti e un lento declino, fino alla retrocessione del 1968. Ma la “SPAL di Mazza” resterà impressa come una delle rappresentazioni migliori del calcio neorealista quasi da “pane e salame”: una squadra capace di trasformare sacrifici economici in sogni sportivi, di vendere i suoi migliori giocatori ma di rigenerarsi sempre, di insegnare che si può scrivere pagine indimenticabili nella storia del pallone sia pure senza tante pretese, basta avere il piglio giusto e felici intuizioni.

 

 

 

 

IL MAGO DI CAMPAGNA

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