domenica 1 novembre 2026

ONE DAY IN DOVER

 


Sapete, a seconda da dove arrivate, l’Inghilterra inizia o finisce a Dover. E in entrambi i casi tutto si annulla sulle sue scogliere, trasparenze eteree che sposano gli algidi venti del nord in un altrove romantico dove vivere o sostare per un po’ di tempo. Dal cielo colava una pioggerellina unta. Il centro abitato, grigio più della cenere, faceva venire voglia di piangere dalla disperazione. Poca e riservata la gente che si vedeva per strada. Era il 1994, "trentadueannifa" scritto tutto attaccato, mica oggi. Ma era l'Inghilterra la masticavo già abbastanza per il trascorso dell'anno precedente ad High Barnet quindi, cazzo, se forse qualcun'altro avrebbe fatto lo schizzinoso, a me non sembrava vero avere anche mezza giornata a disposizione prima di rimbarcarmi, perchè quella volta avevo risparmiato (e parecchio) sul volo aereo per Ostenda, voli che nel periodo erano onestamente troppo onerosi anche in classe cosiddetta economy. Certo, nel mondo ci sono posti e postacci, e qualche volta con la testa del vent'enne ti veniva in mente di scappare più in fretta che potevi. Insomma, bella la Francia, ma il triangolo Dunkerque-Gravelines-Calais, diciamo così, non lo consiglierei. Quindi bastarono un paio d'ore per questa presa d'atto; e la prospettiva di trascorrerci, l'indomani, una giornata intera, appariva di quelle che toglievano il sonno. Niente di interessante nel raggio di 50 chilometri. Non un centro storico decente, un monumento, non uno stadio degno di nota. Neppure il brivido (di freddo, mica di emozione) di scavalcare un cancelletto per vedere il campo dell'Us Gravelines, roba di sesta serie francese, mi stuzzicava ma nemmeno tanto e allora decisi di cambiare idea. E poi l'immagine spettrale di una gigantesca centrale nucleare gettava inquietanti ombre sul mio mercoledì nell'estremo nord della Francia. Eppure, una soluzione doveva pur esserci. Anche l'opzione Calais, 25 chilometri più in là, mi pareva scarsa. Certo a saperlo che sei anni più tardi sarebbero arrivati da squadra di dilettanti in finale di Coppa di Francia avrebbe cambiato prospettiva, solo appunto, a saperlo. Ergo, cosa ci vado a fare a Calais? La risposta o la soluzione era dall'altra parte del mare: Il traghetto partiva a mezzogiorno in punto. Un'ora e mezzo di onde da paura con la rassicurante compagnia di una ventina di camionisti e poi all'improvviso l'orizzonte si tinse magicamente di bianco. Le scogliere di Dover. Non era Londra, ci mancherebbe, nemmeno Brighton, d'accordo, comunque avevo un patrimonio di alcune ore da spendere in Albione prima del traghetto di ritorno e il fascino di una cittadina portuale inglese non si mette mai in discussione. E naturalmente mi incuriosiva la sua squadra di calcio, forse unica vera bussola dei miei viaggi. Va detto subito che c'e stato un Dover Athletic Football Club ieri e c’è né un altro oggi di diretta discendenza. Il primo, sbucato dai vapori di fine Ottocento, annegò in debiti più alti delle onde che rodono il calcare del Kent, e l’attuale, sorto nel 1983, spariglierà le carte dichiarandosi appunto "Athletic" nella solita forzata e inutile ridenominazione da polveroso catasto sportivo. Tirando le somme il Dover Athletic riuscirà a mantenere i colori, il bianco degli scogli ovviamente, e il crest recante il castello cittadino. Mantiene anche il campo di gioco, il “Crabble”, sorto sul terreno di un vecchio mulino nelle cui fessure pare si nascondessero ciurme di piccoli granchi (dall’arcaico dizionario locale "crabba hol"). Southern League, chiaro. Il Dover delle origini vinse quel campionato nel 1967 quando il suo centravanti Johnny Ray si prese la briga di segnare 42 gol in 49 partite. Poi nel 1990 (e siamo già nella nuova ragione sociale) un rifiuto della Lega per problemi inerenti agli standard della Conference privò il club allenato da Chris Kinnear della promozione che in ogni caso sarà riguadagnata con caparbietà tre anni dopo con tutti i requisiti dovuti. La vittoria di sabato in FA Cup con il Southend ha portato il Dover Athletic di Andy Hessenthaler (ex Watford e Gillingham) al secondo turno dove spera di eguagliare il risultato ottenuto nel 2015 quando la squadra giunse fino al fatidico turno di gennaio cedendo 4-0 in casa contro il Crystal Palace. Se lo meriterebbe Hessenthaler, la cui madre morì nel 1991 pochi giorni prima del suo esordio da professionista, mentre suo padre, che era nel giro dell’Arsenal, dovette rinunciare alla carriera da calciatore per un infortunio. Tutto ruoterà nella giornata di grazia di Inih Effiong e Ricky Modeste, i due dioscuri degli “whites” pronti ad essere illuminati dalla luce tremolante del faro che si fa spazio nelle nebbie. Smise di piovere, e dopo aver fatto un rapido conto sui soldi in tasca trovai chiuso l'accesso al castello, in cima alla collina, e mi infilai in un negozio di libri e riviste usati. Dagli scatoloni apparvero chicche notevoli, ma non potevo caricarmi troppo e così la mia scelta cadde su un magnifico volume fotografico zeppo di immagini d'epoca di football britannico. Il prezzo, scritto a matita su una pagina interna, mi lasciò basito: 3 pound e 99, onestamente ero pronto a spendere quattro volte tanto. Intanto che mi sono perso in queste questioni di campo, nella realtà, allora si mise a ripiovere, eppure il piacere di una passeggiata sotto la finissima, quasi invisibile, pioggia britannica vale sempre la pena ed inoltre è anche un'ottima scusa per infilarsi in un pub. Il Prince Albert sembrava il classico pub dell'angolo, in cui il tempo non si è fermato (sono cose stupide che si dicono per ammaliare chi legge) ma di certo questo almeno lo possiamo affermare con più onestà, pare sia scorso più lentamente. Avventori over 60, tutti rigorosamente soli con la loro pinta; arredi datati; coppia di quarantenni intenti a sfidarsi a freccette; caminetto pronto per l'uso; telefono a rotella sopra un tavolino. E una scura che andava giù meravigliosamente. Tutto fantastico, anche l'accento della signora di mezza età che stava dietro il bancone e teneva bene il passo (alcolico) degli avventori. La tappa successiva, poco oltre i resti di una chiesa sventrata dai bombardamenti tedeschi, fu in un pub meno spartano ma comunque pieno di fascino retrò. Mi venne in mente che ancora non avevo pranzato, e mi ricordai del libro appena acquistato. Davanti a uno stufato di carne e patate iniziai a sfogliare questo favoloso contenitore di storie color seppia. Stadi strapieni, tifosi che vanno allo stadio in carrozza, signore col cappello che varcano i cancelli di Wembley, finali di Fa Cup finite con invasioni di campo oceaniche, scarpe da gioco grosse come scarponi da sci, palloni duri e pesanti come massi di pietra. Un signore anziano che mi teneva d'occhio si avvicinò e senza dire nulla si mise a guardare con me le foto del libro. A un suo cenno arrivarono immediatamente due pinte, scure. Mi volle portare allo stadio. Tentai molto confusamente di spiegarli che tra non molto avrei dovuto riprendere il traghetto. Non volle sentire ragioni e per non essere scortese, dato che cortesemente  pagò tutto lui, fui "costretto" a seguirlo. Dopo una breve camminata da una stradina sbucammo davanti a un muretto lattescente, o forse sembrava biancastro perché avvolto da una sottile nebbiolina. L'uomo estrasse dalla tasca un mazzo di chiavi e aprì una porta. Ci trovammo ai margini del terreno di gioco, sul quale un gruppo di calciatori stava effettuando lunghi lanci da una fascia laterale all'altra. Non tiravano mai in porta, sembravano incazzati neri. Mi accorgo che sul prato c'erano dei granchi. La mia "guida" mi prese per un braccio e entrammo in uno stanzino, sotto la tribuna, al quale si accedeva direttamente dal campo. All'interno spuntarono coppe, gagliardetti, rosette, vecchi palloni e maglie di lana dei primi del Novecento. Una pallonata fece vibrare la porta in metallo, ciondolare la lampadina appesa al soffitto facendo correre via i granchi. “Questa è la nostra storia” -disse. Restai stordito, lo ringraziai, lui rise soddisfatto confermandomi che il Dover è stato perennemente  una squadraccia ma ha avuto la fortuna di veder giocare un autentico idolo, tale “Sir” Lennie Lee attaccante da 160 reti in 5 stagioni che aveva da pochissimo appeso le scarpette al chiodo e in quel momento la sua foto campeggiava sopra i trofei dentro il  già citato "Crabble", un nome che deriva dall'inglese arcaico, significa "buco in cui stanno i granchi". Era il 1994, trentadueannifa scritto tutto attaccato, mica oggi.

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